D'Alema: «Governo di transizione o il Pd andrà al voto con Udc e Fli»

Categoria: Rassegna Stampa 2010
Pubblicato Domenica, 28 Novembre 2010 14:23
ROMA (28 novembre) di Claudio Sardo da ilmessaggero.it
«Questa non è solo una crisi di governo: è una crisi di sistema» dice Massimo D'Alema. La normale alternanza tra destra e sinistra «rischia di essere una risposta debole, insufficiente». «Oggi c'è bisogno di un grande sforzo diresponsabilità nazionale, quasi un impegno di natura costituente».
Anche perché, aggiunge l'ex premier, la crisi finanziaria minaccia l'Europa e rischia di segnarne un drammatico declino.
 
La soluzione alla crisi politica sta, per D'Alema, nelle dimissioni di Berlusconi e nella nascita di un governo di transizione, sostenuto da tutte le forze di maggioranza e di opposizione disponibili. «Il Pd - assicura - è pronto ad assumersi questa responsabilità». E se Berlusconi dicesse no, portando l'Italia alle elezioni, allora lo schema «costituente» dovrebbe tradursi in una coalizione inedita, la più larga possibile, «riunita attorno ad un programma di salvezza nazionale». Una coalizione insomma che comprenda Pd, Udc e Fli.

Se il quadro è così drammatico perché non consentite al governo Berlusconi di andare avanti per un po'?

«Berlusconi è uno dei principali fattori di divisione, oltre che la ragione prima della perdita di credibilità internazionale del nostro Paese. È il solo che difende questa legge elettorale, definita una porcheria anche dai suoi. E continua ad avere un atteggiamento offensivo verso il Parlamento, come dimostra peraltro il rifiuto di presentarsi al Copasir. Questo governo ha diviso il centrodestra, figuriamoci se può aprire una collaborazione col centrosinistra. È oggettivamente un ostacolo a quell'impegno concorde di cui oggi c'è bisogno».

Visto che l'alternativa è tra la vita e la morte del governo, Berlusconi farà di tutto per vincere la partita del 14 dicembre almeno di un voto.
«Ma che vittoria sarebbe prevalere di un voto o due? Basta osservare dieci minuti i lavori della Camera per capire che il governo non ha più una maggioranza, che non può governare. Se il 14 dicembre ottenesse la fiducia, questo sarebbe il più grande fattore di instabilità. Anzi, sarebbe per Berlusconi il pretesto per chiedere le elezioni anticipate dopo le feste di Natale. È una linea politica irresponsabile, di fronte alla quale spero che emergano nel Pdl idee costruttive come quelle che Beppe Pisanu finora esprime quasi in solitudine».

La crisi economica non è un alibi per mascherare la vostra paura del voto? In un Paese normale, di fronte alla crisi di un governo, sarebbe l'opposizione a chiedere le elezioni.

«Il Pd non ha paura del voto. Considero le elezioni anticipate una prospettiva comunque migliore rispetto al mantenimento dello status quo. Ci sono però momenti in cui la politica dovrebbe essere capace di andare oltre l'interesse di parte. Questo è un passaggio molto difficile per l'Italia, come lo fu a metà degli anni '70 o nei primi anni '90. Non siamo davanti a una normale crisi di governo. Si è esaurita una stagione. C'è qualcosa che non funziona nel nostro bipolarismo: del resto anche noi pagammo a caro prezzo la difficoltà del governare in un sistema ormai in affanno. Dare vita oggi a un governo di transizione è un atto di responsabilità nazionale».

Berlusconi ribatte che un simile governo sarebbe un ribaltone illegittimo.
«Premesso che cambiare governo e presidente del Consiglio è sempre possibile in un sistema parlamentare, e che questa retorica populistica è una malattia grave che allontana l'Italia dalle altre democrazie occidentali, il nostro obiettivo non è affatto ribaltare la maggioranza parlamentare ma costruire una convergenza ampia su un programma di riforme necessarie. Più forte sarà la convergenza, più ampio il programma. Il governo di transizione può anche limitarsi a piccole modifiche alla legge elettorale: ad esempio introducendo due preferenze, una per un uomo, una per una donna, e facendo scattare il premio di maggioranza solo oltre il 45% dei consensi. Ma potrebbe anche fare di più: completare la transizione costituzionale, fare quella riforma della pubblica amministrazione senza la quale il federalismo non funzionerà mai, definire una seria riforma fiscale, modificare in modo condiviso il Welfare adeguandolo al nuovo mercato del lavoro».

Ma è realistico affrontare in chiave bipartisan temi così cruciali della battaglia politica?
«Sarà il confronto a determinare le possibili convergenze. Ma aprire una nuova stagione politica vuol dire costruire un nuovo patto tra cittadini e Stato: è riduttivo e un po' pericoloso parlare di Prima, Seconda, Terza Repubblica legando i cambiamenti alla sola legge elettorale. Peraltro, sul patto tra cittadini e Stato grava la minaccia della crisi che rischia di colpire l'Europa e ancor più l'Italia, che dell'Europa è il fanalino di coda».

Secondo lei siamo in una situazione che si può definire d'emergenza?
«Romano Prodi, al seminario del gruppo parlamentare del Pd, ha descritto con grande capacità e visione i cambiamenti globali e la posta in gioco per l'Europa. L'Ue si sta giocando l'ultima carta per restare un attore sulla scena mondiale. La crisi economica e finanziaria è un potente acceleratore dei processi. È il momento in cui siamo al bivio tra crescita della soggettività europea e progressiva marginalità. Anche l'Italia deve uscire dall'attuale insignificanza e tornare a giocare il suo ruolo storico di traino europeista. Un governo di responsabilità nazionale avrebbe questo obiettivo iscritto nella sua missione».

La soluzione più probabile resta il no di Berlusconi, di Pdl e Lega. Cosa fareste in caso di elezioni anticipate?
«Se Pdl e Lega diranno no, non per questo i problemi scompariranno. Al contrario, la fase elettorale aggiungerà inerzia al già lungo stallo governativo. E i rischi aumenteranno. Penso che le forze responsabili, disposte oggi a dar vita ad un governo di transizione, dovrebbero domani nel caso di elezioni anticipate dar vita ad una larga alleanza con un programma, a quel punto, di salvezza nazionale. Un programma di legislatura tra forze diverse, per rimettere in sesto le istituzioni e per rilanciare un Paese che ormai non cresce più. Sarebbe paradossale se una minoranza, raccolta attorno ad un Berlusconi indebolito e incattivito, battesse la maggioranza che vuole invece aprire una fase nuova. Sarebbe paradossale e molto pericoloso per il Paese».

Fini è uomo di centrodestra. Come può diventare alleato del Pd?
«Al termine di una legislatura costituente, speriamo in un bipolarismo diventato europeo e in un Paese che ha realizzato importanti riforme, si potranno misurare in una nuova competizione progetti di centrodestra e di centrosinistra».

Cosa risponde a Nichi Vendola che chiede di celebrare subito le primarie per rivitalizzare il popolo del centrosinistra?

«Sarebbe bello poter discutere con Vendola di politica e non solo di primarie. Che cosa pensa delle cose di cui abbiamo discusso fin qui? Non si possono confondere gli strumenti con le finalità dell'agire politico. Le primarie sono uno strumento molto bello, ma vengono dopo la definizione di uno schieramento e di un progetto politico. Come potrebbero venire prima? E comunque le primarie non possono essere trasformate in una sfida tra partiti: se il tema fosse sconfiggere il Pd e il suo gruppo dirigente, non ci sarebbe strada più democratica delle elezioni».

Ma lei vedrebbe Vendola alleato di quella coalizione costituente con Pd, Udc e Fli?

«Penso che una coalizione di quel tipo dovrebbe essere aperta a tutti coloro che ne condividono le ragioni e il programma».

La preoccupa la difficoltà odierna del Partito democratico e l'insofferenza del suo elettorato?

«C'è un malessere che nessuno di noi sottovaluta. C'è un effetto anche sul nostro elettorato della crisi di sistema. Ma il Pd non ha altra strada che definire con sempre maggiore chiarezza il proprio profilo e il proprio progetto. Bersani è un ottimo segretario, che sta mettendo grande energia in questo quadro di difficoltà. Bersani ha anche deciso di andare controcorrente, di sfidare il modello di leadership che Berlusconi ha imposto in questi vent'anni al Paese, anche al nostro campo. Quando dice non metterò il mio nome sulla scheda è esattamente il ribaltamento di quello schema che sta soffocando la politica».

Il Movimento democratico di Veltroni ha sostenuto ieri che il Pd sta male perché ha puntato tanto sulla politica delle alleanze e poco sull'originaria vocazione maggioritaria.

«Eviterei polemiche pretestuose. Qualcuno tra noi sosteneva che dialogare con l'Udc metteva in discussione l'identità stessa del partito: oggi quegli stessi dicono che se non ci alleiamo con l'Udc viene meno l'identità del Pd. Le alleanze non dipendono solo da noi. Da noi dipende invece il progetto e la proposta verso il Paese. E mi fa molto piacere che Veltroni e tutti i partecipanti all'assemblea dell'Eliseo siano d'accordo nel sostenere il governo di responsabilità nazionale e, dunque, anche ciò che ne conseguirà. È una convergenza importante dell'intero gruppo dirigente del Partito democratico come non si vedeva da tempo».