10 | 12 | 2019

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Napolitano e l’affondo sull’art. 18

Paneacqua.info - di Confucio
Da Amman, dove è in visita di stato da due giorni, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, incalzato dalle domande dei giornalisti, esterna le sue idee sulla riforma del mercato del lavoro. E non si tratta di chiacchiere, ma un vero e proprio via libera al progetto di riforma escogitato da Mario Monti ed Elsa Fornero.
 
“Il grumo delle questioni” che il governo ha dinanzi a sé, ha detto il Presidente ai giornalisti e al re Abdallah II di Giordania, “è che ogni anno paghiamo 70 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico. Uscire da questa stretta”, ha aggiunto, “è la conditio sine qua non, per aprire a politiche di sviluppo”. Perciò, è il ragionamento di Napolitano, “esiste un problema serio di stagnazione e di mancanza di crescita”. Ciò rappresenta un “rischio occupazionale per le aziende più piccole come per gli insediamenti più grandi”. E cita il caso dell’Alcoa, l’azienda multinazionale di alluminio, che, senza l’intervento del governo (ma qui è scattata una gaffe, come raccontano i cronisti delle agenzie presenti. Pare che Napolitano abbia detto, correggendosi subito dopo, “senza il nostro intervento”), avrebbe chiuso. E seguendo il suo ragionamento, si è lasciato scappare che “questa è materia che non ha nulla a che vedere con l’articolo 18, perché se Alcoa avesse chiuso, altro che licenziamenti per articolo 18, ci sarebbe stata una grossa fetta di licenziamenti immediatamente esecutivi”. E fin qui, l’applauso ci poteva scattare. Ma, come si dice in questi casi, in cauda venenum, il veleno è nella coda.
Il presidente Napolitano, infatti, dopo aver costruito questo ragionamento su dati ed esempi, si è spinto (allargato, diciamo così) fino ad esprimersi sul tema spinosissimo della riforma del mercato del lavoro, proponendo un vero e proprio endorsement per il governo Monti. Cos’ha detto Napolitano? “Se si ritiene di dover intervenire su una struttura delle relazioni industriali e della contrattazione che richiedono di essere riformate, lo si fa nella convinzione che ciò possa agevolare gli investimenti in Italia”.
L’uso delle parole non è casuale. E se si fosse capito male, se cioè qualcuno avesse mostrato riserve dettate proprio dall’assenza di politiche di crescita nel programma del governo Monti, Napolitano ha replicato con forza che “il governo può rispondere di ritenere che l’ostacolo sia la farraginosa situazione del mercato del lavoro”. Eccola qui la legittimazione politica del Quirinale della mossa del cavallo avanzata da Monti in lungo e in largo per il mondo.
Il premier, tanto in Europa quanto nei giorni scorsi in Estremo Oriente, ha già dato per varata la nuova riforma del mercato del lavoro, come se, appunto, da essa dovessero dipendere tutti i fattori di crescita del Paese. Dandogli sostanziale copertura politica e istituzionale, Napolitano ha rilanciato, parlando di riforma delle “relazioni industriali e della contrattazione”, elementi “farraginosi” dell’italico mercato del lavoro.
Perciò, finita male, anzi malissimo, la stagione delle necessarie mediazioni tra le parti sociali (cioè, tra imprese e organizzazioni sindacali), viene inaugurata la fase dello stravolgimento istituzionale delle regole che dettano le forme e i modi d’ingresso e di uscita dal mercato del lavoro. Proprio come se queste ultime, “farraginose” oggi, sarebbero il perno delle politiche di crescita e di sviluppo.
Noi, davvero, stentiamo a credere che Giorgio Napolitano, con la sua storia, la sua cultura e la sua intelligenza politica, possa davvero pensare, ed esserne convinto, che i limiti allo sviluppo e alla crescita del Paese dipendano dalla facilità, o meno, di licenziare individualmente con o senza giusta causa (perché collettivamente, in Italia, si licenzia, eccome se si licenzia).
Perché è sul crinale dell’articolo 18 che si decide delle sorti di questa riforma targata Fornero. Essa ha una sua logica circolare: se il contratto prevalente sarà quello a tempo indeterminato, per chi entra in azienda, si dovrà sostenere anche una maggiore facilità di licenziamento per ragioni economiche, che esclude, a priori, il reintegro (infatti, è una contraddizione in termini avanzare ragioni economiche per il licenziamento e adottare poi provvedimenti di reintegro del lavoratore licenziato. Si tratta di una contraddizione logica, e giuridica, stringente).
Dunque, una riforma elaborata secondo lo schema articolato da Elsa Fornero, richiede qua talis l’eliminazione delle tutele e delle garanzie previste dall’articolo 18. Per questo si è arenata la mediazione tra le parti sociali. E non possiamo davvero immaginare che proprio Giorgio Napolitano non ne abbia compreso la portata. A meno che, anche il Capo dello Stato è d’accordo con l’articolazione della riforma proposta dalla coppia Monti-Fornero. E allora, è tutt’altro giudizio, tutt’altra storia.
Il peso del Quirinale, gettato su un dibattito pubblico ancora aperto tra forze politiche, sindacali, culturali e sociali, potrebbe dunque avere forti e imprevedibili e inimmaginabili ripercussioni proprio sull’andamento del disegno di legge.
Non è un caso, infatti, che da una parte, Emma Marcegaglia, per qualche settimana ancora presidente di Confindustria, abbia rilanciato con durezza il tema della riforma dell’articolo 18, questo sì perno della riforma. E che lo abbia fatto anche il segretario del Pdl, Angelino Alfano, puntando dritto sulla Cgil, che non può scrivere l’agenda politica del Paese. Alfano replicava ad un’intervista concessa da Bersani, segretario Pd, a Repubblica, possibilista sull’esito della riforma in Parlamento.
Dall’altro lato, dal lato della Cgil, cioè, è la stessa Susanna Camusso che così replica, prima a Monti: “Nessuno può concretamente sostenere che cambiare le regole del lavoro può determinare crescita e occupazione”. E quando le hanno fatto osservare che questa è anche la convinzione di Napolitano, Susanna Camusso ha replicato, con molto garbo istituzionale: “il presidente ha ragione per definizione, sempre, ma io credo che cambiare queste regole non determini crescita”.
La partita è aperta. Ormai è chiaro: vogliono convincerci che in Italia stiano scontrandosi due fronti, uno riformista (Fornero & C.) e l’altro conservatore (Cgil e Fiom in testa). E che quest’ultimo, trincerandosi nella testarda difesa dell’articolo 18, non voglia far crescere il Paese (questo è il sillogismo che giunge anche da Amman, da parte del Capo dello Stato). E da domani, assisteremo al fuoco incrociato del sistema mediatico, ovviamente favorevole allo schieramento riformista (ma noi riteniamo, in realtà, controriformista). È vero, il presidente Napolitano ha ragione, per definizione. Ma questa volta non siamo d’accordo con lui.
Il premier, tanto in Europa quanto nei giorni scorsi in Estremo Oriente, ha già dato per varata la nuova riforma del mercato del lavoro, come se, appunto, da essa dovessero dipendere tutti i fattori di crescita del Paese. Dandogli sostanziale copertura politica e istituzionale, Napolitano ha rilanciato, parlando di riforma delle “relazioni industriali e della contrattazione”, elementi “farraginosi” dell’italico mercato del lavoro.Perché è sul crinale dell’articolo 18 che si decide delle sorti di questa riforma targata Fornero. Essa ha una sua logica circolare: se il contratto prevalente sarà quello a tempo indeterminato, per chi entra in azienda, si dovrà sostenere anche una maggiore facilità di licenziamento per ragioni economiche, che esclude, a priori, il reintegro (infatti, è una contraddizione in termini avanzare ragioni economiche per il licenziamento e adottare poi provvedimenti di reintegro del lavoratore licenziato. Si tratta di una contraddizione logica, e giuridica, stringente).Dall’altro lato, dal lato della Cgil, cioè, è la stessa Susanna Camusso che così replica, prima a Monti: “Nessuno può concretamente sostenere che cambiare le regole del lavoro può determinare crescita e occupazione”. E quando le hanno fatto osservare che questa è anche la convinzione di Napolitano, Susanna Camusso ha replicato, con molto garbo istituzionale: “il presidente ha ragione per definizione, sempre, ma io credo che cambiare queste regole non determini crescita”.