08 | 12 | 2019

Versione CMS del sito www.riforme.net - Per gli anni precedenti, sito aggiornato al 9 aprile 2014 causa problemi al database

Pd, il Piave dei “maggioritari”

Rudy Francesco Calvo - europaquotidiano.it

Un 2012 di riforme elettorali? Tra i dem rischia di riaprirsi una questione che sembrava risolta
 
C’è un punto sul quale il Partito democratico non può tornare indietro: la difesa del bipolarismo. Su questo, tutti i dem sembrano essere d’accordo. Ma c’è un punto sul quale il bipolarismo misura la propria efficienza e il proprio grado di rappresentanza del volere degli elettori: l’indicazione della maggioranza di governo e del candidato premier prima del voto.
Stando ad alcuni interventi di autorevoli dirigenti del Nazareno, su questo secondo aspetto rischia di riaprirsi nei prossimi mesi una discussione accesa nel partito. E se il dibattito sul mercato del lavoro e sul rapporto con il governo Monti è descritto da alcuni come lacerante per le fila democratiche (quando tale, è bene sottolinearlo, non è), sulla natura del bipolarismo rischia di giocarsi una partita determinante per la sopravvivenza stessa del Pd. O, almeno, del Pd per come lo conosciamo oggi.
Il nuovo anno porterà inevitabilmente con sé il riaprirsi del confronto sulle riforme istituzionali. E già le prime dichiarazioni in proposito segnano alcune novità interessanti. Dopo Gianfranco Fini, ad esempio, è un altro paladino del presidenzialismo come Walter Veltroni a frenare: «Considero i sistemi presidenziali, come quello americano o brasiliano, e semipresidenziali alla francese, altamente democratici – spiega in un’intervista all’Espresso in edicola oggi – Ma noi abbiamo alle spalle anni di berlusconismo. E finché ci saranno le scorie del populismo sarà difficile affrontare il tema come andrebbe fatto». In conclusione: «Rafforziamo i poteri del premier e l’autorevolezza delle camere. Poi si potrà parlare del resto. Ora sarebbe sbagliato farlo». Sul presidenzialismo, insomma, chi nel Pdl sperava di trovare una sponda nel centrosinistra (ci aveva provato Calderisi) rimarrà deluso.
Gli obiettivi da raggiungere attraverso un’eventuale riforma della seconda parte della Costituzione sono condivisi da tutto il Pd: superamento del bicameralismo, rafforzamento dei poteri del premier, centralità del parlamento in un rinnovato sistema di checks and balances. Lo conferma Gianclaudio Bressa, che detiene insieme a Luciano Violante il fascicolo “riforme” al Nazareno. Nel suo intervento pubblicato ieri su l’Unità, però, Bressa va oltre, associando alla riforma costituzionale la naturale necessità di una nuova legge elettorale, indipendentemente dal referendum.
In particolare, conferma la disponibilità già preannunciata da Dario Franceschini a discutere di un sistema proporzionale sul modello tedesco che – scrive Bressa – «con alcuni correttivi può funzionare». È questo il passaggio che determinerà la sopravvivenza e la natura del bipolarismo. La componente “maggioritaria” del Pd è disposta a discutere di una legge elettorale di stampo proporzionale solo a partire dal modello spagnolo, che associa un’elevata soglia di sbarramento implicita a un solido legame tra gli eletti e il territorio.
Entrambi gli effetti derivano da circoscrizioni molto piccole, che consentono una rappresentanza in parlamento anche a formazioni politiche non diffuse in tutto il territorio nazionale (il Partito nazionalista basco e Convergenza e unione in Catalogna, ma sarebbe il caso per esempio anche di Lega, Mpa e Grande Sud in Italia). Bressa però si oppone a questa soluzione, affermando che «la legge deve essere concepita per evitare non solo una eccessiva frammentazione del sistema politico, ma anche una sua regionalizzazione».
La discussione è appena iniziata. Ma la tendenza proporzionalista, se non adeguatamente corretta in senso bipolare, rischia di rappresentare un elemento deflagrante per il Pd, favorendo al contrario la nascita del temuto Grande centro. Di alleanze si discuterà dopo.