19 | 11 | 2018

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1993-2009


 
Dalla Prima alla Seconda Repubblica affinché ... nulla cambi


Nel 1992 ha luogo la prima ed ultima elezione con una legge elettorale di tipo proporzionale e con la possibilità, per gli elettori, di esprimere una sola preferenza.
La preferenza multipla era stata cancellata con il referendum elettorale del giugno 1991 e, come prevedibile, la vita interna dei partiti, dalla base ai vertici, ne fu stravolta.
Per la prima volta, i piccoli candidati senza speranze si ritrovarono nell’impossibilità di ottenere spazi di privilegio all'interno del partito, non avendo più a disposizione la preferenza multipla attraverso la quale “vendere” al miglior offerente il proprio bacino elettorale. Problemi di natura opposta per i frequentatori dei corridoi alti, senza più strumenti per controllare i flussi delle preferenze. Si passava dalle candidature fasulle, al solo scopo di portare voti a questa o quella corrente di partito; ad essere costretti a concorrere sul serio, ognuno per sé e tutti per il partito.
In altre parole, a seguito di una semplice modifica della legge elettorale, senza che ne venissero intaccati i principi di fondo della rappresentanza, le segreterie di partito si ritrovarono a dover fare i conti con un elettorato non più “usabile” dai mercanti di voti.

Senza dubbio, fu questa la molla che contribuì ad allargare il fronte politico dei favorevoli al sistema elettorale di tipo maggioritario.
Chi non poteva più controllare l’elettorato si ritrovò con le spalle al muro e con la necessità di sostenere un sistema in grado di restituire alle segreterie di partito, mettendo da parte gli elettori, l’individuazione e la nomina dei futuri parlamentari.
Erano gli anni di tangentopoli, della bancarotta e, senza dubbio, avrebbero potuto essere gli anni per l’effettivo passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. La gente era stufa e chiedeva a gran voce il cambiamento.
Troppo, decisamente troppo per un ceto politico che vedeva sfuggirgli di mano la situazione.
C’era da trovare un capro espiatorio sul quale indirizzare la protesta. Come per incanto si ritrovarono tutti d’accordo nell’in­dividuare la soluzione di tutti i mali: la legge elettorale di tipo proporzionale era la causa di tutto.
Il debito pubblico? Colpa del proporzionale.
La Corruzione? Il proporzionale.
Il mancato ricambio della classe politica? Sempre il proporzionale, anche se le elezioni del 1992 avevano registrato la crescita della Lega e un buon numero di “vecchi” parlamentari non rieletti perché “ghigliottinati” dalla preferenza unica.
In questo coro antiproporzionale si distinse l’allora PDS, divenuto di fatto il portabandiera dell’antiproporzionalismo.
L’Onorevole Giuseppe Calderisi narra una sorta di spy story grazie alla quale, con l’approvazione di un emendamento ad una modifica di poco conto della legge elettorale del Senato, fu poi possibile arrivare ad un quesito referendario in grado di superare l’esame della Consulta(1). Al di là dell’avvincente racconto, c’è da registrare la partecipazione trasversale all’iniziativa e l’incredibile facilità con la quale l’emendamento passò inosservato.

Fu così, quindi, che la politica riuscì a cavalcare l’onda popolare dell’antipolitica, con un obiettivo di cambiamento che non cambiava nulla ma che, anzi, riportava indietro le cose.
A capo di questo “non cambiamento”, gli strateghi della sinistra che servirono così su di un piatto d’argento la ciambella di salvataggio proprio a quel sistema politico clientelare che, qualsiasi cosa avesse proposto, sarebbe stata certamente guardata con diffidenza.

La vittoria del referendum produsse una legge elettorale per il Senato maggioritaria al 75% (collegi uninominali) e con recupero proporzionale dei non eletti per il restante 25%.
Per la Camera il legislatore decise per le stesse quote, introducendo però una seconda scheda per l’assegnazione della parte proporzionale.
Caratteristica della nuova legge elettorale: gli elettori non avevano più la possibilità di esprimere il voto di preferenza all’interno dei partiti o degli schieramenti preferiti.
Come dire: un bel cambiamento del piffero.
Con il sistema dei collegi uninominali, infatti, soltanto in apparenza il voto è dato alla persona, perché nella realtà ciò che si vota sono le forze politiche candidate a governare.
Certo, anche con la precedente legge elettorale si votavano, sostanzialmente, le forze politiche, ma la differenza è sin troppo evidente: con i collegi uninominali è soltanto il partito o la coa­lizione, e non l’elettore, a selezionare e scegliere chi, di quel partito o schieramento, andrà in Parlamento.

Non contenti, però, di aver ottenuto, per via indiretta, il controllo totale degli eleggibili al Senato e del 75% alla Camera, per la seconda scheda per la Camera, per quanto di tipo proporzionale, venne esclusa la possibilità di esprimere la preferenza. Anche per questo voto, la sequenza degli eletti era predeterminata da una lista bloccata, con l’unica possibilità, per gli elettori, di prendere o lasciare il pacchetto così confezionato dai “padroni” della liste.