19 | 11 | 2018

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1993-2009

 

2001 - Il Referendum Costituzionale sul nuovo Titolo V

All’inizio della XIV legislatura, con le elezioni appena vinte dal centrodestra, si svolge il referendum Costituzionale per confer­mare la riforma federale approvata pochi mesi prima dal centrosinistra.
Si comprende da subito che i conti non tornano. Il centrodestra, non avendola votata, ed avendo sostenuto per tutta la campagna elettorale che si trattava di una finta riforma che sarebbe stata cancellata con il referendum confermativo che di lì a poco si sarebbe svolto, si ritrovò a dover affrontare una doppia necessità: non perdere la faccia con un’indicazione diversa da quanto sostenuto in campagna elettorale; non rinun­ciare ad una riforma federale che, in fondo in fondo, era già stata votata favorevolmente in sede di Bicamerale e che, nelle fonda­menta, era molto più di destra di quanto non fosse di sinistra.
Ad un certo punto, da alcuni Presidenti delle Regioni governate dal centrodestra, Formigoni e Ghigo in testa, giunse l’invito di votare sì.
Il centrodestra cercò di uscire dall’impasse adottando una posi­zione di sostanziale disimpegno: il referendum era ormai superato dalla vittoria elettorale del centrodestra, per cui, quale che sarebbe stato l’esito, in breve tempo ci avrebbe pensato il nuovo Parlamento ad approvare il “vero” federalismo.
Come ben sappiamo le cose sono andate in maniera diversa: sia per i tempi, che divennero lunghissimi, con l’approvazione a fine legislatura di un progetto complessivo di revisione costitu­zionale, sia per i contenuti che sostanzialmente avrebbero lasciato inalterato il federalismo dell’Ulivo.

Il 7 ottobre 2001 si tenne quindi un referendum fantasma.
La Commissione parlamentare di Vigilanza RAI, per la forte ostruzione del centrodestra, fu nell’impossibilità di emanare il regolamento per lo svolgimento della campagna elettorale sulle reti RAI, oscurando così l’informazione pubblica sul primo refe­rendum costituzionale nella storia della Repubblica.
Anche a livello di emittenza privata l’impegno del centrodestra fu prossimo allo zero.
Chi scrive, allora responsabile elettorale del “Comitato per il NO - per l’uniformità dei diritti di cittadinanza”, si ritrovò tempestato di richieste da parte delle emittenti private che non riuscivano a garantire l’alternanza delle posizioni in quanto eravamo tra i pochi ad aver realizzato una serie di spot autoge­stiti per sostenere le ragioni del NO.
E per quel poco che la RAI fece, anche in quel caso ottenemmo più spazio di quanto era logico pensare di averne anche tenendo conto di una piena programmazione.

Se un analogo referendum, su una riforma nata dal nulla e nei modi sopra ricordati, si fosse svolto nell’Iraq di Saddam Hussein, tutte le forze politiche italiane non avrebbero perso l’occasione per indignarsi e per denunziare l’inutilità di una simile consultazione referendaria.
Tutto ciò è invece successo in Italia e, a tutt’oggi, non risultano interventi del legislatore atti ad impedire che ciò possa ripetersi.

Per concludere, con il 34% di partecipazione ed il 64,2% di Sì (10.348.419 voti) veniva a chiudersi un ciclo di profonde riforme istituzionali durato una brevissima stagione parlamen­tare e del quale pochi cittadini si erano accorti.
 
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