20 | 09 | 2018

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1993-2009


 
Premessa


In un saggio non si dovrebbe, ma in considerazione dell’importanza dell’argomento supponiamo lo stesso che un bel giorno arrivino i marziani in Italia e che decidano, bontà loro, di occuparsi di riforme istituzionali.

Secondo logica, anche se “marziana”, il primo approccio alla questione potrebbe rivelarsi di tipo esplorativo. E sì, dagli abitanti del pianeta rosso ci si può aspettare di tutto, anche un’indagine a tutto campo per individuare gli eventuali problemi e poi, soltanto dopo (perditempo?), le eventuali soluzioni da adottare.

E' pur vero, però, che non basta scendere da Marte per pensare di poter ignorare i buoni propositi dei novelli costituzionalisti che siedono in Parlamento. Risulterebbe quanto mai oltraggioso, infatti, un atteggiamento di tipo scientifico che osasse trascurare la smania riformatrice che ha attraversato gran parte delle forze politiche.
Per altro, sebbene le cronache si ostinino a dipingere un quadro riformatore dagli scarsi risultati, la realtà che i nostri amici marziani si ritroverebbero di fronte è quella di un Parlamento che, con sin troppa facilità, negli ultimi anni è riuscito ad approvare ampi progetti di modifica costituzionale; e se fosse andata a buon fine la revisione di oltre 50 articoli della Costitu­zione approvata dal centrodestra nel 2006, bocciata, come si ricorderà, dal referendum del 25-26 giugno 2006, il passaggio ad una “diversa” Repubblica avrebbe potuto considerarsi comple tato.

Dovendo quindi dare un nome ai problemi più urgenti, guardando ai lavori parlamentari di questi ultimi anni e lasciando da parte i marziani, l’elenco è sin troppo semplice da individuare:
- federalismo, con tutto quanto ne consegue in ordine alla divi sione delle competenze legislative tra Stato e Regioni, federalismo fiscale e Senato federale, e questo soltanto per citare alcuni aspetti;
- sul versante della forma di Governo, invece, l’elezione diretta dei Presidenti delle Regioni, il rafforzamento dei poteri del Primo Ministro, Presidenzialismo ed elezione diretta del Capo dell’Esecutivo.

Il tutto nella più assoluta indifferenza del legislatore di fronte all’esigenza di garantire che i processi avviati si svolgessero nel rispetto di regole democratiche condivise; ma anche e soprat tutto di regole democratiche “vere”.
Sono all’attenzione di tutti, ad esempio, i continui moniti che sono giunti dai Capi dello Stato sulla necessità di modificare la Costituzione con il più ampio consenso delle forze politiche, evitando, cioè, di approvare riforme che non siano condivise anche da buona parte delle forze di opposizione.

Ma dopo l’approvazione del nuovo Titolo V nel 2001 da parte del centrosinistra, con soli 4 voti di scarto, e la massiccia revisione del 2006 approvata dal solo centrodestra, c’è da registrare l’inutilità di simili richiami.
Ciò non significa, chiaramente, che la questione non sia fondata. Anzi, lo è!

Ma proprio per questo, è bene chiedersi come mai continui ad essere sollevata nell’unico modo che ha già dimostrato di non portare da nessuna parte.
Per risolvere il problema delle larghe maggioranze per approvare le riforme costituzionali non può esservi altra strada che l’imposizione per legge.
E non a caso, di questo si occupano le Costituzioni. Come non a caso, di questo si occupava ANCHE la nostra Costituzione prima che venisse introdotto il sistema elettorale di tipo maggioritario.

In conseguenza dei meccanismi elettorali maggioritari, infatti, è divenuto possibile modificare la Costituzione a colpi di minoranza.
Berlusconi può oggi governare e riscrivere la legge fondamentale (come in precedenza ha avuto la stessa opportunità il centrosinistra) forte di una larga maggioranza parlamentare pur non rappresentando il 50% più 1 dei cittadini che si sono recati alle urne. Se poi guardiamo ai voti realmente ottenuti, tenendo conto dell’intero corpo elettorale, scopriamo che la percentuale di voti che nel 2008 ha consentito al centrodestra di conquistare il 55% di seggi alla Camera non arriva al 37%.

Per essere chiari: si cambia la legge elettorale con legge ordinaria e, dove prima servivano forze politiche con alle spalle il 50% più 1 degli elettori per poter modificare la Carta costituzio nale, è ora sufficiente arrivare primi, con il 50 o il 30% dei consensi elettorali non fa differenza.
Senza cioè aver modificato una riga della Costituzione, il senso di una delle più importanti garanzie poste a tutela della legalità costituzionale è stato stravolto dalla modifica di una banalissima legge ordinaria.

Ma che fine fa, a questo punto, la smania riformatrice di fronte all’ovvia necessità di affermare, quanto meno, che non si possono cambiare delicati meccanismi costituzionali agendo per vie traverse?
Ebbene sì, su un tema così delicato per il funzionamento dell’intero impianto costituzionale, vige un'inquietante unione d’intenti bipartisan.

Nessuna forza politica al governo ha sino ad oggi sentito l’esigenza di un intervento in grado di ripristinare, per l’approvazione delle leggi di revisione costituzionale, il quorum della maggioranza effettiva degli elettori rappresentati in Parla mento.
Ma non solo. Visto il rischio, per un numero significativo di elettori, di essere espulsi dal Parlamento in conseguenza dei meccanismi di esclusione, diretti o indiretti, della legge elettorale, sarebbe stato quanto mai opportuno studiare rimedi in grado di garantire anche a questi elettori forme d’intervento per tutte le fasi dei processi di revisione costituzionale.
La possibilità di proporre e di emendare sulle questioni fonda mentali, le questioni di tutti, non può e non dovrebbe essere di esclusivo dominio delle minoranze meglio organizzate, e l’attuale maggioranza di governo non è altro che una minoranza tra le minoranze: una minoranza meglio organizzata premiata dalla logica maggioritaria (chi arriva primo prende tutto).

L’assenza di interventi per ripristinare i preesistenti equilibri costituzionali, prima dell’introduzione delle logiche elettorali di tipo maggioritario, che logicamente avrebbero dovuto appunto anticipare tutte le modifiche costituzionali che nel frattempo sono state invece realizzate, la si deve poi registrare anche nell’ambito del delicato sistema dei “pesi e contrappesi”.
Anche i poteri di nomina di natura parlamentare, infatti, hanno acquisito una diversa valenza, potendo divenire di esclusivo dominio della maggioranza parlamentare uscita vincitrice dalle elezioni.
Si vota per il Governo, ma di fatto questi voti potranno essere utilizzati dalla maggioranza parlamentare per disporre della più completa libertà d’azione su questioni che nulla hanno a che vedere con la necessità di garantire la stabilità.

Basti pensare all’elezione del Presidente della Repubblica, che potrebbe facilmente essere eletto da coalizioni di governo ben più omogenee che nel passato ma molto meno rappresentative dell’effettiva maggioranza degli elettori. Non più un Presidente di garanzia, rappresentativo di un ampio arco di forze politiche e di un variegato insieme di interessi, ma la diretta espressione del programma di governo uscito premiato dal meccanismo eletto rale.
A ciò dobbiamo poi aggiungere che questo “Presidente” gode di poteri di nomina e presiede il Consiglio superiore della magi­stratura.
Come non sono da trascurare gli altri poteri di nomina parlamentare, tra i quali l’elezione dei Presidenti delle due Camere.

Per riassumere, con il passaggio dal proporzionale al maggioritario è divenuta concreta la possibilità, per il Governo e la maggioranza parlamentare che lo sostiene, di poter definire, in via pressoché esclusiva, la composizione degli organi preposti al controllo della legalità costituzionale: il controllato che nomina chi dovrebbe controllarlo.

Una situazione estremamente esplosiva, di fronte alla quale è divenuto quanto mai urgente chiamare le cose con il loro vero nome ed intervenire di conseguenza.
Non più moniti presidenziali, quindi, e neanche più inutili alzate di scudi da parte dell’opposizione del momento.
La questione oggi da porre è e deve essere una soltanto: i processi di riforma costituzionale, quali che siano e quali che siano i proponenti, debbono svolgersi in un ambito tale da offrire reali garanzie contro i colpi di mano e le vocazioni plebiscitarie delle maggioranze del momento.

Ma soprattutto, è quanto mai urgente una riflessione circa gli errori compiuti dal centrosinistra, in tema di riforme istituzionali e di forzatura bipolare, grazie ai quali il berlusconismo ha potuto crescere e svilupparsi.
A ben vedere, Berlusconi non è la causa dell’imbarbarimento della politica istituzionale del Paese. Berlusconi e il berlusconismo non rappresentano altro che gli effetti di una riduzione degli spazi di rappresentanza e degli strumenti di garanzia iniziata e consolidatasi con la sottrazione di ogni reale potere di scelta degli elettori.




 
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