23 | 11 | 2017
Era scontato e facilmente prevedibile che a difesa della revisione della Costituzione Renzi avrebbe adottato tutto l'arsenale degli slogan degli anticasta.
Utilizzare le stesse semplificazioni dialettiche che hanno fatto la fortuna di più di una forza politica, queste le fondamenta sulle quali il Presidente del Consiglio sta infatti cercando di costruire un facile consenso per una modifica costituzionale che riporta il Paese indietro e non avanti.
Una comunicazione politica "semplificata" che non ha alcun interesse per un dibattito approfondito sul complesso e delicato sistema dei pesi e contrappesi, così come si è potuto vedere durante il confronto con Zagreblesky, una sorta di disco incantato che pedantemente ripeteva la stessa obiezione: su quale artico modificato c'è scritto che si avranno le conseguenze di cui parla?

Ebbene sì, un tizio che per semplificare il procedimento legislativo non ha trovato nulla di meglio che far approvare un nuovo art. 70 lungo un'intera pagina A4, con un'elevata casistica di competenze e di tempi d'intervento differenziati che neanche in un puzzle, il tutto senza neanche dotarsi di un sistema credibile per la risoluzione dei sicuri conflitti di competenza che sorgeranno tra la Camera e il nuovo Senato, di fronte a chi solleva l'allarme sulla base del "combinato disposto di più norme", il Renzi-studente "rispettoso" ribadisce: combinato disposto? e che lingua è? mi dica, piuttosto, su quale articolo modificato c'è scritto che si avranno le conseguenze di cui parla?

Un vuoto culturale che è il frutto, è bene ripeterlo, di quell'antipolitica che oggi rischia di vedersi ritorcere contro i suoi stessi contenuti e meccanismi comunicativi.
Ma ciò che più preoccupa, è che a due mesi dal referendum e con circa il 50% di cittadini che ancora non conoscono il progetto di revisione o che ancora risultano indecisi, anziché cambiare registro per costringere Renzi ad entrare nel merito delle questioni, se, cioè, saremo realmente di fronte ad un sistema di regole in grado di funzionare e, soprattutto, in grado di non consegnare il Paese al primo matto che potrebbe pensare di fare il colpo grosso, no, si continua a rilanciare, opponendo altro populismo a populismo (non è il caso del Prof. Zagreblesky, evidentemente).

Ma come lo contrasti lo slogan di Renzi sulla riduzione delle "poltrone", che mentre gli altri ne parlano lui la realizza, se su questi aspetti delicati della rappresentanza si continua a proporre di tagliare di più e che lo stesso andava fatto anche per la Camera dei Deputati?
Le questioni da porre all'attenzione dovrebbero essere evidentemente altre.
Ciò che va approfondito non è tanto se e quanto la revisione riuscirà a ridurre i costi della macchina statale, come se, a fronte della tenuta democratica del sistema, 50 o 500 milioni di euro l'anno potrebbero costituire numeri importanti (quanto risparmio, l'anno, per il singolo contribuente?), bensì se ha senso avere un Senato di 100 dopolavoristi, eletti indirettamente e senza neanche sapere come.
Ma soprattutto, ha senso avere un Senato che, a seconda delle competenze, sarà totalmente inutile, per modi e tempi ristretti d'intervento, o, al tempo stesso, pericolosamente troppo competente, considerati appunto i modi di composizione e la sua scarsa rappresentatività?
E sì, l'argomento molto popolare, la riduzione del numero dei parlamentari, nel caso della revisione Renzi-Boschi comporterà un Senato nel quale non vi sarà spazio per le minoranze, anche se di una certa consistenza, e questo anche se venisse eletto direttamente, con il proporzionale puro e le preferenze. È una conseguenza tecnica legata ai pochi seggi a disposizione di ogni singola Regione.
Ciò che andrebbe pertanto spiegato da qui al 4 dicembre, è che con il Sì gli elettori non ridurranno i costi, bensì la propria quota di sovranità, il loro diritto ad essere correttamente rappresentati.

Del resto, l'assalto al Senato altro non è che l'estensione degli stessi principi che hanno già motivato, nel giubilo generale, l'umiliazione del ruolo istituzionalmente assegnato dalla Costituzione alle Province, definitivamente cancellate dal progetto di revisione.
Anche su questo, Renzi non dovrà far altro che rivendicare per sé ciò di cui gli altri hanno sempre e solo parlato, e mai ripensato, purtroppo.
Un ripensamento auspicabile, vista la confusione che regna sovrana già ora in conseguenza della riforma Del Rio che le ha abolite di fatto, con funzioni da svolgere suddivise, sotto il profilo delle responsabilità certe, in maniera confusa e rispetto alle quali l'elettore non ha più la possibilità di esercitare un controllo democratico dal basso.
Con il referendum, pertanto, non si deciderà alcuna cancellazione di poltrone da occupare per lo svolgimento delle funzioni svolte dalle Province.
Assolutamente no: votando Sì, ciò che verrà definitivamente cancellata, è la possibilità, per gli elettori, di riaprire la partita per tornare sovrani e controllare dal basso come queste funzioni verranno svolte da chi occuperà le poltrone.

Per concludere, ci aspettano due mesi di bassa propaganda e con l'informazione per lo più schierata per fare da megafono al Governo.
Ma soprattutto, contrariamente da quello che si potrebbe desumere dai sondaggi, per il NO c'è molto terreno da dover recuperare, visto l'alto numero di indecisi o non informati.
Una vasta area che deciderà solo all'ultimo e rispetto alla quale c'è da lavorare molto per evitare che possa rimanere affascinata, slogan contro slogan, populismo contro populismo, dalle facili suggestioni.

Franco Ragusa


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III-IV edizione - aprile 2014

 di Franco Ragusa

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