08 | 12 | 2019

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Riforme Istituzionali: Rassegna Stampa 2007

La bussola moderna della nostra Costituzione

di Stefano Rodotà
Repubblica

Vi è un’aria di riscoperta della Costituzione che assomiglia sempre di più ad una riconquista. Lontani i tempi dell’"inattuazione" o del "disgelo" o dell’"arco" costituzionale, che facevano apparire quel testo come un affare di politici e di specialisti, gli articoli della Costituzione si stanno rivelando uno strumento potente per affrontare e risolvere problemi difficili dell’organizzazione sociale, della stessa vita quotidiana. Una riscoperta "dal basso", si potrebbe dire.
  Gli esempi sono davanti a noi. Un commento di Adriano Sofri sul proscioglimento dell’anestesista del caso Welby è stato giustamente presentato su questo giornale con il titolo "Quel semplice articolo della nostra Costituzione", che è poi quello che, riconoscendo il diritto alla salute, vieta di imporre trattamenti che contrastano "con il rispetto della persona umana", consentendo così a ciascuno di noi di fare liberamente le proprie scelte di vita. La Corte di Cassazione, riprendendo indicazioni della Corte costituzionale, ha appena ribadito che il diritto alla identità sessuale è fondato sull’articolo 2, che tutela la libera costruzione della personalità. Nella discussione sulle coppie di fatto è sempre l’articolo 2 a ricordarci che devono essere tutelati i diritti derivanti dal far parte di una "formazione sociale".
Sono soltanto gli ultimi casi che, insieme a molti altri, smentiscono la tesi di una Costituzione invecchiata anche nella sua prima parte. È vero il contrario. La Costituzione si conferma "presbite", capace di guardare lontano, secondo la felice definizione di Piero Calamandrei, tanto che sono proprio i problemi posti dai mutamenti culturali e dalle novità tecnologiche a trovare risposte nelle norme costituzionali, senza che sia sempre necessario ricorrere a nuove leggi. E lo fa con la forza dei valori in essa riconosciuti, smentendo in tal modo anche la tesi di una società svuotata di riferimenti forti, prigioniera ormai di una deriva "relativistica".
    Ma ci sono anche altre conferme dell’attualità del modello costituzionale italiano.
Analizzando qualche settimana fa i problemi delle identità nazionali e dell’integrazione, Jean-Paul Fitoussi così scriveva sempre su questo giornale. «L’uguaglianza di fronte alla legge è certamente un principio essenziale, ma debole; che andrebbe quindi completato con una concezione più esigente dell’uguaglianza, grazie a un impegno della repubblica proporzionale all’entità dell’handicap di ogni suo cittadino, per liberarlo dal peso della sua condizione iniziale». Ma questo è esattamente lo schema che si ritrova nell’articolo 3 della Costituzione che, ribadito il principio dell’eguaglianza formale, lo integra appunto con l’obbligo della Repubblica di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Un’indicazione, questa, particolarmente importante per cogliere la dimensione complessiva dell’eguaglianza, non riducibile alla parità delle condizioni di partenza. Proprio le innovazioni scientifiche e tecnologiche impongono la considerazione dell’eguaglianza come "risultato". Ad esempio, per garantire effettivamente l’accesso alle cure e ai farmaci, l’accesso alla conoscenza reso possibile da Internet non basta affermare in astratto il pari diritto di ciascuno, se poi le condizioni materiali e culturali creano condizioni di disuguaglianza e di esclusione.
    La Costituzione rivela così una specifica virtù. Obbliga a fissare lo sguardo su un orizzonte largo, a valutare l’intero contesto in cui si collocano le questioni da affrontare. A qualcuno, tuttavia, questo contesto appare monco, amputato da una adeguata considerazione del mercato e della concorrenza, che meriterebbero una più adeguata "dignità costituzionale". Ma è davvero così?
   La libertà dell’iniziativa economica privata è affermata esplicitamente in apertura dell’articolo 41, e questa formulazione dovrebbe essere ritenuta soddisfacente da chi vuole che il mercato abbia un suo spazio costituzionale. Certo, quell’articolo afferma poi che l’iniziativa economica non può svolgersi in contrasto con la sicurezza, la libertà, la dignità umana: e qualche avventato riformatore ha proposto di riscriverlo eliminando ogni vincolo o limite all’attività d’impresa. Ma i nuovi interventi legislativi sollecitati dal dramma delle morti sul lavoro confermano l’attualità e l’essenzialità, dunque l’ineliminabilità, del riferimento alla sicurezza. E il limite rappresentato dal rispetto della dignità è un segno ulteriore della lungimiranza della Costituzione. Due anni fa la Corte di giustizia delle Comunità europee, un organo certo non sospetto di ostilità al mercato, ha adottato proprio la linea indicata dall’articolo 41 fin dal 1948, affermando che il principio di dignità deve essere sempre tenuto presente nel valutare la legittimità delle attività economiche.
   Ancora. La vita quotidiana ci parla del precariato, che ha appena sollecitato l’attenzione del Presidente della Repubblica, e dei problemi della famiglia, tante volte sollevati dalle diverse forze politiche. Ricordiamo, allora che l’articolo 36 stabilisce che la retribuzione deve garantire al lavoratore ed alla sua famiglia «una esistenza libera e dignitosa». Questa norma è già servita per respingere la tesi di chi pretendeva che la legittima misura della retribuzione fosse solo quella che si limitava a garantire la mera sopravvivenza del lavoratore. Oggi ci ricorda che nessuna esigenza produttiva può giustificare la miseria salariale alla quale sono costretti tanti lavoratori; e che le tanto invocate politiche della famiglia non possono consistere solo in interventi pubblici, ma esigono pari attenzione per il modo in cui si configurano concretamente i rapporti tra dipendenti e datori di lavoro.
    Questa lettura della Costituzione non serve soltanto per sottolineare l’attualità della sua prima parte (altra questione è la buona "manutenzione" della seconda parte). Ne conferma la vitalità nelle aree più sensibili della vita sociale, nelle materie in cui più acute si manifestano le esigenze individuali. Una progressiva e crescente vicinanza della Costituzione ai cittadini può divenire una via per riconciliarli con le istituzioni. Una impresa che sembra troppo spesso disperata, ma che non può essere abbandonata, a meno che non ci si voglia rassegnare ad una definitiva regressione culturale e politica, ignorando anche la nuova penetrazione nella società dei principi costituzionali.
   Ma l’auspicabile consapevolezza culturale e politica esige un’attenzione intensa per un’ interpretazione della Costituzione che ne utilizzi le potenzialità per dare risposte alle nuove domande ininterrottamente poste dalle diverse dinamiche che percorrono la società. Che cosa diventa la libertà di circolazione in un mondo sempre più videosorvegliato? La libertà di comunicazione quando si conservano tracce di ogni nostro contatto elettronico? La libertà di manifestazione del pensiero nell’era di Internet? La libertà personale quando si moltiplicano le forme di controllo del corpo? E bisogna guardare alla conoscenza come bene comune, alla Rete come il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto, ai nuovi intrecci tra genetica e costruzione del corpo, alla questione ambientale che in Italia fu possibile affrontare proprio partendo dalle norme costituzionali su paesaggio e salute.
   Questioni ineludibili. Se libertà e diritti non vengono considerati nel nuovo ambiente tecnologico, si rischia una drammatica riduzione delle garanzie costituzionali. Le capacità prospettica della Costituzione deve essere utilizzata per mettere a punto una agenda dei diritti consapevole di un futuro che è già tra noi. L’annunciato rinnovamento della politica guarderà anche in questa direzione?