19 | 11 | 2018

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1993-2009


 
La sconfitta del Referendum elettorale del 1999


Dopo 6 anni gl’italiani vennero chiamati ad esprimersi nuova­mente per modificare la legge elettorale.
Cambiando il modo di attribuzione della residua quota propor­zionale del 25%, il quesito mirava ad espellere dal Parlamento tutte le forze politiche al di fuori dello schema bipolare.
Per effetto dell’eliminazione della seconda scheda, il 25% dei seggi sarebbe andato ai migliori perdenti nei collegi della mede­sima circoscrizione, e cioè alle sole formazioni maggiori.
Di fronte ad un simile attacco al diritto di rappresentanza, dai partiti minori non pienamente integrati in uno dei due schiera­menti, pur nell’evidenza di una sconfitta annunziata in caso di raggiungimento del quorum, ci si sarebbe aspettato un atteggia­mento da barricate a tutela del diritto di esistere per sé e per quegli elettori per nulla convinti di dover subire il ricatto bipo­lare.
Non fu così. Pur di fronte a numerosi segnali che provenivano dalla società civile, che chiedeva di non prestarsi alla farsa democratica costituita da un referendum che interveniva su una questione così delicata, la politica del tatticismo, che già pensava alle possibili alleanze del giorno dopo, si guardò bene dall’indicare nettamente l’unico comportamento che in quella circostanza poteva avere un senso, sia in termini di segnale poli­tico a tutela di diritti insopprimibili, e sia perché, soprattutto, era la Costituzione stessa ad indicare l’unica forma di garanzia in grado fermare un classico esempio di dittatura maggioritaria: l’astensione.
Orfani della politica “ufficiale”, la battaglia per l’astensione fu quindi portata avanti in ordine sparso.
 
Diversamente, sul fronte opposto dei favorevoli, la strumentalità del quesito venne ampiamente palesata dalla diversità d’intenti con la quale veniva motivata l’adesione all’iniziativa referen­daria.
Impossibile trovare due posizioni uguali per il dopo referendum, sia che si guardasse ai diversi partiti, sia che si guardasse all’in­terno di un medesimo partito, come il tutto risulta così chiaramente dall’approfondito estratto di dichiarazioni dell’e­poca.

(ASCA, 19-01-99)
«E ora il presidenzialismo. Vogliamo l’elezione diretta del vertice del governo». Così Peppino Calderisi ha commentato la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato ammissi­bile il referendum elettorale.

(Corriere della Sera, 20-01-99)
Walter Veltroni: «Si va verso un rafforzamento del bipolarismo e i Ds rilanceranno la loro proposta di un doppio turno di collegio alla francese».

(La Stampa, 22-01-99)
Domanda: Però, sostiene D’Alema, la legge andrà cambiata dopo, perché dal referendum potrebbero uscire norme “bizzarre”. Lei invece non considera “obbligatorio” rivederla. Perché?
Fini: «Quella di D’Alema è un’opinione. La questione in sé è ben poca cosa. Non ci interessa correggere storture, vere o presunte che siano. Valuteremo l’opportunità politica di metter mano alle norme elettorali non per spostare qualche virgola o dibattere di scorporo, ma per obiettivi più ambiziosi. La nuova legge va collegata al presidenzialismo».
Domanda: Il referendum riapre quindi il fronte delle riforme?
Fini: «Non delle “riforme”, genericamente. Del presidenzia­lismo».

(La Repubblica, 29-01-99)
Segni; Barbera: ... Ma che succederà dopo la vittoria del Sì? L’esperienza dei precedenti referendum non lascia molti spazi all’ipotesi di una nuova legge elettorale, sia pure modellata entro i confini del quesito. «Dopo il Sì - dice Segni - serve che i partiti e il Parlamento facciano quello che avrebbero dovuto fare da qualche anno, e cioè riformare la Costituzione e arri­vare al presidenzialismo: la legge elettorale ci sarà già, ed è quella che uscirà dal referendum».
A questo punto, secondo Barbera, «l’unica alternativa al sistema referendario (75 per cento dei seggi ai più votati nei collegi e l’altro 25 per cento ai migliori secondi) è un vero doppio turno alla francese. E per togliere ogni argomento a chi insiste sui rischi di un’assegnazione casuale del 25 per cento, il comitato sta preparando una proposta di legge costituzionale destinata a tagliare la testa al toro: l’abbassamento del numero dei deputati da 630 a 475, in modo che siano eletti tutti con l’uninominale secco. Senza recupero per nessuno».

(ASCA, 29-01-99)
Antonio Martino (F.I): Una ’’truffa vergognosa’’ viene definita da Antonio Martino, di Forza Italia, l’eventualità di una riforma della legge elettorale. Martino, che ne ha parlato intervenendo ad un dibattito su referendum e riforme, organizzato dal quoti­diano romano ’’Il Tempo’’, si è dichiarato contrario all’approvazione di una nuova legge elettorale non solo prima del referendum, ma neanche dopo: ’’Se si modifica dopo l’esito positivo del referendum sarebbe una truffa vergognosa. Io non lo accetto, non ci sto’’. In quello che ha definito il ’’partito dei miscredenti’’, ovvero di coloro che hanno aderito al referendum pensando di utilizzarlo come spinta alla riforma da attuare però in parlamento, Martino ha indicato principalmente i Democratici di Sinistra. Martino ha quindi criticato, in termini ancora di truffa rispetto al referendum, l’ipotesi di una riforma che adotti il sistema a doppio turno di collegio.

(Adnkronos, 29-01-99)
Silvio Berlusconi (F.I.): - Forza Italia dice di sì al referendum per l’abolizione della quota proporzionale perché ’’è l’unico modo per convincere i partiti a dar vita ad una nuova legge elettorale’’. Lo ha detto Silvio Berlusconi, intervistato dal Tg1. ’’Occorre lavorare subito ad una nuova legge -ha aggiunto il leader del Polo- che risolva i problemi che il referendum non risolve, come i tradimenti e i ribaltoni’’.

(ASCA, 29-01-99)
Pierferdinando Casini (CCD): ’’Sono contento della scelta per il sì al referendum presa anche da forza Italia. Così tutto il Polo è schierato in una direzione chiara’’. ... ’’Questa posizione è un grande passo dell’opposizione rispetto alla restaurazione parti­tocratica in atto - ha aggiunto il leader del Ccd -. Per il no al referendum, infatti, si sono schierati tutti i Ghini di Tacco del Paese. Berlusconi ha fatto una buona scelta: altrimenti sarebbe stato autolesionista farsi intruppare nella nostalgia del propor­zionale. Naturalmente una nuova legge elettorale va fatta, non si possono zittire i cittadini ed io personalmente sono favorevole al turno unico con le primarie obbligatorie.

Pur con tutti i distinguo di cui sopra, quindi, Democratici di Sinistra, Forza Italia, Alleanza Nazionale, Centro Cristiano Democratici, Riformatori e I Democratici si ritrovarono fianco a fianco per sostenere con forza la vittoria del Sì.

La serata elettorale che seguì il risultato referendario si rivelò non meno bizzarra di quanto già non lo fosse stata la strana alleanza che aveva sostenuto il Sì.
Di fronte ai primi exit pool che pronosticavano la sicura vittoria del Sì e il raggiungimento del quorum, i nostri bravi politici, evidentemente ignari di questioni statistiche, iniziarono a sperti­carsi in lodi nei confronti del brillante risultato ottenuto e del sostegno così ricevuto dagli italiani per continuare nel processo riformatore.
Chi scrive ricorda ancora lo stupore che provò nel vedere tanta sicurezza di fronte ad un dato statistico, la partecipazione al voto, fondato su poco chiare interviste al di fuori dei seggi.
Di lì a poco, quando la serata sembrava ormai conclusa, arrivò la notizia del mancato raggiungimento del quorum a spegnere i sorrisi a 36 denti dei non più vincitori.
Da segnalare, però, l’ineffabile Berlusconi: anziché prendere atto di aver fatto parte anche lui degli sconfitti, continuò a mantenere accesa la dentatura come se fosse stato, lui, l’unico vincitore.
Una piccola anticipazione di quanto sarebbe poi successo l’anno dopo.