19 | 11 | 2018

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1993-2009


 
La sconfitta dei 7 Referendum

 
Neanche il tempo di lavare i bicchieri bagnati dai festeggiamenti per lo scampato pericolo dell’aprile 1999, ed ecco che la Cassa­zione ammetteva la possibilità di ripresentare il medesimo referendum elettorale appena sconfitto.
Si sente spesso rimproverare ai poteri di garanzia e controllo di aver ostacolato in tutti i modi i processi cosiddetti riformatori.
La realtà dei fatti era però ben altra. Non solo si era già riusciti a cambiare di fatto la Costituzione attraverso il passaggio dal proporzionale al maggioritario, grazie, appunto, al via libera ottenuto dalla Consulta nel 1993; ora si assisteva all’instaura­zione del referendum elettorale permanente.
Per la Cassazione, infatti, il mancato raggiungimento del quorum andava inteso come un “non evento” e, quindi, non produttivo di effetti giuridici. Il tutto in palese contrasto con l’art. 75 della Costituzione che, invece, attribuisce alla mancata partecipazione l’effetto di non approvare i quesiti delle consulta­zioni referendarie regolarmente svolte.

A rendere più amara la pillola, un altro buon numero di quesiti referendari, su altri argomenti e con contenuti non meno antide­mocratici (giustizia, licenziamenti, trattenute sindacali e finanziamento ai partiti) che avrebbero accompagnato quello sulla legge elettorale. Un vero e proprio programma di governo.
Per molti, l’elevato numero di richieste abrogative costituì un motivo decisivo per sconsigliare la scelta dell’Astensione, in quanto si temeva l’effetto traino di uno o più quesiti sugli altri. Chi si sarebbe recato per votarne alcuni, avrebbe poi finito per votarli tutti.
Ancora una volta, da parte dei “piccoli calcolatori” non venne un’indicazione chiara.
Diversamente che nel 1999, però, nel 2000 si costituirono sin da subito più Comitati per l’astensione che pretesero l’applicazione della legge sulla par condicio al fine di ottenere spazi di comuni­cazione politica sulle emittenti private e la RAI.
Spazi che l’Autorità per le telecomunicazioni concesse per quanto riguardava l’emittenza privata; non così la Commissione parlamentare di Vigilanza RAI.
Da Presidente del Comitato (CO.P.A.R.) che per primo ottenne gli spazi di comunicazione politica attraverso l’autority TLC, mi ritrovai a dover sostenere un assurdo braccio di ferro con l’Organo parlamentare. Motivazione del rifiuto: l’opzione apertamente astensionista per impedire l’approvazione dei 7 referendum, mentre gli spazi erano limitati alle posizioni del Sì e del No. A nulla valse la considerazione che per noi l’astensione costituiva un “No rafforzato” a tutti gli effetti.

Dopo aver quindi condotto, in maniera solitaria, la strada dell’a­stensione, fortemente ostacolati dalla Commissione parlamentare di vigilanza RAI, i comitati per l’astensione si ritrovarono, poco prima della scadenza referendaria, con Berlusconi che sosteneva la stessa indicazione.
A tre settimane dal voto, il politico che più di tutti aveva da guadagnare dal programma di Governo servito in guanti bianchi da Pannella e dalle sentenze di ammissibilità della Corte Costituzionale, con, probabilmente, in mano sondaggi che non lasciavano dubbi circa l’esito finale, decise di mettere in discussione l’adesione di Forza Italia ai 7 quesiti.
A nulla valsero i lamenti dell’ala liberal del partito e il fastidio di chi, come l’alleato AN, aveva raccolto le firme.
Nel momento della caduta libera del centrosinistra, la voglia di di porre la parola fine alla legislatura fu più forte di ogni altro ragionamento sui benefici che per il centrodestra sarebbero derivati dall’approvazione dei 7 referendum.
Di fronte alla concreta possibilità del non raggiungimento del quorum, Berlusconi decise così di salire sul carro del vincitore, lasciando ai DS l’onere di registrare l’ennesima sconfitta che di lì a pochi giorni sarebbe maturata.
Un altro risultato utile da sfoderare a dimostrazione della non rappresentatività del Governo Amato.

Per concludere l’argomento, in un “paese normale” la lettura del contenuto di quei sette quesiti referendari, ed il risultato finale contrario alla loro approvazione, non avrebbero lasciato dubbi riguardo al segno politico da dare al comportamento espresso dagli elettori.
Fu però sufficiente che il leader della destra decidesse di saltare sul carro del vincitore con il solo scopo di poter chiedere le dimissioni del Governo Amato, per trasformare, nei commenti politici e nell’immaginario collettivo, una chiara vittoria contro dei referendum inconfutabilmente di destra e dalla matrice forte­mente antidemocratica in una vittoria politica della destra.
Tutto questo nonostante alcune considerazioni dello stesso Ber­lusconi, da Strasburgo a soli 5 giorni dalla scadenza referendaria, che ben chiarivano su cosa gl’italiani erano chiamati ad esprimersi: “Noi condividiamo larga parte dei contenuti dei referendum, tanto che sono inseriti nel programma che attueremo quando andremo al governo, fra 10-11 mesi. Se non si voterà prima...