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Legge Elettorale - Approfondimenti
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Scritto da www.riforme.info
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Giovedì 01 Settembre 2011 14:35 |
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Estratto da:
Dal Proporzionale al Porcellum Come e perché del maggioritario in Italia
di Franco Ragusa
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La prima volta del maggioritario (Mattarellum) in Italia
Con la prima campagna elettorale all’insegna della logica maggioritaria, si capisce subito che c’è qualcosa che non va. Pochi mesi prima delle elezioni, infatti, si assiste alla nascita di un nuovo fenomeno politico. L’imprenditore Silvio Berlusconi, un signore legato mani e piedi con quanto di peggio la politica aveva espresso negli ultimi anni, dal nulla crea un nuovo soggetto politico a sua immagine e somiglianza. Tangentopoli è ben presto dimenticata e si assiste, per la prima volta nella storia repubblicana, alla nascita di un partito-azienda con a capo, indiscusso e indiscutibile, il padrone di tre reti televisive a carattere nazionale, giornali e, altro dettaglio non trascurabile, con ingenti disponibilità economiche da riversare sulla politica. Nasce e si sviluppa, in altre parole, un vero è proprio virus: il berlusconismo. Una degenerazione della politica che, nei suoi aspetti più tragicomici, di lì a poco coinvolgerà tutto il panorama politico. In breve tempo, infatti, prenderanno forma altri soggetti politici, non più di tipo partecipato, ma che faranno dell’identificazione con il leader la loro ragion d’essere. Del resto, attendersi oggi un comportamento più virtuoso sarebbe da ingenui. Con una logica elettorale che non consente agli elettori di poter selezionare la classe politica e visti i continui successi di Berlusconi, fondati sull’abile interpretazione del meccanismo elettorale maggioritario e della forzatura bipolare, non approfittarne sarebbe da matti. È d’obbligo ricordare, infatti, i tempi e i modi della prima vittoria elettorale di Berlusconi. Nel 1994, nel giro di pochi mesi il magnate delle TV, nell’impossibilità di tenere unite AN e Lega Nord sotto un solo simbolo, si mise a capo di due diverse alleanze elettorali con il solo scopo d’impedire la vittoria della sinistra. Una lotta del Bene contro il Male in grado di tramutare timori e furore ideologico in un’investitura per governare con pieni poteri. Senza quindi un partito, ma con alle spalle un impero mediatico-imprenditoriale, Berlusconi vince le elezioni del ‘94 con al seguito un nutrito gruppo di collaboratori che possiamo ben definire, a vario titolo, suoi dipendenti. Dipendenti nella vita d’azienda, dipendenti nella vita politica. Inizia l’era dei nominati al servizio dei padroni delle liste. Ovviamente, a pagare duramente le spese del “nuovo” furono le espressioni politiche collocate al di fuori della contrapposizione bipolare. Per molti elettori ci fu un amaro risveglio: con l’introduzione dei collegi uninominali scoprirono di avere in buona parte perso il diritto ad essere rappresentati in Parlamento. Vittime illustri della quota maggioritaria, oltre 6 milioni di elettori del Patto per l’Italia che, con soli 4 collegi uninominali conquistati alla Camera, poterono solo constatare di essersi recati inutilmente alle urne. Non fosse stato per i 29 seggi ottenuti con la quota proporzionale, avrebbero contato meno di un partitino all’1% della Prima Repubblica.
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Elezioni Politiche 1994 (fonte: wikipedia.org)
Camera dei Deputati – Quota maggioritaria
|
|
|
Polo delle
Libertà
|
Polo del buon
governo
|
Alleanza
Nazionale
(solo nel nord)
|
Totale
Cx-Dx
|
|
Voti
|
8.767.720
|
5.732.890
|
2.566.848
|
17.067.458
|
|
%
|
22,77%
|
14,89%
|
6,66%
|
44,32%
|
|
Seggi
|
164
|
129
|
8
|
301
|
|
% Seggi su 475
|
34,52%
|
27,15%
|
1,68%
|
63,36%
|
|
%Seggi - %Voti
|
+ 11,75%
|
+ 12,26
|
- 4,98%
|
+ 19,04%
|
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Elezioni Politiche 1994 (fonte: wikipedia.org)
Camera dei Deputati – Quota maggioritaria
|
|
|
Progressisti
|
Patto per l’Italia
|
Progressisti +
Patto per l’Italia
|
|
Voti
|
12.632.680
|
6.019.038
|
18.651.718
|
|
%
|
32,81%
|
15,63%
|
48,44
|
|
Seggi
|
164
|
4
|
168
|
|
% Seggi su 475
|
34,52%
|
0,84%
|
35,36%
|
|
%Seggi - %Voti
|
+ 1,71%
|
- 14,79%
|
-13,08%
|
Altro aspetto che il confronto dei dati mette in evidenza, il diverso valore dei voti sulla base della loro distribuzione sull’intero territorio, in modo particolare in presenza di formazioni politiche radicate in specifiche realtà locali e in presenza di una terza forza politica in grado di conquistare un buon numero di voti come fu per il Patto per l’Italia. Avendo creato due alleanze ad hoc, una per il centro sud ed una per il Nord per evitare di lacerare l’elettorato, vista l’evidente difficoltà di far conciliare quelle che allora erano le posizioni di AN e Lega, Berlusconi riuscì ad ottenere il massimo da entrambe, e ciò si evidenzia facilmente mettendo a confronto il risultato delle singole coalizioni in riferimento alla dimensione nazionale. Le coalizioni il Polo delle Libertà e il Polo del buon Governo vanno infatti intese come due liste separate che non sommano i propri voti ai fini dell’assegnazione dei seggi. Prese singolarmente, per il contributo individuale di seggi che ognuna di esse riuscì a conquistare, e in ipotesi una delle due avrebbe potuto ottenere risultati insoddisfacenti, i 5,7 milioni di voti del Polo del buon Governo valgono 32 volte di più dei 6 milioni di voti del Patto per l’Italia; e sono sufficienti gli 8,7 milioni di voti conquistati nel nord per ottenere lo stesso numero di seggi vinti dai Progressisti in tutta Italia con 12,6 milioni di voti. In altre parole, con il maggioritario dei collegi uninominali la distribuzione del voto diventa importante quanto la necessità di ottenere consensi, in modo particolare in presenza di più liste di peso. Pochi ma buoni, si potrebbe commentare con una battuta.Un aspetto, questo, che risulterà più evidente analizzando i risultati delle elezioni politiche del 1996, quando la Lega Nord si presentò da sola.
Per concludere, se fosse dipeso dalla sola quota maggioritaria, alla Camera dei Deputati il Governo Berlusconi avrebbe potuto vantare una maggioranza parlamentare forte del 63,3% dei seggi. Un premio di maggioranza, quindi, di ben il 19%. Ma anche tenendo conto del piccolo riequilibrio operato dalla quota proporzionale e dal meccanismo dello scorporo, la prima volta del Mattarellum finì per assegnare il 58% dei seggi della Camera alle due coalizioni vincenti facenti capo a Berlusconi.
Decisamente meno bene le cose al Senato, e questo nonostante l’alto numero di seggi conquistati dalle due coalizioni di centrodestra in confronto ai voti realmente conseguiti. Con un risultato complessivo per nulla eccezionale, il 33,6% dei voti, le coalizioni di Berlusconi, nonostante una buona parte dei voti sia andata dispersa per effetto della volontà di AN di presentare propri candidati nel nord, riescono a vincere nel 55% dei collegi uninominali; confermando così il principio che per prevalere nella quota maggioritaria dei collegi ciò che conta è avere i voti giusti al posto giusto. Il regalo, però, non si rivelerà sufficiente per sostenere il riequilibrio operato dalla quota proporzionale. Per il maggiore intervento determinato dallo scorporo totale dei voti ottenuti nei collegi vincenti, il 64% dei seggi assegnati attraverso il recupero proporzionale finirà nelle mani della futura opposizione. Un 5% in più se confrontato con la percentuale di seggi ottenuti con la quota proporzionale alla Camera dalle stesse forze politiche. Pochi seggi. Sufficienti, però, per spaccare in due il Senato.
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Mutamento del quadro politico-istituzionale
“Ma qui non siamo nella democrazia delle alternanze che volevamo noi referendari. Siamo in una Repubblica a conduzione familiar aziendale”. Con questa risposta a Paolo Franchi del Corriere, Occhetto fugò ogni dubbio circa l’approssimazione con la quale un bel nutrito gruppo di apprendisti stregoni era riuscito a consegnare il Paese a Berlusconi. Senza essersi posti, prima, la più banale delle domande, “che succede se vincono gli altri? E che altri?”, le forze politiche che rappresentavano il 60% degli elettori, ma rimaste minoranza parlamentare, scoprirono l’insorgere di un vero e proprio allarme democratico. Segni, paventando il “pericolo per l’essenza della democrazia”, si rivolse al Presidente Scalfaro per chiedergli di non affidare l’incarico di Presidente del Consiglio a Berlusconi, a chi, cioè, secondo il principio ripetuto sino alla noia dai sostenitori del maggioritario, Segni in testa, era stato scelto direttamente dagli elettori per governare. Per alcuni giorni, in effetti, la questione del conflitto di interessi sembrò poter divenire d’ostacolo alla marcia trionfale di Berlusconi verso Palazzo Chigi e venne sollevata anche da Bossi. Il problema con l’alleato verrà però superato con l’assegnazione del Ministero degli Interni a Maroni.
Secondo prassi costituzionale, il Presidente Scalfaro avviò le consultazioni in un clima rovente. Per la vulgata maggioritaria si trattava solo di adempiere a delle mere formalità residuali da Prima Repubblica, in quanto il Governo era già stato scelto dagli elettori e non poteva esservi alcuna alternativa a Berlusconi. Non era proprio così, come ben presto emerse dalle prime tensioni interne alle due coalizioni di centrodestra. Sia sotto il profilo formale che sostanziale, inoltre, si poteva ben sostenere che non si era in presenza di un vero vincitore, visto che nessuna forza politica o coalizione omogenea aveva conquistato la maggioranza dei seggi. Miracolo del maggioritario dei collegi uninominali, c’era stata soltanto un’applicazione spregiudicata della legge elettorale che aveva permesso a due diverse coalizioni di non far vincere “gli altri”. Dettaglio di non poco conto quando arriverà il momento di valutare il comportamento e le scelte delle forze politiche in occasione della crisi di Governo. Sarà in ogni caso lo stesso Berlusconi a dover ammettere che ci sarebbero stati tempi più lunghi del previsto per la formazione della squadra di Governo. Appena 9 mesi di legislatura e ci si trovò di fronte ad una vera e propria crisi istituzionale. Il primo Governo dell’era maggioritaria ebbe infatti vita breve e la palla tornò al Presidente Scalfaro. Ancora una volta, però, per i sostenitori della logica maggioritaria la strada da prendere era una soltanto. Lo spirito incarnato dalla nuova legge elettorale bastava ed avanzava per regolare il cosa fare in occasione del venir meno della maggioranza di Governo scelta direttamente dagli elettori. Il Presidente della Repubblica era quindi obbligato a sciogliere le Camere ed indire nuove elezioni. Dopo le dimissioni di Berlusconi il Presidente Scalfaro diede invece l’avvio ai colloqui per verificare la possibilità di formare un nuovo Governo: per l’impianto costituzionale la sovranità era esercitata dal Parlamento e non era possibile fissare vincoli di mandato non previsti dalla Costituzione. Forza Italia e AN gridarono al golpe e il panorama politico italiano si arricchì di un nuovo termine: ribaltone.
In un quadro istituzionale per il quale la legge elettorale era sì stata cambiata, ma la Costituzione no, si aprì una discussione intorno a quale “Costituzione materiale” si fosse come per magia materializzata e alla necessità di un Governo di transizione che risolvesse le urgenze e che, come da più parti veniva richiesto, da Bossi al referendario Segni, intervenisse per riformare il sistema dei pesi e contrappesi.
Nel discorso di fine anno il presidente Scalfaro ribadì i suoi punti fermi di riferimento e gli obblighi ai quali si sarebbe attenuto:
“Il primo punto fermo è una bussola sicura che ci indica la strada da seguire, a garanzia di tutti, ed è la Carta Costituzionale, che, fino a quando non sarà legittimamente modificata, è viva! E impegna tutti ad applicarla fedelmente e totalmente. … Altro riferimento, che io tengo davanti doverosamente e convintamente, è il risultato elettorale del marzo scorso. Risultato della libera volontà popolare così come espressa dalle urne. Allora, Costituzione e risultato elettorale. Risultato elettorale dal quale poi in Parlamento si è costituita una maggioranza, e quindi un governo, maggioranza che ora è venuta meno e ha costretto l’apertura della crisi. Siamo politicamente ad una svolta. Siamo ad un bivio importante. Occorre prendere una strada. … Allora, da una parte, c’è la proposta del Presidente del Consiglio e, dall’altra, non c’è una tesi o una proposta del Capo dello Stato, ma c’è la volontà del Parlamento, che il Capo dello Stato deve raccogliere e deve registrare.” Fu così che la volontà del Parlamento e l’esigenza di tener conto del risultato elettorale partorirono la formula del Governo tecnico. Con 270 astenuti appartenenti alla ex-maggioranza, 39 voti contrari di Rifondazione Comunista e 302 favorevoli, il 25 gennaio 1995 si concluse alla Camera lo scontro istituzionale che portò alla Presidenza del Consiglio Lamberto Dini, già Ministro del Tesoro del precedente Governo Berlusconi e da quest’ultimo indicato a Scalfaro come suo successore non sgradito.
***
I modi con i quali era stata risolta la crisi del Governo Berlusconi, pur nella divisione degli schieramenti sull’obbligo o meno di sciogliere immediatamente le Camere, sancirono la sostanziale adesione al principio che le elezioni del 27 marzo 1994 avevano espresso la chiara volontà degli elettori. Il che ha del bizzarro se ripensiamo al trucco con il quale Berlusconi era riuscito ad ottenere sì la sconfitta del centrosinistra, ma non certo l’affermazione di un programma di Governo. Cosa avevano infatti votato gli elettori al nord? E cosa avevano votato nel centro-sud? È sufficiente ricordare alcuni scambi di cortesie tra Bossi e Fini a ridosso delle elezioni per comprendere che il 27 marzo 1994 è successo ben altro di quanto sostenuto da Fini e Berlusconi e sostanzialmente avallato con la soluzione trovata da Scalfaro circa la volontà realmente espressa dagli elettori.
Fini, 8 febbraio: “Escludo un accordo programmatico con Forza Italia per la concomitante presenza antinazionale della Lega nord”.
Bossi, 11 febbraio: “Berlusconi ha firmato un accordo con il Movimento sociale. Non è un’intesa politica né di programma. E’ solo un accordo al Centro-sud, per battere la sinistra. Quelli lì, per noi, restano fascisti: li spazzeremo via”.
Fini, 5 marzo: “Non sono alleato di Bossi. Stiamo dalla stessa parte? Anche il Milan e il Genoa giocano nello stesso campionato, ma sono due cose diverse. In tutti i collegi uninominali del Nord ci sono i candidati di An contro i candidati della Lega e in alcuni casi contro i candidati di Forza Italia”.
Bossi, 7 marzo: “Se voi mi dite Berlusconi presidente del Consiglio, io vi dico di no. Non ci sarà un presidente del Consiglio della P2”.
Alla luce, quindi, di un inesistente programma di governo, per bocca degli stessi leader che avrebbero poi vinto le elezioni, quale significato dare al voto del 27 marzo 1994? La questione non è di poco conto, in quanto si tratta di stabilire quale livello di sovranità può essere in effetti espresso dagli elettori attraverso i meccanismi elettorali di tipo maggioritario. Per essere chiari: gli elettori hanno sul serio la possibilità di votare per un preciso programma di Governo, o la cosa è più teorica che pratica, come avrà modo di evidenziare il professor Sartori durante l’undicesima seduta della Commissione Bicamerale? “Con tutto il rispetto, mi chiedo quante cose voti un povero elettore, quante volontà esprima e come si faccia a sapere quale abbia espresso. Il voto è per un partito, per un programma, quello dell’Ulivo ha cento punti: per quale di questi cento punti ha votato l’elettore? Non esageriamo con la tesi per la quale il popolo ha espresso una certa volontà: ...”
A ciò occorre aggiungere e ribadire proprio quanto messo in evidenza dal risultato elettorale del 1994: una contrapposizione bipolare che vide parte dell’elettorato sostenere due coalizioni non omogenee con il solo scopo di impedire la vittoria della sinistra. Una conquista del consenso per lo più dovuta ai timori innescati da una legge elettorale in grado di regalare un’ampia maggioranza parlamentare ad una minoranza.
Per concludere, vi è più di una ragione per poter legittimamente sostenere l’infondatezza del principio che venne in ogni caso applicato per risolvere la crisi a seguito della caduta del Governo Berlusconi. La forzatura di voto operata dal meccanismo elettorale, il programma di Governo che gli elettori non avevano votato in quanto inesistente, la constatazione, infine, che anche se maggioranza parlamentare le due coalizioni di centrodestra non rappresentavano l’effettiva maggioranza degli elettori, erano tutti elementi che stavano a dimostrare come fosse stato arbitrario porre sullo stesso piano i principi e le regole fissate dalla Costituzione con la presunta volontà espressa dagli elettori che derivava dall’innovazione introdotta dalla legge elettorale maggioritaria. Tra tutte le soluzioni possibili, quella concordata del Governo tecnico fu quindi la peggiore. Per l’esercizio della sovranità che la Costituzione affida al Parlamento, non vi erano più forze politiche chiamate a rispondere delle proprie scelte per quanto di lì a breve il Governo Dini avrebbe realizzato. Non si era infatti di fronte ad una “maggioranza politica parlamentare alternativa a quella che si era formata dopo le elezioni”, e il Governo Dini non era di nessuno, tanto meno del PDS, come si preoccupò di sottolineare bene D’Alema.
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La seconda volta del Mattarellum
Le elezioni del 1996 segnano l’assenza di una forza di centro autonoma. Il Partito Popolare e il Patto Segni (Patto per l’Italia alle precedenti elezioni), lasciano il passo a tre formazioni che saranno presenti con un proprio simbolo solo nella quota proporzionale per la Camera. In coincidenza con la scomparsa dei simboli di centro nella contesa maggioritaria, c’è da registrare un aumento considerevole dei seggi conquistati dalle forze politiche non più in grado di sostenere, da soli, la competizione elettorale maggioritaria. I Popolari e Rinnovamento Italiano, alleati con il PDS, riuscirono entrambi a costituire un proprio gruppo parlamentare per un totale di 93 deputati, 81 dei quali eletti nella lista dell’Ulivo per i collegi uninominali.
Sparito il terzo incomodo del centro, la sfida bipolare verrà però lo stesso influenzata dalla presenza di una terza forza in grado di raccogliere oltre il 10% dei consensi: la Lega Nord. L’alta concentrazione di voti nella sola area del nord, permetterà alla Lega di raggiungere un risultato di tutto rispetto, con la vittoria in ben 39 collegi per la sola Camera, confermando ciò che era stato possibile intuire dai risultati del 1994. Con il sistema maggioritario basato sui collegi uninominali, la distribuzione dei voti svolge una parte determinante ai fini della definizione della rappresentanza parlamentare, permettendo così ad alcuni elettori di contare molto più di altri, esaltando le dimensioni politiche localistiche a danno delle espressioni politiche a carattere unitario. Un aspetto della questione che dovrebbe far riflettere e che spiega l’accelerazione verso le istanze leghiste, e cioè un federalismo di tipo competitivo come quello che verrà realizzato dal centro-sinistra con la modifica del Titolo V nel 1998.
Un’ultima annotazione, infine, prima di lasciare la parola ai numeri. A parti invertite, fu il centro-sinistra a trovare il modo, attraverso gli accordi di desistenza, per far coalizzare forze politiche con differenze programmatiche in quel momento inconciliabili. L’Ulivo e Rifondazione stipularono un accordo elettorale per non presentare candidati in contrapposizione. Rifondazione presentò così propri candidati soltanto in un numero limitato di collegi con il simbolo “Progressisti”. In alcune aree vennero inoltre formate specifiche coalizioni.
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Elezioni Politiche 1996 (fonte: elezionistorico.interno.it)
Camera dei Deputati – Quota maggioritaria
|
|
|
L’Ulivo
|
Ulivo-Lega Aut.Veneta
|
L’Ulivo-Ps
d’Az.
|
Progressisti
(1996)*
|
Totale
Cx-Sx
|
|
Voti
|
14.447.548
|
997.534
|
269.047
|
982.505
|
16.696.634
|
|
%
|
38,54%
|
2,66%
|
0,72%
|
2,62%
|
44,54%
|
|
Seggi
|
228
|
14
|
4
|
15
|
261
|
|
% Seggi su 475
|
48%
|
2,94%
|
0,84%
|
3,15%
|
54,94%
|
|
%Seggi - %Voti
|
+ 9,46%
|
+ 0,28%
|
+ 0,12%
|
+ 1,2%
|
+ 10,4%
|
|
* Simbolo utilizzato da Rif. Comunista per gli accordi di desistenza con l’Ulivo
|
|
Elezioni Politiche 1996 (fonte: elezionistorico.interno.it)
Camera dei Deputati – Quota maggioritaria
|
|
|
Polo per le
Libertà
|
Lega Nord
|
SVP
|
Altri*
|
Polo+Lega
|
|
Voti
|
15.027.030
|
4.038.239
|
156.708
|
153.130
|
19.065.269
|
|
%
|
40,09%
|
10,77%
|
0,42%
|
0,41%
|
50,86%
|
|
Seggi
|
169
|
39
|
3
|
3
|
208
|
|
% Seggi su 475
|
35,57%
|
8,21%
|
0,63%
|
0,63%
|
43,78%
|
|
%Seggi - %Voti
|
- 4,52%
|
- 2,56%
|
+ 0,21%
|
+ 0,21%
|
- 7,08%
|
|
* Solo liste che hanno ottenuto seggi
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Dalla lettura dei dati, emergono delle differenze sostanziali con quanto accaduto nelle precedenti elezioni. Diversamente dal 1994, infatti, nonostante l’impressionante similitudine di risultati, l’Ulivo ottiene un differenziale di premio in seggi, rispetto ai voti effettivamente conseguiti, di poco superiore al 10%. Sarà per questo motivo che alla Camera, dopo il riequilibrio operato dalla quota maggioritaria, il Governo Prodi potrà contare su una maggioranza di pochi voti, rendendosi per altro decisivi per la sua sopravvivenza anche i seggi di Rifondazione Comunista. Potrà invece contare su una maggioranza autosufficiente al Senato. Ma ancora una volta è meglio lasciare la parola alla fredda verità dei numeri.
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|
Camera Uninominale
Vincente 1994
|
Camera Uninominale
Vincente 1996
|
Camera Uninominale
Terzo incomodo 1994
|
Camera Uninominale
Terzo incomodo 1996
|
|
|
Totale
Cx-Dx
|
Totale
Cx-Sx
|
Patto per l’Italia
|
Lega Nord
|
|
Voti
|
17.067.458
|
16.696.634
|
6.019.038
|
4.038.239
|
|
%
|
44,32%
|
44,54%
|
15,63%
|
10,77%
|
|
Seggi
|
301
|
261
|
4
|
39
|
|
% Seggi
su 475
|
63,36%
|
54,94%
|
0,84%
|
8,21%
|
|
%Seggi -
%Voti
|
+ 19,04%
|
+ 10,4%
|
- 14,79%
|
- 2,56%
|
Come si può facilmente constatare, siamo di fronte a risultati così lontani tra loro, in termini di assegnazione dei seggi, che vuoi per la diversità delle coalizioni, vuoi per la diversa distribuzione dei voti, vuoi per la presenza di terzi incomodi, una volta a carattere nazionale, un’altra a carattere regionale, vuoi per tutta una serie di motivi che di volta in volta andrebbero considerati, di sicuro c’è solo che gli elettori potrebbero ben dire di aver partecipato ad una sorta di lotteria. Ed è per adeguare la Costituzione a questa lotteria che subito dopo le elezioni verrà costituita la Commissione Bicamerale per le Riforme presieduta da D’Alema. Ma questo è un altro capitolo che fa parte di un altro racconto.
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L’ultima volta del Mattarellum - Le liste civetta e l’elezione diretta del Premier
Nel 2001, approfittando degli effetti della nuova legge elettorale maggioritaria, sia la Casa delle Libertà che l’Ulivo si presentano agli elettori con un simbolo con il quale veniva di fatto estorta agli elettori l’indicazione del futuro Capo del Governo. Con un comportamento bipartisan e senza aver cambiato una riga della Costituzione, di colpo veniva meno un altro dei pilastri del sistema parlamentare. Il potere di nomina del Presidente del Consiglio passava così dalle mani del Presidente della Repubblica ed il confronto tra le forze politiche rappresentate in Parlamento direttamente nelle mani delle segreterie di partito e gli accordi stipulati prima delle elezioni, il tutto da sottoporre ad un corpo elettorale che non avrebbe avuto altra scelta che subire il meccanismo imposto dalle due minoranze meglio organizzate. Certo, c’era anche la possibilità di rimanere a casa ... Insomma, liberi di scegliere se aderire o no al nuovo corso imposto dalle forze maggiori.
Altro comportamento adottato da entrambi gli schieramenti, l’uso delle Liste civetta per aggirare le norme sullo scorporo. Nel riequilibrio operato da questo meccanismo, nell’ambito della quota proporzionale alla Camera, alle liste collegate con i candidati uninominali vincenti veniva sottratto il numero di voti che erano risultati necessari per vincere nei collegi. I partiti minori potevano così godere di un piccolo vantaggio nella ripartizione dei seggi assegnati con la quota proporzionale. Si trattava di pochi seggi, importantissimi per chi non aveva alcuna possibilità di vincere nei collegi, sostanzialmente ininfluenti ai fini della vittoria finale di uno dei due schieramenti maggiori. Ma fatta la legge, trovato l’inganno. Fu così, quindi, che l’Ulivo e la Casa della Libertà pensarono bene di collegare buona parte dei candidati, da loro presentati con il simbolo di coalizione nei collegi uninominali, a delle liste elettorali per il proporzionale che gli elettori non avrebbero mai votato, in quanto totalmente sconosciute e con denominazioni che non lasciavano capire l’effettiva provenienza. In questo modo, i voti ottenuti per vincere nei collegi non sarebbero stati sottratti ai partiti di effettiva provenienza dei candidati uninominali, bensì a delle liste fantasma e senza voti.
I richiami del Presidente Ciampi, per un comportamento rispettoso dello spirito della legge elettorale, caddero nel vuoto. L’Ulivo rifiutò anche un patto di desistenza con Di Pietro, che si era reso disponibile a non presentare propri candidati in un certo numero di collegi laddove l’Ulivo non avesse fatto ricorso alle liste civetta. Con il senno del poi, e considerato il favore che Rifondazione Comunista fece all’Ulivo, non presentando candidati nei collegi uninominali per la Camera, le elezioni del 2001 avrebbero potuto avere ben altro esito. Il centrodestra, infatti, ottenne il 45,57% dei voti; L’Ulivo il 43,15%; la Lista Di Pietro il 4%.
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Elezioni Politiche 2001 (fonte: elezionistorico.interno.it)
Camera dei Deputati – Quota maggioritaria
|
|
|
Casa delle
Libertà
|
l’Ulivo
|
SVP
SVP-l’Ulivo
|
Lista
Di Pietro
|
Democrazia
Europea
|
|
Voti
|
16.915.513
|
16.019.388
|
364.291
|
1.487.287
|
1.310.119
|
|
%
|
45,57%
|
43,15%
|
0,98%
|
4,01%
|
3,53%
|
|
Seggi
|
282
|
183
|
8
|
-
|
-
|
|
% Seggi
su 475
|
59,36%
|
38,52%
|
1,68%
|
-
|
-
|
|
%Seggi -
%Voti
|
+ 13,79%
|
- 4,63%
|
+ 0,7%
|
- 4,01%
|
- 3,53%
|
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- Pur in assenza di accordo elettorale con l’Ulivo, per evitare di disperdere i propri voti a vantaggio del centrodestra, Rifondazione Comunista non presentò candidati.
- Altri seggi: 1 “Con Illy per Trieste”; 1 “Valle d’Aoste”.
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Con un po’ di lungimiranza e onestà in più da parte dell’Ulivo, i consensi complessivamente ottenuti dal centro-sinistra avrebbero potuto impedire o ridurre fortemente la vittoria del centrodestra. Così non fu e dalla quota maggioritaria la Casa delle Libertà riuscì ad ottenere un premio in seggi di circa il 14%. Un margine che gli consentirà di mantenere una solida maggioranza nonostante il pasticcio fatto con le liste civetta. Non avendo fatto bene i conti, in alcune circoscrizioni Forza Italia si vide assegnare, nella quota proporzionale, più seggi dei candidati a disposizione. Per il meccanismo, quindi, che potremmo sintetizzare con la formula “chi viene dopo?”, la redistribuzione dei seggi in eccesso alle altre liste avrebbe finito per comportare l’assegnazione di alcuni di questi seggi anche ai partiti di centro-sinistra. Ci vorrà più di un anno ed uno sciopero della fame di Pannella per far decidere alla Camera il congelamento di ben 13 seggi vacanti. Secondo i calcoli di Giuseppe Calderisi, senza le liste civetta la Casa delle Libertà avrebbe perso in tutto solo 7 seggi.
Come per la Camera, anche i numeri del voto del Senato confermeranno che il centrodestra poteva essere battuto. Ma al di là delle considerazioni di tipo politico circa le possibili alleanze che il centro-sinistra avrebbe potuto mettere in campo per contrastare al meglio la rinnovata alleanza tra Forza Italia, AN e Lega Nord, c’è da registrare un premio di seggi, per la quota maggioritaria, di ben 23 punti percentuali; un 13% finale dopo il riequilibrio operato dal recupero proporzionale.
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Elezioni Politiche 2001 (fonte: wikipedia.org)
Senato della Repubblica – quota maggioritaria
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|
|
Casa delle
Libertà
|
l’Ulivo
|
Rifond.
Comunista
|
Lista
Di Pietro
|
Democrazia
Europea
|
|
Voti
|
14.406.519
|
13.106.860
|
1.708.707
|
1.487.287
|
1.310.119
|
|
%
|
42,53%
|
38,70%
|
5,04%
|
4,01%
|
3,53%
|
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Seggi quota
magg.
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152
|
74
|
-
|
-
|
-
|
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% Seggi su 232
|
65,52%
|
31,9%
|
-
|
-
|
-
|
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%Seggi - %Voti
|
+ 22,99%
|
- 6,8%
|
- 5,04%
|
- 4,01%
|
- 3,53%
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Elezioni Politiche 2001 (fonte: wikipedia.org)
Senato della Repubblica
|
|
|
Casa delle
Libertà
|
l’Ulivo
|
Rifond.
Comunista
|
Lista
Di Pietro
|
Democrazia
Europea
|
|
Totale Seggi
|
176
|
125
|
4
|
1
|
2
|
|
%Totale Seggi
|
55,87%
|
39,68%
|
1,27%
|
0,32
|
0,63%
|
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%Totale Seggi
-
%Voti
|
+ 13,34%
|
+ 0,98
|
- 3,77
|
- 3,69%
|
- 2,9%
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- Altri seggi: 3 SVP-L’Ulivo; 2 Südtiroler Volkspartei; 1 “Valle d’Aoste”.
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