19 | 11 | 2018

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1993-2009

 

Il Referendum costituzionale del 2006

Ad inizio legislatura e a parti invertite, con il centrosinistra al Governo e Berlusconi all’opposizione, gl’italiani sono chiamati ad esprimersi sul progetto di revisione costituzionale appena approvato.
Con qualche inquietante analogia con quanto fatto dal centrodestra nel 2001, il No dell’Unione viene portato avanti con non poche ambiguità.
Per altro, durante le trattative per l’elezione del nuovo Presi­dente della Repubblica e in riferimento al ruolo di garanzia che questi avrebbe dovuto svolgere, il segretario dei Ds Fassino si espresse per assicurare che in caso di crisi del Governo Prodi si sarebbe tornati a votare “in base al principio tipico delle democrazie dell’alternanza per cui la legittimità di una maggioranza e di un governo viene dal voto dei cittadini (6 maggio 2006 Adnkronos)”.
Non più la Carta Costituzionale, quindi, a definire i compiti del Presidente della Repubblica e il ruolo del Parlamento, ma una rigida corrispondenza della presunta volontà degli elettori con le sorti del Governo; il tutto stipulando accordi sottobanco che non tenevano in alcun conto il possibile risultato del referendum del 25-26 giugno.
Perché era soltanto nel caso di vittoria dei Sì che le dichiarazioni dell’On. Fassino avrebbero potuto essere considerate come una mera anticipazione di ciò che il Presidente della Repubblica e il Parlamento non avrebbero più avuto nella disponibilità di fare.
La campagna referendaria contro la revisione costituzionale del centrodestra inizia quindi così, con l’On. Fassino a sostenere due cose, una contraria all’altra: un No a parole per quanto riguar­dava il giudizio da dare alla revisione costituzionale del centrodestra; un Sì nei fatti con l’adesione piena ai principi ispi­ratori delle norme antiribaltone approvate dal centrodestra.

A ben vedere, però, la posizione di Fassino non aveva i caratteri dell’originalità.
Quando ancora all’opposizione, l’intero centrosinistra aveva già anticipato la posizione di Fassino con la cosiddetta Bozza Amato del dicembre 2003 che testualmente così recitava:
per garantire il rispetto della volontà politica degli elettori e per evitare il rischio di uno scollamento tra cittadini e sistema politico, è giusto che non siano legittimati i c.d. ribaltoni. In questo senso, si conviene sul fatto che debba rendersi noto, contestualmente alla pubblicazione del programma elettorale, il nome del candidato alla guida del Governo, senza tuttavia farne oggetto di separata menzione nella scheda elettorale. Egli sarà poi nominato dal Presidente della Repubblica e investito della fiducia iniziale del Parlamento (o della Camera). In caso di sfiducia, e su sua proposta, vi sarà lo scioglimento a meno che una mozione costruttiva votata dalla maggioranza iniziale, comunque autosufficiente anche se integrata o eventualmente ridotta, non proponga un diverso candidato”.

Siamo, senza ombra di dubbio, di fronte alla stesura originale di quanto il centrodestra approvò, si potrebbe dire sotto dettatura, con il nuovo articolo 88.

Anche l’Unione, quindi, così come in precedenza aveva fatto il centrodestra con il referendum sul Nuovo Titolo V, finì per adottare una sorta di exit strategy fondata su un sostanziale disimpegno, principalmente attenta a non accentuare i toni dello scontro sulle questioni quali il rafforzamento dei poteri del Pre­mier e le norme antiribaltone, e spostando l’attenzione sugli altri aspetti della riforma.

In controtendenza rispetto al Referendum confermativo precedente, l'affluenza alle urne fu molto più elevata, attestandosi al 53,7%.
Con il 61,3% dei No (15.791.293 voti), il progetto di riscrittura della Costituzione venne bocciato. Una quota significativa di Italiani, di fronte alle tante promesse di un mondo migliore, preferì tenersi ben stretta la Carta Costituzionale che buona parte del mondo ancora c’invidia.
Il risultato del referendum non si prestava ad alcun equivoco: dal successo del Referendum elettorale del 1993 erano rimasti in pochi a credere alla favola del “modernismo” demagogico per la quale, a milioni di elettori, può essere possibile esprimere una chiara ed univoca volontà di governo, ad un punto tale da dover giustificare l’adozione di superpoteri nelle mani dell’Esecutivo al fine di far rispettare questa volontà.
Come singoli elettori, con in mano una matitina una volta ogni 5 anni, si sa bene di non avere molti diritti da “far valere” di fronte ad una ridottissima offerta politica, o di qua o di là, prendere o lasciare, quale è quella dei sistemi bipolari.
Mandare a casa Berlusconi”, così come aveva voluto la stra­grande maggioranza degli elettori che alle elezioni del 2006 scelse l’Unione, poteva significare, anche, un’adesione totale circa il fare e non fare sulla base di ben 281 pagine di programma?
Evidentemente no.
Nessuno si sognerebbe di firmare un simile “contratto capestro”, se non perché costretto dai meccanismi della legge elettorale o da meccanismi costituzionali quali quelli che erano contenuti nella riscrittura costituzionale proposta dal centrodestra.
E a chi, per l’appunto, aveva chiesto d’inserire in Costituzione meccanismi antiribaltone contro la dialettica della forma di governo parlamentare, una sorta d’inscindibile “patto con il Diavolo”, venne risposto che non c’era la minima intenzione di concedere poteri eccezionali per realizzare programmi di Governo che non è ragionevole pensare possano essere sotto­scritti nella loro totalità.
 
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