L'astensione non è un trucco, ma il legittimo ricorso alle garanzie costituzionali

Categoria: Approfondimenti
Pubblicato Giovedì, 09 Marzo 2000 10:49
Un aspetto inquietante della campagna referendaria condotta dai sostenitori del sì è costituito dall'oggettiva impossibilità di riuscire a capire le ragioni di tanta malcelata acrimonia nei confronti dell'opzione astensionista.

A differenza che per le elezioni politiche, per le consultazioni referendarie l'astensione può produrre il risultato di non far approvare i quesiti: si tratta cioè di una scelta di "espressione delle proprie intenzioni" chiaramente contemplata dai fondatori della carta costituzionale e quindi pienamente legittima.
Ma nonostante ciò, e nonostante la natura antidemocratica di alcuni referendum spieghi da sola l'opportunità di tale scelta, i sostenitori del sì sono disposti a mostrare rispetto politico soltanto nei confronti di chi invita a votare per il no; per chi si asterrà, invece, soltanto un triste spettacolo di insulti.

Ma andiamo con ordine, con quella che è l'accusa peggiore: "Chi si astiene lo fa per sommare il proprio NO all'astensione fisiologica; dei vigliacchi, insomma, che rifiutano il confronto diretto".

Chi fa un'accusa del genere, evidentemente, fa finta di non sapere che le garanzie costituzionali esistono proprio per impedire che QUALCUNO possa, con un blitz, sopprimere diritti fondamentali delle minoranze.
Non a caso le Costituzioni sono rigide e, per questioni delicate, impongono paletti difficili da superare. Il quorum costituisce, per l'appunto, uno di questi paletti-garanzia a tutela dei diritti delle minoranze.
Dire quindi ad una minoranza che usa "vigliaccamente" le garanzie poste a tutela delle minoranze è un non senso che palesa soltanto il desiderio di poter disporre, a proprio piacimento, di tutti i diritti, anche di quelli più indisponibili ai voleri totalitari delle maggioranze.

Fatta questa prima premessa, come non rimanere stupiti di fronte a tutto questo "sottovalutare" la scarsa partecipazione dei cittadini alle consultazioni politiche e referendarie?
Come è possibile ritenere fisiologico che un TOT% di cittadini sia totalmente disinteressato da qualsiasi tipo di elezione, tanto più per il caso italiano che ha sempre visto alte partecipazioni al voto?
La scarsa partecipazione di questi ultimi anni è sempre più dovuta a scelte consapevoli di condanna del quadro politico, ed è grave che "certa" politica faccia finta di nulla e consideri il fenomeno come un dato fisiologico.

Ma analizziamo lo specifico del caso italiano.
In primo luogo è facile rilevare che gl'italiani votano quando le questioni contano.
Alle politiche del 94 votò l'85,8%; alle europee del 94, pochi mesi dopo, solo il 74,6%.
Peggio ancora, il confronto, dal lato dei referendari: il referendum elettorale del 99, ritenuto importantissimo da gran parte del ceto politico e fortemente spinto dai media, ottenne il 49,6% di partecipazione al voto; soltanto un mese dopo, per le europee, le stesse che non hanno mai interessato nessuno, i votanti furono il 70,8%.
Facendo invece riferimento ai soli referendum, è sufficiente ricordare che nel 93 votò il 77%, dopo il 62,5% del 91 e il 43,4% del 90.
Insomma, anche ammesso che vi sia una quota fisiologica, questa va ritenuta non superiore al 20% (ma più realisticamente vicina al 10%).

Rimane in ogni caso un trucco approfittare di questo presunto 10-20% di non voto fisiologico?
No! per i motivi detti prima e vista la natura e i limiti dello strumento che si utilizza.

In primo luogo la natura meramente abrogativa dello strumento referendario e il modo con il quale, attraverso i ritagli, è possibile far divenire una legge un'altra cosa ma, soprattutto, una COSA INDEFINITA.
La cosa indefinita sono i diversi obiettivi che hanno gli elettori nel momento che vanno a votare. A differenza che nel caso del referendum propositivo, infatti, gli elettori non votano un progetto "nero su bianco".
Sta qui la truffa di molti referendum proposti dai radicali o dai fondamentalisti del maggioritario.
Prendiamo il referendum elettorale del 93.
C'è chi ha votato Sì per spingere verso il turno unico senza recuperi proporzionali; chi nella speranza di forzare così la mano verso un sistema a doppio turno; e chi, molto più semplicemente, convinto che la soluzione 75% di maggioritario e 25% di recupero proporzionale (la legge del Senato è l'esatto risultato di quel referendum) fosse un buon equilibrio.
Come si vede, tanti interessi diversi che, di fronte ad un progetto "nero su bianco", definito, forse non si sarebbero incontrati e non avrebbero portato alla vittoria dei Sì.
E la conferma di questo sta proprio negli 8 milioni di consensi persi dal fronte del maggioritario tra il 93 e il 99: di fronte ad un progetto che eliminava alcune soluzioni, chi si riconosceva nelle soluzioni eliminate ha negato il proprio appoggio al sistema che avrebbe potuto prevalere. E chi, ad esempio, nel 93 aveva votato Sì convinto della bontà del recupero proporzionale, probabilmente si sarà anche pentito di aver votato in quel modo visti gli sviluppi successivi conseguenti a quel voto.
Nulla di più lecito e normale, allora, se di fronte a questi tanti interessi incompatibili fra loro, riuniti attraverso il trucco dell'intanto facciamo questo poi vediamo che succede, per altro in grado di incidere su diritti fondamentali dei cittadini, le minoranze decidono di ricorrere alle "rigidità" offerte dalle garanzie costituzionali.
Tanto più che, è bene ripeterlo, la maggioranza elettorale che si pronuncia per il Sì non è una vera e propria maggioranza che vota un progetto "nero su bianco", ma una maggioranza riunita con il trucco che il risultato finale sarà quello desiderato da ogni singolo elettore.

Infine un ultima considerazione sul perché della necessità di dover ricorrere a qualsiasi mezzo messo a disposizione delle garanzie costituzionali per correggere una grave stortura del referendum abrogativo.
La ratio abrogativa, come ormai tutti sappiamo, ha permesso agli elettori di poter votare, grazie all'uso spregiudicato dei ritagli effettuati alla legge per l'elezione del Senato, il referendum del 93 che ci ha portati dal proporzionale al maggioritario.
Logica democratica vorrebbe che agli stessi elettori fosse data la possibilità, visti tra l'altro i pessimi risultati ottenuti con l'introduzione del maggioritario, di poter ripensare questa loro scelta.
Ma qui scattano i limiti del referendum abrogativo.
Se non c'è la possibilità di poter ritagliare qualcosa, al fine di convertire la legge da maggioritaria a proporzionale, per gli elettori viene improvvisamente esclusa la possibilità del ricorso alla tanto decantata democrazia diretta.
Cittadini di serie A in un caso, perché possono decidere sulla legge elettorale; cittadini di serie B nel secondo caso, perché non possono più decidere di tornare indietro.
Di qui la necessità delle tutele, perché ciò che viene perso per decisione dei cittadini non può più essere ripristinato su iniziativa dei cittadini; e di qui, quindi, tutto quanto di buono può venirci dall'imposizione del quorum.

Altro che vigliaccheria: di fronte all'uso spregiudicato e lesivo delle garanzie costituzionali, la necessità di astenersi per far mancare il quorum è divenuta, più che un diritto, un dovere.