21 | 11 | 2019

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STATO E CITTADINI secondo il programma del Movimento 5 Stelle (agg. 14/2/2013)

a cura di www.riforme.net - www.riforme.info

Beppe Grillo lo dice spesso: il Movimento 5 Stelle il programma lo ha, e come se lo ha, basta andare sul Blog e scaricarlo.
Tappa ormai d'obbligo, considerati i sondaggi favorevoli ed il successo ottenuto alle amministrative, con il conseguimento di 4 sindaci ed annesse maggioranze comunali. Questo programma, infatti, o parte di esso, potrebbe ben presto divenire oggetto di voto.

 
Parlando della sezione "Stato e Cittadini", che qui più interessa, vi è purtroppo da segnalare una prima nota dolente: tranne poche righe iniziali di critica del sistema, per ogni singolo punto non vi è un minimo di presentazione che dia conto delle motivazioni.
L'approfondimento è quindi in parte limitato e sicuramente condizionato dall'impossibilità di fare un'accurata valutazione costi-benefici, non essendoci altri parametri a cui far riferimento, se non le sole soluzioni proposte da acquisire "chiavi in mano".
Per intendersi sulle difficoltà che s'incontrano nel valutare le singole proposte del programma, nulla si dice, ad esempio, sul perché le Province dovrebbero essere abolite.
Per ridurre i costi? Perché sostanzialmente inutili? Perché quello che fanno le Province può essere fatto meglio da altri? Da altri chi?
Insomma, anche dovendo riconoscere che a proporre l'abolizione delle Province sono ormai in tanti (mancano solo questo sito e pochi altri), capita raramente di imbattersi in un programma politico così stringato e dove non c'è la possibilità di conoscere né le ragioni delle scelte, e nè il come realizzarle. E su questioni come quelle riguardanti i referendum, qualcosa di più andava sicuramente scritto.
A causa, quindi, del limite ora evidenziato, le note critiche di questo approfondimento vanno più che altro intese come semplice elencazione delle questioni - problematiche - che potrebbero derivare dall'adozione del programma a 5 stelle.

Nota: in neretto i punti del programma "Stato e Cittadini (qui la versione integrale del programma).

- Abolizione delle province
- Accorpamento dei Comuni sotto i 5.000 abitanti

Si parla tanto di esercizio della democrazia dal basso, dei cittadini che debbono riappropriarsi dei problemi di tutti i giorni per risolverli direttamente, ma poi le prime due proposte vanno esattamente nella direzione contraria, con la richiesta di cancellare gli enti locali più vicini ai cittadini, con il rischio che gran parte delle competenze provinciali non verranno affatto gestite dai comuni, quanto, piuttosto, dalle lontane Regioni.


- Insegnamento della Costituzione ed esame obbligatorio per ogni rappresentante pubblico

Da insegnare seriamente a tutti, a prescindere.

Aggiornamento dall'Agenda Grillo del 27/12/2012
- Elezione diretta dei candidati alla Camera o al Senato

Premesso il probabile errore di battitura (perché alla Camera O al Senato e non in entrambe le Camere?), si tratta, sostanzialmente, di un punto di programma già realizzato, in quanto già scritto in Costituzione, art. 56 e 58, tant'è che anche con il Porcellum la Camera viene eletta con voto diretto attribuito a liste di candidati concorrenti (art. 1 TU leggi elettorali).
Si tratta, quindi, di essere più precisi.
Per cui, escluso il metodo di elezione diretta a liste di candidati concorrenti adottato dal Porcellum, con quale metodo il Movimento 5 Stelle ritiene debbano essere eletti direttamente i candidati?
Con il voto di preferenza o con i collegi uninominali?
Proporzionale o maggioritario di collegio? Turno unico o doppio turno? ecc. ecc. ecc.
Insomma, qual è la vera posizione del M5S sulla legge elettorale, dato che non è possibile desumerla da una generica richiesta di "Elezione diretta dei candidati alla Camera o al Senato"?

Aggiornamento del 14/02/2013 - Tagliare si può, volare si può
- Diminuzione del numero parlamentari del 50%
- Dimezzamento numero consiglieri regionali
 
Bene, dimezziamo tutte le rappresentanze politiche, così che i Berlusconi di turno avranno meno fastidi da dover superare per fare i loro comodi.
Ma meno parlamentari non significa, soltanto, meno Parlamento e più poteri nelle mani di pochi, ma anche meno rappresentanza politica per le forze minori. O meglio, molti più elettori senza rappresentanza.
Con l'attuale legge elettorale, ad esempio, nelle Regioni con  meno seggi a disposizione si sono avuti casi nei quali alcune liste minori non hanno conquistato seggi, e questo pur appartenendo alla coalizione vincente ed avendo superato la soglia di sbarramento del 3%.
Questo per effetto di quella che tecnicamente viene definita "soglia di sbarramento implicita", dipendente dal tipo di ripartizione, dal numero dei partiti in lizza e, soprattutto, dal numero delle circoscrizioni elettorali ed il numero, quindi, dei seggi a disposizione per ogni circoscrizione o Regione.
L'equazione è quindi di una semplicità disarmante: meno parlamentari = soglie di sbarramento più alte = meno democrazia.


- Riduzione a due mandati per i parlamentari e per qualunque altra carica pubblica
- Eliminazione di ogni privilegio particolare per i parlamentari, tra questi il diritto alla pensione dopo due anni e mezzo
- Divieto per i parlamentari di esercitare un’altra professione durante il mandato
- Stipendio parlamentare allineato alla media degli stipendi nazionali

Un conto è intervenire per evitare che qualcuno possa utilizzare la posizione occupata per potersi garantire la poltrona a vita, un altro è rottamare, per partito preso, anche le persone che potrebbero invece continuare a dare un importante contributo, fatto anche e soprattutto di esperienza accumulata negli anni.
In tal senso, forse sarebbe preferibile intervenire limitando solo il numero dei mandati consecutivi.

Premesso ciò, le quattro questioni , prese una per una, possono risultare di facile condivisione.
Tutte insieme, però, realizzano una miscela micidiale e fanno trasparire non tanto l'intenzione di restituire dignità e autorevolezza al massimo Organo rappresentativo del Paese, quanto una volontà punitiva nei confronti di chi verrà chiamato a rappresentare gli elettori.
Se ciò può essere certamente comprensibile vista la scarsa stima di cui gode l'attuale Parlamento, non lo è pensando al futuro e all'ineludibile esigenza di dover garantire la funzionalità e l'indipendenza dell'Organo rappresentativo dalle pressioni indebite, nonché l'effettiva accessibilità della funzione da parte di tutti i cittadini. Condizione indispensabile, quest'ultima, per non determinare la creazione di caste di eleggibili e di settori sociali, invece, auto esclusi in partenza.
Se l'elezione non deve infatti divenire un mezzo per arricchirsi o ricevere privilegi, non può neanche essere ridotta a "lusso" per pochi o di fatto riservata a categorie sociali ben determinate.
Per chi è ricco di suo o che può ad esempio godere della conservazione del posto di lavoro, poco importa se durante il mandato si sarà costretti a non esercitare la propria professione. Il tutto anche sommandoci le ulteriori proposte riduttive dei "privilegi".
Finito il mandato il ricco tornerà a fare il ricco e il lavoratore a tempo indeterminato potrà andare a rioccupare il proprio posto di lavoro.
Diverso è il caso, però, di chi, invece, svolgendo attività di libero professionista o con contratti a termine, potrebbe pagare a duro prezzo la lunga assenza dal mondo del lavoro; e stiamo parlando di una realtà sociale in rapida crescita.
Se c'è certamente, quindi, la necessità di riportare a livelli di decenza e trasparenza gli stipendi e tutti i trattamenti dei parlamentari e della politica in generale, vi è anche la necessità di dover tenere conto del mondo nel quale si vive, e questo per evitare di realizzare forme di esclusione implicite in grado di alterare la correttezza dei processi democratici.

C'è infine da segnalare che nel programma non c'è nulla riguardo alla legge elettorale e sul come superare la logica maggioritaria che da oltre 17 anni  sta condizionando ed alterando l'espressione del voto; ma che, soprattutto, consente di regalare, in barba al principio di "una testa un voto" o che "uno conta uno", facili maggioranze a minoranze anche esigue.
Riguardo a quest'ultimo aspetto, se per alcuni può essere facile chiudere un occhio quando si vince, inquieta non poco che con risultati di lista intorno al 20% e con tassi di astensione elevati, una singola forza politica sia riuscita ad ottenere, con questi numeri, la maggioranza dei seggi in più consigli comunali.

Aggiornamento del 14/02/2013 - Tagliare si può, volare si può
- eliminazione contributi all'editoria
- eliminazione contributi elettorali ai partiti
 
Altre due misure, queste, che assieme ai problemi sopra evidenziati possono contribuire a realizzare l'esatto contrario di quanto si dice di voler fare: i cittadini padroni delle loro sorti.
Riepilogando, infatti:
riduzione della rappresentanza in conseguenza della riduzione del numero dei parlamentari;
allontanamento dei cittadini dalla cosa pubblica in conseguenza dell'accorpamento dei piccoli comuni e l'eliminazione delle province;
creazione di una nuova Casta di eleggibili in conseguenza di una serie di interventi che anziché ridurre le differenze potrebbero aumentarle;
affidamento del pluralismo al Dio mercato.

Che sul finanziamento della politica e sul finanziamento alla stampa si debba intervenire è sin troppo ovvio. Ma non per quella legge della giungla che anche Grillo va propugnando, bensì per attuare, attraverso uno sforzo pubblico mirato, quei principi costituzionali tesi ad allargare la partecipazione di tutti i cittadini alla vita politica del paese.

Art. 3 Cost. - … È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.


- Divieto di cumulo delle cariche per i parlamentari (esempio: sindaco e deputato)

Giustappunto ribadito da una sentenza della Corte Costituzionale.


- Non eleggibilità a cariche pubbliche per i cittadini condannati

Impedire a vita l'esercizio di un diritto politico, per ogni tipo di condanna o per un solo errore compiuto nella vita, è un atto grave che non può essere trattato con un simile livello di semplificazione.
Non ha peraltro alcun senso non tenere conto del tipo di reato per il quale si è stati condannati. Gli attivisti arrestati per il blitz a Green Hill, tanto per fare un esempio, come e perché, rischiando una quasi sicura condanna, dovrebbero far parte degli esclusi a vita?


- Partecipazione diretta a ogni incontro pubblico da parte dei cittadini via web, come già avviene per Camera e Senato



- Abolizione delle Authority e contemporanea introduzione di una vera class action

L'introduzione di una vera class action non è incompatibile con il mantenimento delle Authority, tanto più utili se realmente indipendenti.


- Referendum sia abrogativi che propositivi senza quorum

Con l'eliminazione di un valore percentuale minimo di partecipazione per la validità del risultato dei referendum, in modo particolare se propositivi, è forte il rischio che lo strumento referendario possa essere facilmente utilizzato, a proprio uso e consumo, da minoranze ben organizzate e in possesso dei giusti mezzi comunicativi.
Riguardo a questi ultimi aspetti, basterebbe ricordare le vicende legate agli ultimi due referendum elettorali non ammessi dalla Consulta.
Con il solo fine, inizialmente, di boicottare la raccolta di firme promossa dal Comitato Passigli contro il premio di maggioranza e le liste bloccate, intorno ai quesiti pro-mattarellum si è via via costituita una macchina del consenso che è stata in grado di raccogliere, in poco più di un mese, oltre un milione di firme, a sostegno, appunto, di due quesiti referendari che avrebbe realizzato l'esatto contrario di quanto invece veniva propagandato con messaggi di facile presa.

Prima, quindi, di abbandonarsi in facili slogan, "Chi partecipa decide", andrebbero migliorati e verificati, in primo luogo, gli strumenti di diffusione e comprensione dei contenuti referendari, perché l'assenza del quorum, combinata con una buona organizzazione e il controllo dei mezzi di comunicazione, potrebbe aprire la strada a pericolosi colpi di mano, in modo particolare attraverso lo strumento del referendum propositivo.
Non pensiamo sempre e soltanto a quello che potremmo fare noi stessi, ma anche a ciò che potrebbero fare gli altri potendo disporre di alcuni strumenti ad altri indisponibili.
Chi può essere in grado di mobilitare con facilità il proprio bacino elettorale di riferimento, ma per quale motivo dovrebbe adempiere ai compiti di approfondimento e diffusione dei quesiti, quando per vincere è sufficiente che vadano a votare solo i suoi?
Un esempio concreto di ciò il referendum costituzionale fantasma del 2001 (http://www.riforme.net/ref7ottobre/index.htm). Formalmente su opposte barricate, sia il centrodestra che il centrosinistra si guardarono bene dal fare la campagna elettorale, con la Commissione di Vigilanza RAI che addirittura non assolse l'obbligo di emanare il regolamento per lo svolgimento delle tribune elettorali sul servizio pubblico.
Siamo ancora, purtroppo, molto lontani dall'aver realizzato le condizioni per l'effettiva partecipazione di cui al secondo comma dell'art. 3 della Costituzione, e non è solo una questione di controllo dei Media, ma anche di difficoltà quotidiane che di fatto non consentono alla stragrande maggioranza delle persone, i comuni mortali, di trovare lo spazio e i mezzi per poter allargare le proprie conoscenze.

Esaurita la questione quorum con l'esigenza di cautela poc'anzi evidenziata, come accennato nell'introduzione, di fronte alla richiesta di introdurre il referendum propositivo ci si sarebbe aspettati di conoscere - anche - fin dove tale richiesta potrebbe spingersi e il come realizzarla.
La questione non è per nulla irrilevante, in quanto un conto è prevedere che vi siano dei limiti per materie, in modo particolare a tutela dei diritti delle minoranze, un altro è non averne affatto.
Altra questione di non poco conto, l'attivazione o meno di un controllo preventivo di costituzionalità su richiesta motivata di un Tot di parlamentari o di cittadini. Sarebbe peraltro auspicabile poter avere un simile acceso anche per quanto riguarda la legge di risulta dei referendum abrogativi, visto che la Consulta ha recentemente ribadito "che in sede di controllo di ammissibilità dei referendum possano venire in rilievo profili di incostituzionalità sia della legge oggetto di referendum sia della normativa di risulta".
Dovrebbe inoltre essere possibile votare una o più proposte alternative. Questo per evitare, come già avvenuto in passato, che il forte desiderio di cambiamento possa prevalere su ogni altro tipo di considerazione sull'effettivo contenuto dei referendum chiamati a votare. Nel '93, nel pieno di tangentopoli, avrebbe vinto qualsiasi quesito fosse stato presentato all'insegna della lotta contro la partitocrazia.
Beffa delle beffe, fu però proprio grazie a questo tipo di illusione, con il referendum che aprì le porte al maggioritario in Italia, che l'attuale sistema partitocratico ha potuto invece prosperare e rafforzarsi.

Da tenere presente, infine, che con il nuovo Titolo V del 2001 la Forma dello Stato va riconsiderata alla luce della nuova ripartizione della competenze legislative tra Stato e Regioni, l'introduzione della legislazione concorrente e del cosiddetto federalismo fiscale.
In un tale incastro di diverse competenze ed interessi, allo Stato spetta la "determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale", la determinazione dei "Principi fondamentali" nell'ambito della legislazione concorrente, nonché "l'istituzione di un fondo perequativo a favore delle regioni con minore capacità fiscale per abitante".
È quindi evidente che un referendum che intervenisse, in ipotesi, per ridurre le tutele nell'ambito dei livelli essenziali da dover garantire sull'intero territorio nazionale, potrebbe fare gli interessi delle sole Regioni più ricche:
- meno tutele da dover assolvere per obbligo di legge statale;
- quindi meno necessità di aiuti da parte dello Stato per le Regioni con meno risorse;
- quindi meno necessità di reperire quote regionali da destinare al fondo perequativo.

Ora, se oltre ad essere più ricche, queste Regioni fossero anche le più abitate, potrebbero facilmente prevalere le spinte di tipo egoistico, a danno dei cittadini delle Regioni meno ricche e con meno abitanti.
Da valutare, quindi, stante l'attuale Titolo V, se non sia il caso di prevedere, come ad esempio regolato in Svizzera per l'approvazione dei referendum obbligatori e di modifica costituzionale di iniziativa popolare, la doppia maggioranza: maggioranza dei voti e delle Regioni.


- Obbligatorietà della discussione parlamentare e del voto nominale per le leggi di iniziativa popolare

Se sottoscritte da un numero molto più rilevante di elettori e con controllo della pregiudiziale di costituzionalità.
La democrazia promossa dal basso è una bella cosa, ma un Parlamento ingolfato renderebbe del tutto inutile una simile previsione.


- Approvazione di ogni legge subordinata alla effettiva copertura finanziaria

Già lo impone l'art. 81 della Costituzione.
Forse qui si fa riferimento, in maniera indiretta, alla necessità di mantenere il pareggio di bilancio e di non produrre debito.
Anche in questo caso, è già stato tutto scritto con le modifiche costituzionali all'art. 81 definitivamente approvate ad aprile 2012.
Riguardo a tale vincolo, esiste però una larga scuola di pensiero, a cui questo sito aderisce convintamente, che ne sostiene non solo l'inutilità, ma l'indubbia dote di aggravare ulteriormente i conti pubblici italiani, in conseguenza delle politiche recessive che sarà obbligatoriamente necessario intraprendere.


- Leggi rese pubbliche on line almeno tre mesi prima delle loro approvazione per ricevere i commenti dei cittadini

Prima dell'approvazione o dell'entrata in vigore?
Se i commenti debbono avere un senso propositivo, si presume durante l'iter di approvazione.
Riguardo a questo, però, c'è da dire che la discussione delle leggi è già pubblica ed è già tutto in rete, per cui, avendoli, già oggi potrebbe essere possibile interloquire con i propri eletti.
Ma il problema vero da risolvere è che le persone normali questo tipo di attività è di fatto preclusa.
Chi non partecipa, si dice, è colpa sua.
Ma chi dice queste cose, ha mai provato a seguire l'iter di una legge, con centinaia o migliaia di emendamenti da inseguire, dopo 8-10 ore fuori casa e un minimo di doveri familiari da dover assolvere?
O ha mai provato a seguire un argomento senza avere gli strumenti di base per poterlo capire senza troppa fatica, a meno di non fidarsi dell'interprete di turno?
Si ritorna nuovamente all'art. 3 della Costituzione: la partecipazione deve essere effettiva, e se le condizioni sono tali che soltanto in pochi potranno effettivamente partecipare, di quale partecipazione o democrazia diretta si parla?