19 | 11 | 2018

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Costi della politica: attenzione alla democrazia, quando si butta l'acqua sporca

Portare gli stipendi dei parlamentari italiani alla media europea, è questo l'ultimo diversivo intorno al quale si sta scatenando l'ira popolare.
C'è una manovra lacrime e sangue che ricadrà per intero sui ceti medio-bassi, e questi che fanno?
Anziché tenere alto il livello di contrapposizione nei confronti dei contenuti e le finalità politiche della stangata che sta per abbattersi su di loro, sembrano far prevalere la soddisfazione per il contentino che potrebbe arrivare dall'abbattimento dei costi della politica. Anzi, che si approfitti della presenza dei "tecnici" al Governo per risolvere questo spinoso problema, e poi sì, sarà più facile fare sacrifici in nome dell'equità.
Vi fosse anche solo, quindi, la necessità di mantenere alta l'attenzione sull'operato del Governo Monti, già questo sarebbe più che sufficiente per correre il rischio di divenire impopolari, proponendo un minimo di riflessione riguardo a quel malessere diffuso per cui anche la normale vita istituzionale, a tutti i livelli di Governo, viene oggi vissuta e subita come un inutile costo della politica.

Ma la questione vera, per cui si pone l'obbligo di affrontare una tema così scomodo, è un'altra: si può risparmiare sulla democrazia, sino al punto di rischiare di comprometterne la tenuta?
Evidentemente no, ed è per questo che non è mai un'inutile perdita di tempo cercare di distinguere tra i costi inutili  e le spese necessarie.
Tutti di gran furia per cancellare le Province, ma di quantificare costi e problemi politici con il territorio, derivanti da una diversa allocazione delle funzioni svolte dalle province, non se ne parla.
Ma tanto, a che serve?
Per giustificare l'operazione è sufficiente il luogo comune che, a parità di funzioni, in ogni caso si eviterebbe l'inutile costo di tenere in vita i Consigli e le Giunte provinciali. Giù in pasto ai leoni, allora, e al posto degli eletti ci saranno un bel po' di nominati; da piazzare, ovviamente, nelle nuove strutture o enti che nasceranno come funghi. Alla fine, l'unico risparmio sarà quello di non dover svolgere le elezioni, cioè il nostro diritto di scegliere.
Analoghi problemi per quella che viene ormai invocata a gran voce come la soluzione di tutti i mali: il dimezzamento del numero dei parlamentari. Luogo comune anti casta che, paradossalmente, finisce per soddisfare proprio gli interessi di chi vorrebbe avere a che fare con un Parlamento asservito e senza ingombri procedurali. Quel berlusconismo tanto vituperato, quanto da troppi imitato.
Rimanesse in vigore l'attuale legge elettorale, le soglie di sbarramento implicite, determinate dal numero di seggi a disposizione in ogni singola regione o circoscrizione, salirebbero a livelli tali da lasciare fuori dal Parlamento buona parte dei candidati dei partiti minori. Peggio ancora se tornasse il Mattarellum, dove a prevalere nei grandi collegi uninominali sarebbero soltanto i candidati dei due partiti maggiori.
Ancora una volta, un taglio dei costi della politica in grado solo di ridurre l'espressione della sovranità popolare, in modo particolare per quei settori che, anche a causa della forzatura bipolare, fanno già fatica ad essere rappresentati.
Ma è in atto anche un altro meccanismo in grado di svilire il ruolo del Parlamento, ed è proprio quello che sta passando in questi giorni.
Un assurdo dibattito che non guarda al come vengono spesi i soldi per il funzionamento dell'attività parlamentare, ma al come tagliarli.
Ridurre le indennità dei parlamentari si può e si deve, ma non per risparmiare, ma per essere sicuri che le risorse messe a disposizione vengano effettivamente utilizzate per permettere agli eletti di assolvere al meglio il proprio compito.
Paradossalmente, è proprio dal confronto con quanto viene speso dagli altri paesi europei che si scopre che, anche in questo, l'Italia spende meno. Spende meno ma peggio, questo sì.
La questione da porre non è, pertanto, affrettarsi per ridurre gli attuali 20.000 euro al mese che sono complessivamente attribuiti ad ogni singolo parlamentare, ma che venga reso trasparente il modo con il quale i soldi vengono spesi (mobilità, collaboratori, diarie, ecc.), spostando dalle tasche dei singoli parlamentari la gestione di tutte quelle spese che non fanno parte della voce stipendio ma che debbono invece servire per svolgere l'incarico.
Pensare, ad esempio, che senza collaboratori esterni sia possibile, per il singolo parlamentare, prendere in esame vagonate di carta stampata, capire e decidere con cognizione cosa votare, è pura furia demagogica. E non a caso, negli altri paesi i collaboratori non sono considerati un costo inutile, ma un settore al quale assegnare una bella fetta delle risorse a disposizione di ogni singolo parlamentare.
Costi della politica, privilegi della Casta, ma anche costi necessari per la democrazia. Guai a non distinguere le differenze.

Franco Ragusa