20 | 09 | 2018

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1993-2009


Lo strappo di Prodi: i governi nascono e muoiono con il voto del Parlamento

Applicare la Costituzione per riformare la Costituzione stessa. Questo è quanto avvenne, in parte, con la decisione di Prodi di rivolgersi alle Camere per verificare la fiducia al suo governo piuttosto che aprire l’ennesima crisi extra-parlamentare o, più esattamente, l’ennesima crisi extra-costituzionale.
Ma perché, nel caso specifico, applicare la Costituzione poteva essere considerata una vera e propria riforma costituzionale della quale si sentiva la necessità?
Per il semplice motivo che un principio scritto, ma non appli­cato, non può produrre conseguenze. Negli anni, infatti, di mancata applicazione in mancata applicazione, si è via via imposta una “Costituzione materiale” ben diversa da quella che l’Assemblea costituente ci lasciò in eredità.
Nei casi delle crisi di governo determinate dal venire meno del sostegno di alcune forze interne alla maggioranza, quasi mai ciò è stato provocato da una corretta procedura costituzionale, e cioè attraverso il ricorso della mozione di sfiducia da parte dei parla­mentari della maggioranza; bensì, come giustamente evidenziato da Prodi, dal chiacchiericcio sui mezzi di informazione.

A prima vista, questa differenza di prassi potrebbe sembrare una questione meramente formale, ma così non è.
Nel caso di esplicito voto di sfiducia le forze politiche si assu­mono la piena e palese responsabilità, di fronte a tutto il paese e ai propri elettori, di far cadere un governo al quale avevano partecipato.
Nel caso, invece, del Premier che consegna le dimissioni in assenza di esplicita sfiducia parlamentare, si perdono di vista le responsabilità e, anzi, l’impressione è quella di trovarsi di fronte all’ennesima figura debole che si fa da parte o che si appresta a subire l’ennesimo ricatto.
È da questa prassi, tipicamente democristiana, che in gran parte deriva la figura debole del Premier e il potere di ricatto delle singole forze politiche non chiamate ad assumere la piena responsabilità dei propri comportamenti.
Ci fossero state le dimissioni ai primi “rumori televisivi”, nessuno avrebbe avuto modo di approfondire i motivi di una crisi che aveva radici ben più profonde: dal tentativo di egemonia veltroniana e le manovre neocentriste per sostituire Prodi, passando per le ingerenze della Chiesa e i problemi giudi­ziari di Mastella, senza dimenticare il fastidio dei poteri forti, rappresentati da Dini, nei confronti di qualsiasi pur lieve aper­tura alle richieste della sinistra.
Bene fece quindi Prodi nel non rinunziare ai passaggi parlamen­tari attraverso i quali parte della sua maggioranza fu costretta a spiegare e votare i motivi per i quali il Governo non poteva più essere sostenuto.
Ma Prodi poteva fare ancora di più, applicando sino in fondo il dettato Costituzionale.
Chi voleva far cadere il Governo doveva essere forzato a fare anche il primo passo, assumendosi la responsabilità di aprire la crisi presentando una mozione di sfiducia, perché in assenza di mozioni di sfiducia i Governi vanno avanti per la loro strada nel pieno possesso di tutte le loro prerogative costituzionali, piacesse o no al Presidente Napolitano e ai suoi continui richiami all’autosufficienza della maggioranza sulle questioni da lui ritenute fondamentali per la sopravvivenza del Governo.

In ogni caso, per quanto a metà, la scelta di Prodi di parlamenta­rizzare la crisi venne vissuta con angoscia dalla gran parte delle forze politiche di entrambi gli schieramenti. Un malessere mani­festato anche dal Presidente della Repubblica che, ragionando più da politico che da garante della Costituzione, consigliò a Prodi di rassegnare le dimissioni senza arrivare al voto parla­mentare.
Paradossalmente, però, senza norme antiribaltone a disposizione e senza il potere di scioglimento del Parlamento, Prodi riuscì ad ottenere il medesimo risultato facendo la più semplice delle cose: applicando la Costituzione del ‘48, un Premier all’appa­renza debole riuscì a scompaginare i piani di chi stava lavorando per sostituirlo.
 
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