19 | 11 | 2018

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1993-2009


 
La Bicamerale
 
L’istituzione della Commissione Bicamerale per le riforme nasce dalle ceneri del fallito tentativo Maccanico di formare un nuovo Governo, prima della fine prematura della XII legislatura, con l’obiettivo di realizzare una riforma costituzionale sul modello presidenzialista o comunque fondata sull’elezione diretta del “Capo dell’Esecutivo”. Il tutto sulla base di un dialogo stucchevolmente amichevole tra Berlusconi e D’Alema, concordi nel ritenere che tra le due soluzioni non vi fossero sostanziali punti di divergenza.
L’accordo per la nascita del Governo Maccanico fallì in dirittura d’arrivo, non tanto perché fossero saltate le ragioni dell’intesa, quanto per la convinzione del Polo di poter vincere le elezioni.
Ad un certo punto, infatti, il continuo gioco al rialzo portato avanti da Fini non lasciò più margini per qualsivoglia trattativa.
Questo particolare aspetto della questione, però, non ha mai stimolato alcuna riflessione riguardo ai possibili umori del paese di fronte al merito di quella trattativa. Neanche è da dire che siano mancate possibilità di riscontro: soltanto due mesi dopo, infatti, il Polo perse le elezioni!
Pensando, quindi, alla sconfitta elettorale del Polo, che per tutta la campagna elettorale aveva fatto del presidenzialismo un punto qualificante del proprio programma, e verificare che, paradossalmente (nonostante le elezioni perse!), le posizioni uscite vincenti dai lavori della Bicamerale furono proprio quelle del centrodestra, venne naturale chiedersi a cosa diavolo fosse servito votare Ulivo.
Servì così a poco che, appunto, neanche si era finito di festeggiare la vittoria elettorale del centro-sinistra che già veniva votata, in prima lettura, l’istituzione di una Commissione Bicamerale per le riforme con praticamente già delineate le direttrici lungo le quali sviluppare la nuova forma di governo.
Con il popolo di sinistra che s’interrogava allibito, fu la destra a dettare le condizioni per la stesura del testo della Legge costituzionale. Eclatanti l’imposizione del referendum unico e l’ingresso dalla porta di servizio del capitolo Magistratura.
 
Ma se il complesso della riforma partorita dalla Bicamerale poteva in qualche modo essere prevista, visti gli ammiccamenti durante il tentativo Maccanico, diversamente, l’entità del sostegno che il testo licenziato dalla Commissione Bicamerale riuscì a raccogliere andò ben oltre le più pessimistiche delle previsioni.
Va infatti sottolineato che il testo finale fu votato a larga maggioranza e con il convinto sostegno dei Popolari e dei Verdi; per non dire dell’On. Crucianelli (Comunisti Unitari) che optò per una scelta “molto originale”: l’astensione!
I Popolari ed i Verdi, nello specifico, erano riusciti a passare, nel breve volgere di pochi mesi, da posizioni di riforma che s’ispiravano al “cancellierato tedesco”, ad una più marcata preferenza per il “premierato forte”, per poi accettare, come interna alla tradizione parlamentare, la scelta del presidenzialismo.
Sorprendente, in tal senso, è l’interpretazione che di tale scelta diede l’allora On. Marini nella sua dichiarazione di voto:
«... il Presidente eletto è per noi un Presidente di garanzia e Dio solo sa se oggi non vi sia bisogno, rispetto all’unità del paese ed ai problemi aperti in mezza Italia, di un Presidente eletto e garante di questa unità, il quale non abbia poteri diretti di governo. Rispetto a questo Presidente garante, invochiamo la linearità ed anche la proficuità di un Governo con una chiara maggioranza, che trovi nel Parlamento la continuità del suo potere e del suo ruolo
A tutt’oggi rimane il dubbio che l’On. Marini non abbia valutato a fondo le implicazioni del testo licenziato dalla Bicamerale, dall’elezione diretta del Presidente della Repubblica alla previsione contenuta nell’art. 76 che imponeva l’obbligo delle dimissioni del Governo nelle mani del Presidente appena eletto.
Non erano, questi, meccanismi di formazione dei poteri in grado di condizionare l’azione del Governo?
Ma la proposta di revisione non si fermava qui, e ben altri e più decisivi poteri d’indirizzo erano stati assegnati al Presidente della Repubblica, ad un livello tale da dover rivedere anche la legge elettorale.
Fu il relatore Cesare Salvi, nella relazione finale, a mettere in guardia contro il rischio Weimar in presenza di un Parlamento dagli equilibri politici ben più complessi in ordine agli interessi rappresentati. Per questo motivo, vi era l’esigenza di una legge elettorale in grado di azzerare la rappresentanza, e questo al fine di avere maggioranze di governo “forti” in grado di “resistere” al Presidente.
Una scelta sin troppo ovvia che s’imponeva in funzione della forma di governo adottata.
Un rimedio peggiore del male che ben lascia capire quanta ipocrisia e quanto dolo intellettuale vi fosse in chi ha avuto la faccia tosta di sostenere che una forma di governo valeva l’altra e che la tradizione democratico-parlamentare non era e non è affatto incompatibile con un’evoluzione dell’attuale sistema istituzionale in senso presidenziale.
Un’evoluzione che da subito si rifiutò di tenere conto dei motivi che hanno via via determinato il fallimento del tentativo di “bipolarizzare a tavolino” l’estrema complessità della realtà sociale italiana e che ha cercato di raggiungere tale risultato mutando la forma di governo, per costringere così, attraverso di questa, l’accettazione della logica maggioritaria, pena il rischio del malfunzionamento della macchina istituzionale. L’azzeramento bipolare da imporre, o meglio, che s’imponeva alla complessità della dialettica democratica, “per amore o per forza”: o accettando di eleggere un Parlamento privo della rappresentanza di ampi settori sociali; o perché, in assenza di questa condizione, ci avrebbe pensato il Presidente “della Bicamerale” a “semplificare”, nella sua persona, la logica del “chi arriva primo prende tutto”.
 
In tema di federalismo i lavori della Bicamerale misero in luce, se mai ce ne fosse stato bisogno, quali erano e ancora sono le reali intenzioni dei tanti federalisti di cui è divenuta piena l’Italia: una richiesta di autonomia che nasconde malamente gli interessi di un’ideologia liberista, insofferente di fronte ad un quadro istituzionale considerato ancora troppo politico e non pienamente funzionale alle esigenze “tecniche” dei mercati e che ha la necessità di estendere i luoghi della competizione all’interno degli stati nazionali. Una richiesta di efficienza e competitività da realizzare secondo una mera logica di riduzione dei costi, diretti e indiretti: dal salario alle tutele giuridiche dei lavoratori, per arrivare ad introdurre elementi di flessibilità anche sulle prestazioni dello Stato sociale.
Separare, quindi, non per aumentare l’autogoverno, ma per scalfire lo status dei diritti collettivi.
Significativa, in tal senso, l’introduzione delle prestazioni minime all’art. 59 - punto c) (Nota 1); come anche l’articolo 56, che indirettamente assegnava all’autonomia dei privati una sorta di funzione pubblica rispetto alla quale l’intervento pubblico avrebbe dovuto ritrarsi (Nota 2). Per non dire, come evidenziato nella relazione di minoranza, della contraddittorietà del principio di autonomia presente nel secondo comma dell’art 65 che, se da un lato prevedeva un fondo perequativo per “consentire alle Regioni beneficiarie di svolgere le funzioni ed erogare i servizi di loro competenza ordinaria ad un livello di adeguatezza medio”; dall’altro imponeva alle stesse dei criteri esterni di giudizio, “in condizioni di massima efficienza ed economicità”, tali da pregiudicare, per l’appunto, l’autonomia delle scelte. Il tutto prevedendo soltanto un limitatissimo potere d’intervento sostitutivo da parte del Governo (Nota 3).
Mentre, cioè, s’imponevano dei criteri di efficienza ed economicità, esercitando in tal modo una funzione più o meno nascosta d’indirizzo, nessun criterio venne invece previsto per stabilire eventuali inadempienze delle Regioni, relativamente all’obbligo di garantire le prestazioni “minime” fissate dalla Repubblica, tali da giustificare che a queste avrebbe dovuto sostituirsi, più per dovere che per diritto, l'azione del Governo.
 
Per concludere il capitolo sulla Bicamerale, non si può infine non ricordare l’enfasi con la quale gli eredi della repubblica di Salò salutarono il risultato ottenuto:
Il nuovo progetto di Costituzione nasce con il concorso fondamentale del contributo di idee della destra storica che non poté esprimersi nei lavori costituenti del ’47 a causa della pregiudiziale antifascista”.
Mentre da parte dei sostenitori dell’onnipotenza del mercato veniva espressa la soddisfazione nel vedere ribaltata la logica (sancita nella Prima parte della Costituzione) che regola i rapporti tra l’interesse pubblico e quello dei privati.
Insomma, ad essere di sinistra, ce n’era più che abbastanza per chiedersi se non fosse stato il caso di ripristinare un regime di sostanziale rispetto delle garanzie, prima di procedere alla revisione anche solo del più “banale” degli articoli della Costituzione.
 
A far tirare un sospiro di sollievo ci pensò Berlusconi.
Chiaramente interessato al solo capitolo giustizia e non soddisfatto per quanto sin lì ottenuto, in modo particolare su tempi e modi di procedere sulla specifica questione, decretò la fine dei lavori.
Ancora una volta, ormai ad un passo dal risultato, come già successo con il tentativo Maccanico, gl’interessi di bottega presero il sopravvento.
Piccola nota curiosa: rimasti orfani del Lodo Alfano a seguito della pronuncia d’incostituzionalità, è di questi giorni di fine 2009 il tentativo del centrodestra di recuperare i punti salienti del testo della Bicamerale sul capitolo giustizia. Il tutto, cercando di coinvolgere l’opposizione sulla base dell’ovvia constatazione che non si tratterebbe di far altro che riprendere in mano un testo all’epoca largamente condiviso e votato quasi all’unanimità.
È bene quindi fare un piccolo passo indietro e ricordare, anche a tutti noi, cosa prevedeva quel testo largamente condiviso:
separazione delle funzioni per pm e giudici;
due sezioni diverse del Csm;
una Corte disciplinare diversa dal Csm;
aumento del numero dei membri laici del Consiglio;
scelte di politica criminale fissate ogni anno dal Parlamento.

Nota 1Spetta allo Stato la potestà legislativa in riferimento a: ...; determinazione dei livelli minimi comuni delle prestazioni concernenti i diritti sociali e la tutela della salute”. Questo passaggio nascondeva una vera e propria insidia.
Cosa si voleva infatti affermare sancendo il principio dei “livelli minimi”?
Che la diversità delle prestazioni potrebbe essere considerata un fatto normale?

Nota 2 “Le funzioni che non possono essere più adeguatamente svolte dalla autonomia dei privati sono ripartite tra le Comunità locali, organizzate in Comuni e Provincie, le Regioni e lo Stato, in base al principio di sussidiarietà e di differenziazione, nel rispetto delle autonomie funzionali, riconosciute dalla legge. ...”

Nota 3 Art. 59 - “...il Governo della Repubblica può sostituirsi ad organi delle Regioni, delle Provincie e dei Comuni, nel caso che da inadempienze derivi pericolo per l’incolumità e la sicurezza pubblica.”