16 | 12 | 2019

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Riforme Istituzionali - l'Editoriale

L'Europa, pregi e difetti, siamo noi

Grazie alle ultime vicende francesi, sta divenendo possibile fare un po' di chiarezza circa i rapporti tra l'Unione Europea e i singoli Stati membri.
La protesta dei Gilet gialli, per quanto da più parti la si voglia ricondurre all'ennesimo scontro sovranismo contro Europa, ha ben poco a che vedere con le possibili ingerenze dei burocrati di Bruxelles nelle decisioni francesi.
Macron, infatti, bandiera dell'Europa in mano, sta (stava) perseguendo delle politiche per le quali aveva chiesto ed ottenuto i voti necessari per poterle attuare.
Più sovrani di così!
Si tratta, ovviamente, di una riduzione semplicistica. Ogni sistema istituzionale ha le sue peculiarità, per cui determinati risultati elettorali sono più il frutto di condizionamenti indotti che della reale volontà dell'elettore. A testimoniare questo distacco, giust'appunto la determinazione della protesta che ha infine costretto il Presidente Francese a prendere atto che tra la vittoria alle elezioni e i numeri reali del paese c'erano delle voragini da colmare.
Ma anche con questo tipo di approccio la sostanza non cambia: Europa o non Europa, ancora una volta sarebbero le questioni interne francesi a farla da padrone. Non è certo colpa delle istituzioni europee, infatti, se il semi presidenzialismo francese e il sistema elettorale francese nell'insieme realizzino una mezza schifezza che con la rappresentanza reale c'entri ben poco.
Una mezza schifezza che, peraltro, non solo è in grado di condizionare l'espressione della sovranità popolare in Francia, ma anche gli equilibri interni all'Unione europea.
Sono le Istituzione europee, infatti, a subire i sovranismi, non il contrario.
Laddove, ad esempio, dovesse essere avviata la procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia su decisione della Commissione europea (i cosiddetti burocrati non eletti di Bruxelles che ragionano per automatismi), la decisione finale sul da farsi spetterà al Consiglio europeo, cioè ai capi di Stato e/o di Governo espressione dei singoli Stati. Ognuno per la propria quota parte, saranno il Presidente Macron e i suoi omologhi europei a dire l'ultima parola sul come concludere la possibile procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia.
Il paradosso di questi giorni, semmai, è che a soffiare sul fuoco e a spingere la Commissione europea ad un atteggiamento di massimo rigore nei confronti della manovra economica del governo italiano, siano proprio i Governi di quei paesi che più somigliano, in quanto a sovranismo, all'attuale compagine di Governo verde-gialla.
Quando, quindi, da ogni latitudine ci si lamenta dell'Europa rigorista, brutta e cattiva, la prima domanda che dovremmo porci è su chi e come votiamo a casa nostra, su chi, cioè, in conseguenza del nostro voto, invieremo a rappresentarci nel Consiglio europeo.
La stessa Commissione europea, del resto, cioè i burocrati non eletti di Bruxelles, Juncker in testa, passa per l'approvazione del Parlamento europeo, cioè gli eletti Stato per Stato.
E anche in questo caso, non è certo colpa dell'Unione europea se ad esempio in Italia vige un'alta soglia di sbarramento che di fatto condiziona l'espressione di voto di milioni di elettori; o che, a partire dal 1993 sino al 2018, i Governi italiani che ci hanno rappresentato nelle istituzioni europee siano stati tutti espressione di Parlamenti eletti con leggi elettorali incostituzionali.
Tutta questa lunga premessa per concludere con poche righe.
L'Unione europea che conosciamo effettivamente non va. L'Europa che potremmo definire dei separati in casa, economicamente competitiva al suo interno, è quanto di meglio c'è da offrire alle logiche speculative dei mercati.
Sul piano economico con regole e vincoli rigidi da seguire; dal lato del piano politico, invece, zero automatismi che impongano la difesa dei tassi di interesse sul debito dei paesi di volta in volta sottoposti alle pressioni speculative dei mercati.
Un piano politico lasciato al caso degli equilibri politici del momento, dove è sufficiente che pochi Stati membri decidano di cambiare orientamento per condizionare i già ristrettissimi ambiti di manovra della BCE.
Il che ci consente un'ultima considerazione.
Il "quantitative easing" che ha regalato soldi alle banche, se da un lato è servito per sopperire al divieto assoluto di un prestito di prima istanza ai singoli Stati da parte della BCE, così almeno è stato per l'Italia, con le banche ad accumulare titoli anziché favorire gli investimenti, dall'altro lato ha messo in evidenza che a poco serve concordare con la Commissione europea manovre economiche lacrime e sangue, se poi tutto questo potrebbe essere in ogni caso vanificato dall'alta spesa per gli interessi sul debito. Il tutto con una BCE che se soltanto avesse acquistato direttamente una piccola parte dei titoli italiani con i tassi da regalo con i quali li ha prestati alle banche, con ogni probabilità il dibattito sull'Europa sarebbe stato meno acceso.
In fondo basterebbe applicare la semplice regola del "No tasse senza rappresentanza".
Letta in maniera diversa: "Se in buona parte decidi per me quali sono i miei limiti di intervento, in buona parte te ne assumi anche i costi".
Ad automatismo dovrebbe corrisponde altrettanto automatismo, e non certo i mutevoli equilibri politici all'interno dei singoli Stati membri.

Franco Ragusa

PS.: Quanto sopra non implica un giudizio di merito favorevole nei riguardi della manovra economica dell'attuale Governo verde-giallo, della quale è peraltro complicato capire se e quale sarà l'effettivo contenuto, così come confermato dall'inutile primo passaggio alla Camera.


copertina-legge elettorale
 
III-IV edizione - aprile 2014

 di Franco Ragusa

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