20 | 09 | 2018

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1993-2009


1993-2009
1993-2009
SEDICI ANNI DI BIPOLARISMO
CHE HANNO STRANGOLATO L'ITALIA

di Franco Ragusa

76 pagine



... Berlusconi e il berlusconismo non rappresentano altro che gli effetti di una riduzione degli spazi di rappresentanza e degli strumenti di garanzia iniziata e consolidatasi con la sottrazione di ogni reale potere di scelta degli elettori. Tutto questo è stato chiamato progresso ed è stato trasformato in una stagione di riforme, anche se non sempre vincente, tendente ad escludere dall'agenda politica le istanze provenienti da ampi settori della società. Senza poter più contare e con una qualità della vita sempre più compromessa, c’è certamente la necessità di restituire agli elettori quella sovranità che dovrebbe già essere loro ma che, invece, il Partito azienda e gli americani de Roma
hanno fatto divenire di loro esclusiva proprietà.

In edizione integrale sul web

Dalla Prima alla Seconda Repubblica per non cambiare, ha inizio così la cronaca di questi assurdi 16 anni.
Ebbene sì, abbiamo vissuto una finzione dove non c’è stata una Seconda o Terza Repubblica, ma soltanto un passaggio di consegne.
Il mito dell’alternanza ha sino ad oggi prodotto Governi sin troppo simili nelle scelte di fondo, quali l’economia, i diritti civili, la politica estera ed un sistema legalizzato di clientele; ma, soprattutto, una sostanziale concordia di obiettivi, pur se con formule diverse, quando si è trattato di ridurre gli spazi di rappresentanza e di mettere i cittadini l’uno contro l’altro per meglio controllarli.
Il ricco nord contro il sud, i figli contro le pensioni dei genitori, i precari contro chi ha un posto poco più sicuro, il disoccupato contro l’immigrato, i consumatori contro i lavoratori, e si potrebbe andare avanti a lungo con la lista dei poveri cristi di volta in volta indicati, dal liberal di turno presente in entrambi gli schieramenti, come le sanguisughe che impediscono la crescita dell’Italia.
Tutto questo è stato chiamato progresso ed è stato trasformato in una stagione di riforme, anche se non sempre vincente, tendente ad escludere dall'agenda politica le istanze provenienti da ampi settori della società.
Senza poter più contare e con una qualità della vita sempre più compromessa, c’è certamente la necessità di restituire agli elettori quella sovranità che dovrebbe già essere loro ma che, invece, il Partito azienda e gli americani de Roma hanno fatto divenire di loro esclusiva proprietà.


 

Premessa -

 

5

Dalla Prima alla Seconda Repubblica affinché ... nulla cambi -

 

11

L’ascesa del partito azienda e lo sconquasso istituzionale -

 

15

La Bicamerale -

 

17

L’irrisolto “conflitto d’interessi” -

 

23

La sconfitta del Referendum elettorale del 1999 -

 

25

L’elezione diretta dei Presidenti di Regione -

 

29

La sconfitta dei 7 Referendum -

 

31

Il nuovo Titolo V -

 

35

Le liste civetta e l’elezione diretta del Premier -

 

37

2001 - Il Referendum Costituzionale sul nuovo Titolo V -

 

39

Avanti... Savoia -

 

41

Lo stravolgimento della Costituzione -

 

43

La nuova legge elettorale proporzionale ... con il trucco -

 

49

Nuova Legge elettorale alla prova: il centrosinistra non lo dice, ma deve ringraziare per la vittoria -

 

51

Il Referendum costituzionale del 2006 -

 

55

Il referendum costituzionale tradito ed il presidenzialismo fai da te del Presidente Napolitano -

 

59

La “pistola carica” di un nuovo referendum elettorale -

 

61

La Veltroneide elettorale -

 

65

Lo strappo di Prodi: i governi nascono e muoiono con il voto del Parlamento -

 

67

Elezioni 2008: come ottenere la maggioranza dei seggi con appena il 36% degli elettori -

 

69

La sconfitta dei quesiti Guzzetta -

 

71

Quale nuova Repubblica? -

 

73

 





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Premessa


In un saggio non si dovrebbe, ma in considerazione dell’importanza dell’argomento supponiamo lo stesso che un bel giorno arrivino i marziani in Italia e che decidano, bontà loro, di occuparsi di riforme istituzionali.

Secondo logica, anche se “marziana”, il primo approccio alla questione potrebbe rivelarsi di tipo esplorativo. E sì, dagli abitanti del pianeta rosso ci si può aspettare di tutto, anche un’indagine a tutto campo per individuare gli eventuali problemi e poi, soltanto dopo (perditempo?), le eventuali soluzioni da adottare.

E' pur vero, però, che non basta scendere da Marte per pensare di poter ignorare i buoni propositi dei novelli costituzionalisti che siedono in Parlamento. Risulterebbe quanto mai oltraggioso, infatti, un atteggiamento di tipo scientifico che osasse trascurare la smania riformatrice che ha attraversato gran parte delle forze politiche.
Per altro, sebbene le cronache si ostinino a dipingere un quadro riformatore dagli scarsi risultati, la realtà che i nostri amici marziani si ritroverebbero di fronte è quella di un Parlamento che, con sin troppa facilità, negli ultimi anni è riuscito ad approvare ampi progetti di modifica costituzionale; e se fosse andata a buon fine la revisione di oltre 50 articoli della Costitu­zione approvata dal centrodestra nel 2006, bocciata, come si ricorderà, dal referendum del 25-26 giugno 2006, il passaggio ad una “diversa” Repubblica avrebbe potuto considerarsi comple tato.

Dovendo quindi dare un nome ai problemi più urgenti, guardando ai lavori parlamentari di questi ultimi anni e lasciando da parte i marziani, l’elenco è sin troppo semplice da individuare:
- federalismo, con tutto quanto ne consegue in ordine alla divi sione delle competenze legislative tra Stato e Regioni, federalismo fiscale e Senato federale, e questo soltanto per citare alcuni aspetti;
- sul versante della forma di Governo, invece, l’elezione diretta dei Presidenti delle Regioni, il rafforzamento dei poteri del Primo Ministro, Presidenzialismo ed elezione diretta del Capo dell’Esecutivo.

Il tutto nella più assoluta indifferenza del legislatore di fronte all’esigenza di garantire che i processi avviati si svolgessero nel rispetto di regole democratiche condivise; ma anche e soprat tutto di regole democratiche “vere”.
Sono all’attenzione di tutti, ad esempio, i continui moniti che sono giunti dai Capi dello Stato sulla necessità di modificare la Costituzione con il più ampio consenso delle forze politiche, evitando, cioè, di approvare riforme che non siano condivise anche da buona parte delle forze di opposizione.

Ma dopo l’approvazione del nuovo Titolo V nel 2001 da parte del centrosinistra, con soli 4 voti di scarto, e la massiccia revisione del 2006 approvata dal solo centrodestra, c’è da registrare l’inutilità di simili richiami.
Ciò non significa, chiaramente, che la questione non sia fondata. Anzi, lo è!

Ma proprio per questo, è bene chiedersi come mai continui ad essere sollevata nell’unico modo che ha già dimostrato di non portare da nessuna parte.
Per risolvere il problema delle larghe maggioranze per approvare le riforme costituzionali non può esservi altra strada che l’imposizione per legge.
E non a caso, di questo si occupano le Costituzioni. Come non a caso, di questo si occupava ANCHE la nostra Costituzione prima che venisse introdotto il sistema elettorale di tipo maggioritario.

In conseguenza dei meccanismi elettorali maggioritari, infatti, è divenuto possibile modificare la Costituzione a colpi di minoranza.
Berlusconi può oggi governare e riscrivere la legge fondamentale (come in precedenza ha avuto la stessa opportunità il centrosinistra) forte di una larga maggioranza parlamentare pur non rappresentando il 50% più 1 dei cittadini che si sono recati alle urne. Se poi guardiamo ai voti realmente ottenuti, tenendo conto dell’intero corpo elettorale, scopriamo che la percentuale di voti che nel 2008 ha consentito al centrodestra di conquistare il 55% di seggi alla Camera non arriva al 37%.

Per essere chiari: si cambia la legge elettorale con legge ordinaria e, dove prima servivano forze politiche con alle spalle il 50% più 1 degli elettori per poter modificare la Carta costituzio nale, è ora sufficiente arrivare primi, con il 50 o il 30% dei consensi elettorali non fa differenza.
Senza cioè aver modificato una riga della Costituzione, il senso di una delle più importanti garanzie poste a tutela della legalità costituzionale è stato stravolto dalla modifica di una banalissima legge ordinaria.

Ma che fine fa, a questo punto, la smania riformatrice di fronte all’ovvia necessità di affermare, quanto meno, che non si possono cambiare delicati meccanismi costituzionali agendo per vie traverse?
Ebbene sì, su un tema così delicato per il funzionamento dell’intero impianto costituzionale, vige un'inquietante unione d’intenti bipartisan.

Nessuna forza politica al governo ha sino ad oggi sentito l’esigenza di un intervento in grado di ripristinare, per l’approvazione delle leggi di revisione costituzionale, il quorum della maggioranza effettiva degli elettori rappresentati in Parla mento.
Ma non solo. Visto il rischio, per un numero significativo di elettori, di essere espulsi dal Parlamento in conseguenza dei meccanismi di esclusione, diretti o indiretti, della legge elettorale, sarebbe stato quanto mai opportuno studiare rimedi in grado di garantire anche a questi elettori forme d’intervento per tutte le fasi dei processi di revisione costituzionale.
La possibilità di proporre e di emendare sulle questioni fonda mentali, le questioni di tutti, non può e non dovrebbe essere di esclusivo dominio delle minoranze meglio organizzate, e l’attuale maggioranza di governo non è altro che una minoranza tra le minoranze: una minoranza meglio organizzata premiata dalla logica maggioritaria (chi arriva primo prende tutto).

L’assenza di interventi per ripristinare i preesistenti equilibri costituzionali, prima dell’introduzione delle logiche elettorali di tipo maggioritario, che logicamente avrebbero dovuto appunto anticipare tutte le modifiche costituzionali che nel frattempo sono state invece realizzate, la si deve poi registrare anche nell’ambito del delicato sistema dei “pesi e contrappesi”.
Anche i poteri di nomina di natura parlamentare, infatti, hanno acquisito una diversa valenza, potendo divenire di esclusivo dominio della maggioranza parlamentare uscita vincitrice dalle elezioni.
Si vota per il Governo, ma di fatto questi voti potranno essere utilizzati dalla maggioranza parlamentare per disporre della più completa libertà d’azione su questioni che nulla hanno a che vedere con la necessità di garantire la stabilità.

Basti pensare all’elezione del Presidente della Repubblica, che potrebbe facilmente essere eletto da coalizioni di governo ben più omogenee che nel passato ma molto meno rappresentative dell’effettiva maggioranza degli elettori. Non più un Presidente di garanzia, rappresentativo di un ampio arco di forze politiche e di un variegato insieme di interessi, ma la diretta espressione del programma di governo uscito premiato dal meccanismo eletto rale.
A ciò dobbiamo poi aggiungere che questo “Presidente” gode di poteri di nomina e presiede il Consiglio superiore della magi­stratura.
Come non sono da trascurare gli altri poteri di nomina parlamentare, tra i quali l’elezione dei Presidenti delle due Camere.

Per riassumere, con il passaggio dal proporzionale al maggioritario è divenuta concreta la possibilità, per il Governo e la maggioranza parlamentare che lo sostiene, di poter definire, in via pressoché esclusiva, la composizione degli organi preposti al controllo della legalità costituzionale: il controllato che nomina chi dovrebbe controllarlo.

Una situazione estremamente esplosiva, di fronte alla quale è divenuto quanto mai urgente chiamare le cose con il loro vero nome ed intervenire di conseguenza.
Non più moniti presidenziali, quindi, e neanche più inutili alzate di scudi da parte dell’opposizione del momento.
La questione oggi da porre è e deve essere una soltanto: i processi di riforma costituzionale, quali che siano e quali che siano i proponenti, debbono svolgersi in un ambito tale da offrire reali garanzie contro i colpi di mano e le vocazioni plebiscitarie delle maggioranze del momento.

Ma soprattutto, è quanto mai urgente una riflessione circa gli errori compiuti dal centrosinistra, in tema di riforme istituzionali e di forzatura bipolare, grazie ai quali il berlusconismo ha potuto crescere e svilupparsi.
A ben vedere, Berlusconi non è la causa dell’imbarbarimento della politica istituzionale del Paese. Berlusconi e il berlusconismo non rappresentano altro che gli effetti di una riduzione degli spazi di rappresentanza e degli strumenti di garanzia iniziata e consolidatasi con la sottrazione di ogni reale potere di scelta degli elettori.




 
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Dalla Prima alla Seconda Repubblica affinché ... nulla cambi


Nel 1992 ha luogo la prima ed ultima elezione con una legge elettorale di tipo proporzionale e con la possibilità, per gli elettori, di esprimere una sola preferenza.
La preferenza multipla era stata cancellata con il referendum elettorale del giugno 1991 e, come prevedibile, la vita interna dei partiti, dalla base ai vertici, ne fu stravolta.
Per la prima volta, i piccoli candidati senza speranze si ritrovarono nell’impossibilità di ottenere spazi di privilegio all'interno del partito, non avendo più a disposizione la preferenza multipla attraverso la quale “vendere” al miglior offerente il proprio bacino elettorale. Problemi di natura opposta per i frequentatori dei corridoi alti, senza più strumenti per controllare i flussi delle preferenze. Si passava dalle candidature fasulle, al solo scopo di portare voti a questa o quella corrente di partito; ad essere costretti a concorrere sul serio, ognuno per sé e tutti per il partito.
In altre parole, a seguito di una semplice modifica della legge elettorale, senza che ne venissero intaccati i principi di fondo della rappresentanza, le segreterie di partito si ritrovarono a dover fare i conti con un elettorato non più “usabile” dai mercanti di voti.

Senza dubbio, fu questa la molla che contribuì ad allargare il fronte politico dei favorevoli al sistema elettorale di tipo maggioritario.
Chi non poteva più controllare l’elettorato si ritrovò con le spalle al muro e con la necessità di sostenere un sistema in grado di restituire alle segreterie di partito, mettendo da parte gli elettori, l’individuazione e la nomina dei futuri parlamentari.
Erano gli anni di tangentopoli, della bancarotta e, senza dubbio, avrebbero potuto essere gli anni per l’effettivo passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. La gente era stufa e chiedeva a gran voce il cambiamento.
Troppo, decisamente troppo per un ceto politico che vedeva sfuggirgli di mano la situazione.
C’era da trovare un capro espiatorio sul quale indirizzare la protesta. Come per incanto si ritrovarono tutti d’accordo nell’in­dividuare la soluzione di tutti i mali: la legge elettorale di tipo proporzionale era la causa di tutto.
Il debito pubblico? Colpa del proporzionale.
La Corruzione? Il proporzionale.
Il mancato ricambio della classe politica? Sempre il proporzionale, anche se le elezioni del 1992 avevano registrato la crescita della Lega e un buon numero di “vecchi” parlamentari non rieletti perché “ghigliottinati” dalla preferenza unica.
In questo coro antiproporzionale si distinse l’allora PDS, divenuto di fatto il portabandiera dell’antiproporzionalismo.
L’Onorevole Giuseppe Calderisi narra una sorta di spy story grazie alla quale, con l’approvazione di un emendamento ad una modifica di poco conto della legge elettorale del Senato, fu poi possibile arrivare ad un quesito referendario in grado di superare l’esame della Consulta(1). Al di là dell’avvincente racconto, c’è da registrare la partecipazione trasversale all’iniziativa e l’incredibile facilità con la quale l’emendamento passò inosservato.

Fu così, quindi, che la politica riuscì a cavalcare l’onda popolare dell’antipolitica, con un obiettivo di cambiamento che non cambiava nulla ma che, anzi, riportava indietro le cose.
A capo di questo “non cambiamento”, gli strateghi della sinistra che servirono così su di un piatto d’argento la ciambella di salvataggio proprio a quel sistema politico clientelare che, qualsiasi cosa avesse proposto, sarebbe stata certamente guardata con diffidenza.

La vittoria del referendum produsse una legge elettorale per il Senato maggioritaria al 75% (collegi uninominali) e con recupero proporzionale dei non eletti per il restante 25%.
Per la Camera il legislatore decise per le stesse quote, introducendo però una seconda scheda per l’assegnazione della parte proporzionale.
Caratteristica della nuova legge elettorale: gli elettori non avevano più la possibilità di esprimere il voto di preferenza all’interno dei partiti o degli schieramenti preferiti.
Come dire: un bel cambiamento del piffero.
Con il sistema dei collegi uninominali, infatti, soltanto in apparenza il voto è dato alla persona, perché nella realtà ciò che si vota sono le forze politiche candidate a governare.
Certo, anche con la precedente legge elettorale si votavano, sostanzialmente, le forze politiche, ma la differenza è sin troppo evidente: con i collegi uninominali è soltanto il partito o la coa­lizione, e non l’elettore, a selezionare e scegliere chi, di quel partito o schieramento, andrà in Parlamento.

Non contenti, però, di aver ottenuto, per via indiretta, il controllo totale degli eleggibili al Senato e del 75% alla Camera, per la seconda scheda per la Camera, per quanto di tipo proporzionale, venne esclusa la possibilità di esprimere la preferenza. Anche per questo voto, la sequenza degli eletti era predeterminata da una lista bloccata, con l’unica possibilità, per gli elettori, di prendere o lasciare il pacchetto così confezionato dai “padroni” della liste.


 




 
L’ascesa del partito azienda e lo sconquasso istituzionale
 
Berlusconi scende in campo ed interpreta al meglio la nuova legge elettorale di tipo maggioritario.
Nel giro di pochi mesi mette in piedi, nell’impossibilità di tenere unite AN e Lega Nord sotto un solo simbolo, due diverse alleanze elettorali con il solo scopo d’impedire la vittoria della sinistra.
Ebbene sì, se chi arriva primo prende l’intera posta, è sufficiente suscitare timori per poter chiedere agli elettori anche un voto contro che, automaticamente, diventerà un’investitura per governare con pieni poteri.
 
Senza un partito, ma con alle spalle un impero mediaticoimprenditoriale, imbracciata la bandiera dell’anticomunismo e a capo di due coalizioni che non sembravano poter convivere a lungo, Berlusconi vince le elezioni del ’94 con al seguito un nutrito gruppo di collaboratori che possiamo ben definire, a vario titolo, suoi dipendenti. Dipendenti nella vita reale; dipendenti nella vita politica.
Di fronte, poi, alle prime difficoltà di tipo istituzionale, si fece portatore di un nuovo modo di leggere la Costituzione e d’intendere i rapporti tra i Poteri dello Stato, con Forza Italia ed AN unanimi nel sostenere che con l’introduzione del maggioritario molte cose dovevano essere reinterpretate.
In modo particolare, in occasione della crisi di Governo che di lì a poco sarebbe insorta, il centrodestra gridò al golpe per il comportamento del Presidente Scalfaro, reo, dal suo punto di vista, di non avere immediatamente sciolto le Camere ma di aver esplorato la via parlamentare per la formazione di un nuovo Governo. Nel panorama politico italiano viene lanciato un vero e proprio anatema contro i cosiddetti ribaltoni.
Certamente, Il presidente Scalfaro non fece altro che applicare la Costituzione. Ma per i nuovisti, sostenitori della logica maggioritaria, la Costituzione era divenuta, sostanzialmente, carta straccia: lo spirito incarnato dalla legge elettorale maggioritaria bastava ed avanzava per regolare il cosa fare in occasione delle crisi di Governo.
 
 

  


 
La Bicamerale
 
L’istituzione della Commissione Bicamerale per le riforme nasce dalle ceneri del fallito tentativo Maccanico di formare un nuovo Governo, prima della fine prematura della XII legislatura, con l’obiettivo di realizzare una riforma costituzionale sul modello presidenzialista o comunque fondata sull’elezione diretta del “Capo dell’Esecutivo”. Il tutto sulla base di un dialogo stucchevolmente amichevole tra Berlusconi e D’Alema, concordi nel ritenere che tra le due soluzioni non vi fossero sostanziali punti di divergenza.
L’accordo per la nascita del Governo Maccanico fallì in dirittura d’arrivo, non tanto perché fossero saltate le ragioni dell’intesa, quanto per la convinzione del Polo di poter vincere le elezioni.
Ad un certo punto, infatti, il continuo gioco al rialzo portato avanti da Fini non lasciò più margini per qualsivoglia trattativa.
Questo particolare aspetto della questione, però, non ha mai stimolato alcuna riflessione riguardo ai possibili umori del paese di fronte al merito di quella trattativa. Neanche è da dire che siano mancate possibilità di riscontro: soltanto due mesi dopo, infatti, il Polo perse le elezioni!
Pensando, quindi, alla sconfitta elettorale del Polo, che per tutta la campagna elettorale aveva fatto del presidenzialismo un punto qualificante del proprio programma, e verificare che, paradossalmente (nonostante le elezioni perse!), le posizioni uscite vincenti dai lavori della Bicamerale furono proprio quelle del centrodestra, venne naturale chiedersi a cosa diavolo fosse servito votare Ulivo.
Servì così a poco che, appunto, neanche si era finito di festeggiare la vittoria elettorale del centro-sinistra che già veniva votata, in prima lettura, l’istituzione di una Commissione Bicamerale per le riforme con praticamente già delineate le direttrici lungo le quali sviluppare la nuova forma di governo.
Con il popolo di sinistra che s’interrogava allibito, fu la destra a dettare le condizioni per la stesura del testo della Legge costituzionale. Eclatanti l’imposizione del referendum unico e l’ingresso dalla porta di servizio del capitolo Magistratura.
 
Ma se il complesso della riforma partorita dalla Bicamerale poteva in qualche modo essere prevista, visti gli ammiccamenti durante il tentativo Maccanico, diversamente, l’entità del sostegno che il testo licenziato dalla Commissione Bicamerale riuscì a raccogliere andò ben oltre le più pessimistiche delle previsioni.
Va infatti sottolineato che il testo finale fu votato a larga maggioranza e con il convinto sostegno dei Popolari e dei Verdi; per non dire dell’On. Crucianelli (Comunisti Unitari) che optò per una scelta “molto originale”: l’astensione!
I Popolari ed i Verdi, nello specifico, erano riusciti a passare, nel breve volgere di pochi mesi, da posizioni di riforma che s’ispiravano al “cancellierato tedesco”, ad una più marcata preferenza per il “premierato forte”, per poi accettare, come interna alla tradizione parlamentare, la scelta del presidenzialismo.
Sorprendente, in tal senso, è l’interpretazione che di tale scelta diede l’allora On. Marini nella sua dichiarazione di voto:
«... il Presidente eletto è per noi un Presidente di garanzia e Dio solo sa se oggi non vi sia bisogno, rispetto all’unità del paese ed ai problemi aperti in mezza Italia, di un Presidente eletto e garante di questa unità, il quale non abbia poteri diretti di governo. Rispetto a questo Presidente garante, invochiamo la linearità ed anche la proficuità di un Governo con una chiara maggioranza, che trovi nel Parlamento la continuità del suo potere e del suo ruolo
A tutt’oggi rimane il dubbio che l’On. Marini non abbia valutato a fondo le implicazioni del testo licenziato dalla Bicamerale, dall’elezione diretta del Presidente della Repubblica alla previsione contenuta nell’art. 76 che imponeva l’obbligo delle dimissioni del Governo nelle mani del Presidente appena eletto.
Non erano, questi, meccanismi di formazione dei poteri in grado di condizionare l’azione del Governo?
Ma la proposta di revisione non si fermava qui, e ben altri e più decisivi poteri d’indirizzo erano stati assegnati al Presidente della Repubblica, ad un livello tale da dover rivedere anche la legge elettorale.
Fu il relatore Cesare Salvi, nella relazione finale, a mettere in guardia contro il rischio Weimar in presenza di un Parlamento dagli equilibri politici ben più complessi in ordine agli interessi rappresentati. Per questo motivo, vi era l’esigenza di una legge elettorale in grado di azzerare la rappresentanza, e questo al fine di avere maggioranze di governo “forti” in grado di “resistere” al Presidente.
Una scelta sin troppo ovvia che s’imponeva in funzione della forma di governo adottata.
Un rimedio peggiore del male che ben lascia capire quanta ipocrisia e quanto dolo intellettuale vi fosse in chi ha avuto la faccia tosta di sostenere che una forma di governo valeva l’altra e che la tradizione democratico-parlamentare non era e non è affatto incompatibile con un’evoluzione dell’attuale sistema istituzionale in senso presidenziale.
Un’evoluzione che da subito si rifiutò di tenere conto dei motivi che hanno via via determinato il fallimento del tentativo di “bipolarizzare a tavolino” l’estrema complessità della realtà sociale italiana e che ha cercato di raggiungere tale risultato mutando la forma di governo, per costringere così, attraverso di questa, l’accettazione della logica maggioritaria, pena il rischio del malfunzionamento della macchina istituzionale. L’azzeramento bipolare da imporre, o meglio, che s’imponeva alla complessità della dialettica democratica, “per amore o per forza”: o accettando di eleggere un Parlamento privo della rappresentanza di ampi settori sociali; o perché, in assenza di questa condizione, ci avrebbe pensato il Presidente “della Bicamerale” a “semplificare”, nella sua persona, la logica del “chi arriva primo prende tutto”.
 
In tema di federalismo i lavori della Bicamerale misero in luce, se mai ce ne fosse stato bisogno, quali erano e ancora sono le reali intenzioni dei tanti federalisti di cui è divenuta piena l’Italia: una richiesta di autonomia che nasconde malamente gli interessi di un’ideologia liberista, insofferente di fronte ad un quadro istituzionale considerato ancora troppo politico e non pienamente funzionale alle esigenze “tecniche” dei mercati e che ha la necessità di estendere i luoghi della competizione all’interno degli stati nazionali. Una richiesta di efficienza e competitività da realizzare secondo una mera logica di riduzione dei costi, diretti e indiretti: dal salario alle tutele giuridiche dei lavoratori, per arrivare ad introdurre elementi di flessibilità anche sulle prestazioni dello Stato sociale.
Separare, quindi, non per aumentare l’autogoverno, ma per scalfire lo status dei diritti collettivi.
Significativa, in tal senso, l’introduzione delle prestazioni minime all’art. 59 - punto c) (Nota 1); come anche l’articolo 56, che indirettamente assegnava all’autonomia dei privati una sorta di funzione pubblica rispetto alla quale l’intervento pubblico avrebbe dovuto ritrarsi (Nota 2). Per non dire, come evidenziato nella relazione di minoranza, della contraddittorietà del principio di autonomia presente nel secondo comma dell’art 65 che, se da un lato prevedeva un fondo perequativo per “consentire alle Regioni beneficiarie di svolgere le funzioni ed erogare i servizi di loro competenza ordinaria ad un livello di adeguatezza medio”; dall’altro imponeva alle stesse dei criteri esterni di giudizio, “in condizioni di massima efficienza ed economicità”, tali da pregiudicare, per l’appunto, l’autonomia delle scelte. Il tutto prevedendo soltanto un limitatissimo potere d’intervento sostitutivo da parte del Governo (Nota 3).
Mentre, cioè, s’imponevano dei criteri di efficienza ed economicità, esercitando in tal modo una funzione più o meno nascosta d’indirizzo, nessun criterio venne invece previsto per stabilire eventuali inadempienze delle Regioni, relativamente all’obbligo di garantire le prestazioni “minime” fissate dalla Repubblica, tali da giustificare che a queste avrebbe dovuto sostituirsi, più per dovere che per diritto, l'azione del Governo.
 
Per concludere il capitolo sulla Bicamerale, non si può infine non ricordare l’enfasi con la quale gli eredi della repubblica di Salò salutarono il risultato ottenuto:
Il nuovo progetto di Costituzione nasce con il concorso fondamentale del contributo di idee della destra storica che non poté esprimersi nei lavori costituenti del ’47 a causa della pregiudiziale antifascista”.
Mentre da parte dei sostenitori dell’onnipotenza del mercato veniva espressa la soddisfazione nel vedere ribaltata la logica (sancita nella Prima parte della Costituzione) che regola i rapporti tra l’interesse pubblico e quello dei privati.
Insomma, ad essere di sinistra, ce n’era più che abbastanza per chiedersi se non fosse stato il caso di ripristinare un regime di sostanziale rispetto delle garanzie, prima di procedere alla revisione anche solo del più “banale” degli articoli della Costituzione.
 
A far tirare un sospiro di sollievo ci pensò Berlusconi.
Chiaramente interessato al solo capitolo giustizia e non soddisfatto per quanto sin lì ottenuto, in modo particolare su tempi e modi di procedere sulla specifica questione, decretò la fine dei lavori.
Ancora una volta, ormai ad un passo dal risultato, come già successo con il tentativo Maccanico, gl’interessi di bottega presero il sopravvento.
Piccola nota curiosa: rimasti orfani del Lodo Alfano a seguito della pronuncia d’incostituzionalità, è di questi giorni di fine 2009 il tentativo del centrodestra di recuperare i punti salienti del testo della Bicamerale sul capitolo giustizia. Il tutto, cercando di coinvolgere l’opposizione sulla base dell’ovvia constatazione che non si tratterebbe di far altro che riprendere in mano un testo all’epoca largamente condiviso e votato quasi all’unanimità.
È bene quindi fare un piccolo passo indietro e ricordare, anche a tutti noi, cosa prevedeva quel testo largamente condiviso:
separazione delle funzioni per pm e giudici;
due sezioni diverse del Csm;
una Corte disciplinare diversa dal Csm;
aumento del numero dei membri laici del Consiglio;
scelte di politica criminale fissate ogni anno dal Parlamento.

Nota 1Spetta allo Stato la potestà legislativa in riferimento a: ...; determinazione dei livelli minimi comuni delle prestazioni concernenti i diritti sociali e la tutela della salute”. Questo passaggio nascondeva una vera e propria insidia.
Cosa si voleva infatti affermare sancendo il principio dei “livelli minimi”?
Che la diversità delle prestazioni potrebbe essere considerata un fatto normale?

Nota 2 “Le funzioni che non possono essere più adeguatamente svolte dalla autonomia dei privati sono ripartite tra le Comunità locali, organizzate in Comuni e Provincie, le Regioni e lo Stato, in base al principio di sussidiarietà e di differenziazione, nel rispetto delle autonomie funzionali, riconosciute dalla legge. ...”

Nota 3 Art. 59 - “...il Governo della Repubblica può sostituirsi ad organi delle Regioni, delle Provincie e dei Comuni, nel caso che da inadempienze derivi pericolo per l’incolumità e la sicurezza pubblica.”

 





 

 


 
L’irrisolto “conflitto d’interessi”
 
No a Berlusconi Premier ... perché Berlusconi ha moltissime attività, e andando a fare il presidente del Consiglio ogni legge che dovesse fare, si troverebbe a decidere pro o contro i suoi interessi. Come fa allora? Perché voglio vedere quando noi tireremo fuori una legge antitrust per l’ informazione se Berlusconi sarà d’ accordo. Avrebbe di certo qualche imbarazzo.”

Chi pronunziò queste parole?
La stessa persona che all’indomani della vittoria elettorale del 1994 pensò bene di rincarare così la dose:

Non è pensabile avere un presidente del Consiglio che sia un affarista. Penso che Berlusconi lo capirà da sé. Il nostro presidente del Consiglio è Maroni. ... In nessun paese civile una persona sola controlla tre reti tv. Tra pochi giorni toccheremo con mano se Forza Italia è solo un tentativo di far sopravvivere la vecchia Dc.”

L’ascesa di Berluscosi pose, a tutti gli effetti, la questione del conflitto d’interessi e del controllo dei media. E come si è visto, fu lo stesso alleato Bossi il primo a rendersene conto.
Problemi che di lì a meno di un anno porteranno alla caduta del primo Governo Berlusconi ma che, in futuro, non impediranno ai due di rincontrarsi e consolidare una solida alleanza che ancora dura.
Miracoli della politica.

Risolte non si sa bene come le inquietudini di Bossi, dal 1996 al 2001 il centrosinistra ha governato ed ha così avuto la possibilità di risolvere le questioni derivanti dal conflitto d’interessi, non solo per il Bossi del 1994, ma per tutti gl’italiani.
Tanto più che, fallita la bicamerale per un evidente conflitto d’interessi del Cavaliere, non c’erano più scuse per rimandare oltre il problema.
La montagna partorì soltanto, però, il topolino della Par Condicio, una sorta di aspirina con la quale cercare di curare il più insanabile dei tumori.
Diamine, con il sistema elettorale di tipo maggioritario è sufficiente spostare anche solo pochi voti per ottenere il Governo del paese (l’importante è arrivare primi, al 50 o al 20% non fa differenza), e questi non trovarono altro di meglio da escogitare che una banale regolamentazione degli spazi di comunicazione politica a ridosso delle scadenze elettorali.
Ma avevano capito o no che Berlusconi già controllava 3 reti televisive, che potevano divenire 6 se a capo del Governo, con tutto quello che ne consegue in termini di manipolazione delle coscienze già facendo soltanto, giorno per giorno, un determinato tipo di “programmazione culturale”?
Il tutto, è bene ripeterlo, con una legge elettorale di tipo maggioritario dove è sufficiente spostare poche decine di migliaia di voti per vincere le elezioni.
Con una legge elettorale, per dirla tutta, che ha creato un problema che prima non c’era o che, in ogni caso, era più facilmente controllabile grazie alla difficoltà di ottenere larghe maggioranze parlamentari completamente asservite al magnate di turno.




 

 
 

 


 
La sconfitta del Referendum elettorale del 1999


Dopo 6 anni gl’italiani vennero chiamati ad esprimersi nuova­mente per modificare la legge elettorale.
Cambiando il modo di attribuzione della residua quota propor­zionale del 25%, il quesito mirava ad espellere dal Parlamento tutte le forze politiche al di fuori dello schema bipolare.
Per effetto dell’eliminazione della seconda scheda, il 25% dei seggi sarebbe andato ai migliori perdenti nei collegi della mede­sima circoscrizione, e cioè alle sole formazioni maggiori.
Di fronte ad un simile attacco al diritto di rappresentanza, dai partiti minori non pienamente integrati in uno dei due schiera­menti, pur nell’evidenza di una sconfitta annunziata in caso di raggiungimento del quorum, ci si sarebbe aspettato un atteggia­mento da barricate a tutela del diritto di esistere per sé e per quegli elettori per nulla convinti di dover subire il ricatto bipo­lare.
Non fu così. Pur di fronte a numerosi segnali che provenivano dalla società civile, che chiedeva di non prestarsi alla farsa democratica costituita da un referendum che interveniva su una questione così delicata, la politica del tatticismo, che già pensava alle possibili alleanze del giorno dopo, si guardò bene dall’indicare nettamente l’unico comportamento che in quella circostanza poteva avere un senso, sia in termini di segnale poli­tico a tutela di diritti insopprimibili, e sia perché, soprattutto, era la Costituzione stessa ad indicare l’unica forma di garanzia in grado fermare un classico esempio di dittatura maggioritaria: l’astensione.
Orfani della politica “ufficiale”, la battaglia per l’astensione fu quindi portata avanti in ordine sparso.
 
Diversamente, sul fronte opposto dei favorevoli, la strumentalità del quesito venne ampiamente palesata dalla diversità d’intenti con la quale veniva motivata l’adesione all’iniziativa referen­daria.
Impossibile trovare due posizioni uguali per il dopo referendum, sia che si guardasse ai diversi partiti, sia che si guardasse all’in­terno di un medesimo partito, come il tutto risulta così chiaramente dall’approfondito estratto di dichiarazioni dell’e­poca.

(ASCA, 19-01-99)
«E ora il presidenzialismo. Vogliamo l’elezione diretta del vertice del governo». Così Peppino Calderisi ha commentato la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato ammissi­bile il referendum elettorale.

(Corriere della Sera, 20-01-99)
Walter Veltroni: «Si va verso un rafforzamento del bipolarismo e i Ds rilanceranno la loro proposta di un doppio turno di collegio alla francese».

(La Stampa, 22-01-99)
Domanda: Però, sostiene D’Alema, la legge andrà cambiata dopo, perché dal referendum potrebbero uscire norme “bizzarre”. Lei invece non considera “obbligatorio” rivederla. Perché?
Fini: «Quella di D’Alema è un’opinione. La questione in sé è ben poca cosa. Non ci interessa correggere storture, vere o presunte che siano. Valuteremo l’opportunità politica di metter mano alle norme elettorali non per spostare qualche virgola o dibattere di scorporo, ma per obiettivi più ambiziosi. La nuova legge va collegata al presidenzialismo».
Domanda: Il referendum riapre quindi il fronte delle riforme?
Fini: «Non delle “riforme”, genericamente. Del presidenzia­lismo».

(La Repubblica, 29-01-99)
Segni; Barbera: ... Ma che succederà dopo la vittoria del Sì? L’esperienza dei precedenti referendum non lascia molti spazi all’ipotesi di una nuova legge elettorale, sia pure modellata entro i confini del quesito. «Dopo il Sì - dice Segni - serve che i partiti e il Parlamento facciano quello che avrebbero dovuto fare da qualche anno, e cioè riformare la Costituzione e arri­vare al presidenzialismo: la legge elettorale ci sarà già, ed è quella che uscirà dal referendum».
A questo punto, secondo Barbera, «l’unica alternativa al sistema referendario (75 per cento dei seggi ai più votati nei collegi e l’altro 25 per cento ai migliori secondi) è un vero doppio turno alla francese. E per togliere ogni argomento a chi insiste sui rischi di un’assegnazione casuale del 25 per cento, il comitato sta preparando una proposta di legge costituzionale destinata a tagliare la testa al toro: l’abbassamento del numero dei deputati da 630 a 475, in modo che siano eletti tutti con l’uninominale secco. Senza recupero per nessuno».

(ASCA, 29-01-99)
Antonio Martino (F.I): Una ’’truffa vergognosa’’ viene definita da Antonio Martino, di Forza Italia, l’eventualità di una riforma della legge elettorale. Martino, che ne ha parlato intervenendo ad un dibattito su referendum e riforme, organizzato dal quoti­diano romano ’’Il Tempo’’, si è dichiarato contrario all’approvazione di una nuova legge elettorale non solo prima del referendum, ma neanche dopo: ’’Se si modifica dopo l’esito positivo del referendum sarebbe una truffa vergognosa. Io non lo accetto, non ci sto’’. In quello che ha definito il ’’partito dei miscredenti’’, ovvero di coloro che hanno aderito al referendum pensando di utilizzarlo come spinta alla riforma da attuare però in parlamento, Martino ha indicato principalmente i Democratici di Sinistra. Martino ha quindi criticato, in termini ancora di truffa rispetto al referendum, l’ipotesi di una riforma che adotti il sistema a doppio turno di collegio.

(Adnkronos, 29-01-99)
Silvio Berlusconi (F.I.): - Forza Italia dice di sì al referendum per l’abolizione della quota proporzionale perché ’’è l’unico modo per convincere i partiti a dar vita ad una nuova legge elettorale’’. Lo ha detto Silvio Berlusconi, intervistato dal Tg1. ’’Occorre lavorare subito ad una nuova legge -ha aggiunto il leader del Polo- che risolva i problemi che il referendum non risolve, come i tradimenti e i ribaltoni’’.

(ASCA, 29-01-99)
Pierferdinando Casini (CCD): ’’Sono contento della scelta per il sì al referendum presa anche da forza Italia. Così tutto il Polo è schierato in una direzione chiara’’. ... ’’Questa posizione è un grande passo dell’opposizione rispetto alla restaurazione parti­tocratica in atto - ha aggiunto il leader del Ccd -. Per il no al referendum, infatti, si sono schierati tutti i Ghini di Tacco del Paese. Berlusconi ha fatto una buona scelta: altrimenti sarebbe stato autolesionista farsi intruppare nella nostalgia del propor­zionale. Naturalmente una nuova legge elettorale va fatta, non si possono zittire i cittadini ed io personalmente sono favorevole al turno unico con le primarie obbligatorie.

Pur con tutti i distinguo di cui sopra, quindi, Democratici di Sinistra, Forza Italia, Alleanza Nazionale, Centro Cristiano Democratici, Riformatori e I Democratici si ritrovarono fianco a fianco per sostenere con forza la vittoria del Sì.

La serata elettorale che seguì il risultato referendario si rivelò non meno bizzarra di quanto già non lo fosse stata la strana alleanza che aveva sostenuto il Sì.
Di fronte ai primi exit pool che pronosticavano la sicura vittoria del Sì e il raggiungimento del quorum, i nostri bravi politici, evidentemente ignari di questioni statistiche, iniziarono a sperti­carsi in lodi nei confronti del brillante risultato ottenuto e del sostegno così ricevuto dagli italiani per continuare nel processo riformatore.
Chi scrive ricorda ancora lo stupore che provò nel vedere tanta sicurezza di fronte ad un dato statistico, la partecipazione al voto, fondato su poco chiare interviste al di fuori dei seggi.
Di lì a poco, quando la serata sembrava ormai conclusa, arrivò la notizia del mancato raggiungimento del quorum a spegnere i sorrisi a 36 denti dei non più vincitori.
Da segnalare, però, l’ineffabile Berlusconi: anziché prendere atto di aver fatto parte anche lui degli sconfitti, continuò a mantenere accesa la dentatura come se fosse stato, lui, l’unico vincitore.
Una piccola anticipazione di quanto sarebbe poi successo l’anno dopo.
 
 



 

 
 

 


 
L’elezione diretta dei Presidenti di Regione


Nonostante l’acceso clima politico, nel novembre 1999 il Parla­mento fa pace con se stesso ed approva, con i soli voti contrari di Rifondazione Comunista e Lega nord, la Legge Costi­tuzionale che ha introdotto l’elezione diretta dei Presidenti di Regione.
Il quorum dei due terzi, condizione necessaria per non sotto­porre a referendum confermativo le modifiche costituzionali, viene facilmente superato sia alla Camera che al Senato.

Con un’impostazione chiaramente presidenzialista, il Presidente eletto nomina e revoca i componenti della Giunta.
Vengono inoltre inserite le cosiddette norme antiribaltone, impropriamente così definite in quanto, congegnate per essere ad uso e consumo del solo Presidente, costituiscono una sorta di “potere di vita e di morte” nella mani di un’unica persona: … L’approvazione della mozione di sfiducia nei confronti del Presidente della Giunta eletto a suffragio universale e diretto, nonché la rimozione, l’impedimento permanente, la morte o le dimissioni volontarie dello stesso comportano le dimissioni della Giunta e lo scioglimento del Consiglio. In ogni caso i medesimi effetti conseguono alle dimissioni contestuali della maggioranza dei componenti il Consiglio.

Al Presidente è quindi consentito, in qualsiasi momento e a suo piacimento, minacciare lo scioglimento del Consiglio attraverso le dimissioni. Uno strumento estremo che verrebbe utilizzato, evidentemente, in caso di contrasti contro la propria maggio­ranza politica di riferimento.
Al tempo stesso, però, forte di un drappello di fedelissimi, nulla potrebbe impedire al Presidente di cambiare squadra di Governo con il sostegno di una diversa maggioranza all’interno del Consiglio regionale.
Curiose, in tale senso, le considerazioni dell’allora Presidente della Camera Violante. Prendendo ad esempio quanto era stato fatto con i Comuni e le Regioni, individuò nel maggioritario e nella sfiducia costruttiva gli strumenti per dare stabilità anche al Governo centrale.
Da dove avesse tratto quest'ultima ispirazione non è ben chiaro, visto che il presidenzialismo regionale appena approvato non prevedeva affatto soluzioni tipo sfiducia costruttiva: né per sostituire il Presidente eletto con voto diretto; e né, tanto meno, per impedire lo scioglimento anticipato del Consiglio anche in presenza di un puro capriccio del Presidente della Regione.




 

 
 

 


 
La sconfitta dei 7 Referendum

 
Neanche il tempo di lavare i bicchieri bagnati dai festeggiamenti per lo scampato pericolo dell’aprile 1999, ed ecco che la Cassa­zione ammetteva la possibilità di ripresentare il medesimo referendum elettorale appena sconfitto.
Si sente spesso rimproverare ai poteri di garanzia e controllo di aver ostacolato in tutti i modi i processi cosiddetti riformatori.
La realtà dei fatti era però ben altra. Non solo si era già riusciti a cambiare di fatto la Costituzione attraverso il passaggio dal proporzionale al maggioritario, grazie, appunto, al via libera ottenuto dalla Consulta nel 1993; ora si assisteva all’instaura­zione del referendum elettorale permanente.
Per la Cassazione, infatti, il mancato raggiungimento del quorum andava inteso come un “non evento” e, quindi, non produttivo di effetti giuridici. Il tutto in palese contrasto con l’art. 75 della Costituzione che, invece, attribuisce alla mancata partecipazione l’effetto di non approvare i quesiti delle consulta­zioni referendarie regolarmente svolte.

A rendere più amara la pillola, un altro buon numero di quesiti referendari, su altri argomenti e con contenuti non meno antide­mocratici (giustizia, licenziamenti, trattenute sindacali e finanziamento ai partiti) che avrebbero accompagnato quello sulla legge elettorale. Un vero e proprio programma di governo.
Per molti, l’elevato numero di richieste abrogative costituì un motivo decisivo per sconsigliare la scelta dell’Astensione, in quanto si temeva l’effetto traino di uno o più quesiti sugli altri. Chi si sarebbe recato per votarne alcuni, avrebbe poi finito per votarli tutti.
Ancora una volta, da parte dei “piccoli calcolatori” non venne un’indicazione chiara.
Diversamente che nel 1999, però, nel 2000 si costituirono sin da subito più Comitati per l’astensione che pretesero l’applicazione della legge sulla par condicio al fine di ottenere spazi di comuni­cazione politica sulle emittenti private e la RAI.
Spazi che l’Autorità per le telecomunicazioni concesse per quanto riguardava l’emittenza privata; non così la Commissione parlamentare di Vigilanza RAI.
Da Presidente del Comitato (CO.P.A.R.) che per primo ottenne gli spazi di comunicazione politica attraverso l’autority TLC, mi ritrovai a dover sostenere un assurdo braccio di ferro con l’Organo parlamentare. Motivazione del rifiuto: l’opzione apertamente astensionista per impedire l’approvazione dei 7 referendum, mentre gli spazi erano limitati alle posizioni del Sì e del No. A nulla valse la considerazione che per noi l’astensione costituiva un “No rafforzato” a tutti gli effetti.

Dopo aver quindi condotto, in maniera solitaria, la strada dell’a­stensione, fortemente ostacolati dalla Commissione parlamentare di vigilanza RAI, i comitati per l’astensione si ritrovarono, poco prima della scadenza referendaria, con Berlusconi che sosteneva la stessa indicazione.
A tre settimane dal voto, il politico che più di tutti aveva da guadagnare dal programma di Governo servito in guanti bianchi da Pannella e dalle sentenze di ammissibilità della Corte Costituzionale, con, probabilmente, in mano sondaggi che non lasciavano dubbi circa l’esito finale, decise di mettere in discussione l’adesione di Forza Italia ai 7 quesiti.
A nulla valsero i lamenti dell’ala liberal del partito e il fastidio di chi, come l’alleato AN, aveva raccolto le firme.
Nel momento della caduta libera del centrosinistra, la voglia di di porre la parola fine alla legislatura fu più forte di ogni altro ragionamento sui benefici che per il centrodestra sarebbero derivati dall’approvazione dei 7 referendum.
Di fronte alla concreta possibilità del non raggiungimento del quorum, Berlusconi decise così di salire sul carro del vincitore, lasciando ai DS l’onere di registrare l’ennesima sconfitta che di lì a pochi giorni sarebbe maturata.
Un altro risultato utile da sfoderare a dimostrazione della non rappresentatività del Governo Amato.

Per concludere l’argomento, in un “paese normale” la lettura del contenuto di quei sette quesiti referendari, ed il risultato finale contrario alla loro approvazione, non avrebbero lasciato dubbi riguardo al segno politico da dare al comportamento espresso dagli elettori.
Fu però sufficiente che il leader della destra decidesse di saltare sul carro del vincitore con il solo scopo di poter chiedere le dimissioni del Governo Amato, per trasformare, nei commenti politici e nell’immaginario collettivo, una chiara vittoria contro dei referendum inconfutabilmente di destra e dalla matrice forte­mente antidemocratica in una vittoria politica della destra.
Tutto questo nonostante alcune considerazioni dello stesso Ber­lusconi, da Strasburgo a soli 5 giorni dalla scadenza referendaria, che ben chiarivano su cosa gl’italiani erano chiamati ad esprimersi: “Noi condividiamo larga parte dei contenuti dei referendum, tanto che sono inseriti nel programma che attueremo quando andremo al governo, fra 10-11 mesi. Se non si voterà prima...






 

 
 

Il nuovo Titolo V

Ormai alla sbando e senza idee vere per ribaltare i pronostici, il centrosinistra decise di concludere la legislatura con un colpo a sorpresa.
Per cercare di limitare il prevedibile calo elettorale nel nord del Paese, vista la rinsaldata alleanza tra Berlusconi e Bossi, pensò bene di consegnare il resto dell’Italia al centrodestra, varando un’assurda riforma federale.
Ripresi in fretta e furia i lavori della bicamerale e con soli 4 voti di scarto, dopo aver già introdotto l'elezione diretta dei Presidenti di Regione, dal nulla divenimmo un paese di tipo federale, con un complicatissimo e sgangherato sistema di legislazione concorrente che nulla ha a che vedere con il sistema tedesco e che ancora oggi intasa di ricorsi la Corte Costituzionale.
Il nuovo art. 117, nel fissare le materie di esclusiva competenza dello Stato e quelle per le quali è prevista la legislazione concor­rente, ha attribuito alle Regioni, in via generale, la potestà legislativa, lasciando allo Stato il solo compito di fissare i prin­cipi generali: “Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determina­zione dei princìpi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato."
Diversamente dall’esperienza tedesca, quindi, concepita per permettere ai Laender di legiferare in caso d’assenza dello Stato nelle materie dove è prevista la legislazione concorrente, mante­nendo però l’uniformità di trattamento laddove lo Stato abbia legiferato, il nuovo modello italiano, all’inverso, impone da subito degli obblighi di astensione da parte dello Stato, sancendo così la diversità di trattamento per i cittadini, da Regione a Regione, visto il limite di competenza fissato che permette alle sole Regioni di poter legiferare oltre i principi fondamentali.
Al tempo stesso, però, nel tentativo di limitare la portata dell’in­tervento legislativo dello Stato a tutto vantaggio delle Regioni, si è in qualche modo caduti nell’errore di attribuire un’inviola­bile riserva di legge sui principi fondamentali tale da poter vanificare la potestà legislativa delle Regioni in assenza, o nella difficoltà di desumere l’esistenza, dei principi fondamentali.
 
Altro aspetto inquietante della riforma e che sottolinea la scarsa attenzione del legislatore di fronte all’esigenza di avere un sistema in grado di garantire uguali condizioni di vita per tutti i cittadini, sono le previsioni contenute agli articoli 117 punto m)1 e 1202 che sanciscono in maniera chiara la diversità di trat­tamento.
Traducendo il tutto, obiettivo della “Repubblica federale italiana” non è il raggiungimento di uguali livelli di prestazioni, bensì quello di fissare per legge le differenze, i livelli essenziali, dividendo così i cittadini in cittadini di serie A e di serie infe­riori.
Combinando questo tipo d’impostazione con i principi del fede­ralismo fiscale, al quale si è cercato di dare attuazione con legge approvata ad aprile 2009 dal centrodestra e da un centrosinistra favorevolmente disposto3, s’intuisce facilmente quale miscela esplosiva potrebbe innescarsi laddove, per l’appunto, gli egoismi localistici potrebbero prendere, a buon diritto perché così sancito in Costituzione, il sopravvento.


Note al capitolo

1 Art. 117 - Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie: ... m) determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale; ...

2 Art. 120 - ... Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa comunitaria oppure di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali. ...

3 Sia il PD che l’IDV hanno optato per il voto di astensione. Unico voto contrario quello dellUDC.
 
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Le liste civetta e l’elezione diretta del Premier

Alle elezioni del 2006 sia la Casa delle Libertà che l’Ulivo si presentano agli elettori con un simbolo con il quale veniva espli­citamente indicato il candidato Premier.
Approfittando, quindi, degli effetti della nuova legge elettorale maggioritaria, veniva estorta agli elettori l’indicazione del futuro Capo del Governo.
Con un comportamento bipartisan e senza aver cambiato una riga della Costituzione, di colpo veniva meno un altro dei pila­stri del sistema parlamentare.
Il potere di nomina del Presidente del Consiglio passava così dalle mani del Presidente della Repubblica, ed il confronto tra le forze politiche rappresentate in Parlamento, direttamente nelle mani delle segreterie di partito e gli accordi stipulati prima delle elezioni, il tutto da sottoporre ad un corpo elettorale che non avrebbe avuto altra scelta che subire il meccanismo imposto dalle due minoranze meglio organizzate. Certo, c’era anche la possibilità di rimanere a casa ...
Insomma, liberi di scegliere se aderire o no al nuovo corso imposto dalle forze maggiori.

Altro comportamento adottato da entrambi gli schieramenti, l’uso delle Liste civetta per aggirare le norme sullo scorporo.
La precedente legge elettorale prevedeva una sorta di piccolissimo riequilibrio del principio maggioritario: alle liste in competizione per il 25% assegnato con metodo proporzionale e collegate con i candidati uninominali vincenti, veniva sottratto il numero di voti che erano risultati necessari per vincere nei collegi.
I partiti minori potevano così godere di un piccolo vantaggio nella ripartizione dei seggi assegnati con la quota proporzionale.
Si trattava di pochi seggi, importantissimi per chi non aveva alcuna possibilità di vincere nei collegi ed ininfluenti ai fini della vittoria finale di uno dei due schieramenti maggiori, che Ulivo e Casa della Libertà decisero, però, di avere per sé.
Quasi tutti i candidati uninominali che correvano sotto il simbolo delle due coalizioni vennero collegati a delle liste elet­torali per il proporzionale che gli elettori non avrebbero mai votato, in quanto totalmente sconosciute e con denominazioni che non lasciavano capire l’effettiva provenienza.
In questo modo, i voti ottenuti per vincere nei collegi non sareb­bero stati sottratti ai partiti di effettiva provenienza dei candidati uninominali, bensì a delle liste fantasma e senza voti.
I richiami del Presidente Ciampi, per un comportamento rispet­toso dello spirito della legge elettorale, caddero nel vuoto. L’Ulivo rifiutò anche un patto di desistenza con Di Pietro che si era reso disponibile a non presentare propri candidati in un certo numero di collegi laddove l’Ulivo non avesse fatto ricorso alle liste civetta.
Con il senno del poi, e considerato il favore che Rifondazione Comunista fece all’Ulivo non presentando candidati nei collegi uninominali, le elezioni del 2001 avrebbero potuto avere ben altro esito se soltanto fosse stata accettata la proposta di Di Pietro.
Il centrodestra, infatti, ottenne il 45,40% dei voti; L’Ulivo il 42,99%; la Lista Di Pietro il 3,99%.
 
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2001 - Il Referendum Costituzionale sul nuovo Titolo V

All’inizio della XIV legislatura, con le elezioni appena vinte dal centrodestra, si svolge il referendum Costituzionale per confer­mare la riforma federale approvata pochi mesi prima dal centrosinistra.
Si comprende da subito che i conti non tornano. Il centrodestra, non avendola votata, ed avendo sostenuto per tutta la campagna elettorale che si trattava di una finta riforma che sarebbe stata cancellata con il referendum confermativo che di lì a poco si sarebbe svolto, si ritrovò a dover affrontare una doppia necessità: non perdere la faccia con un’indicazione diversa da quanto sostenuto in campagna elettorale; non rinun­ciare ad una riforma federale che, in fondo in fondo, era già stata votata favorevolmente in sede di Bicamerale e che, nelle fonda­menta, era molto più di destra di quanto non fosse di sinistra.
Ad un certo punto, da alcuni Presidenti delle Regioni governate dal centrodestra, Formigoni e Ghigo in testa, giunse l’invito di votare sì.
Il centrodestra cercò di uscire dall’impasse adottando una posi­zione di sostanziale disimpegno: il referendum era ormai superato dalla vittoria elettorale del centrodestra, per cui, quale che sarebbe stato l’esito, in breve tempo ci avrebbe pensato il nuovo Parlamento ad approvare il “vero” federalismo.
Come ben sappiamo le cose sono andate in maniera diversa: sia per i tempi, che divennero lunghissimi, con l’approvazione a fine legislatura di un progetto complessivo di revisione costitu­zionale, sia per i contenuti che sostanzialmente avrebbero lasciato inalterato il federalismo dell’Ulivo.

Il 7 ottobre 2001 si tenne quindi un referendum fantasma.
La Commissione parlamentare di Vigilanza RAI, per la forte ostruzione del centrodestra, fu nell’impossibilità di emanare il regolamento per lo svolgimento della campagna elettorale sulle reti RAI, oscurando così l’informazione pubblica sul primo refe­rendum costituzionale nella storia della Repubblica.
Anche a livello di emittenza privata l’impegno del centrodestra fu prossimo allo zero.
Chi scrive, allora responsabile elettorale del “Comitato per il NO - per l’uniformità dei diritti di cittadinanza”, si ritrovò tempestato di richieste da parte delle emittenti private che non riuscivano a garantire l’alternanza delle posizioni in quanto eravamo tra i pochi ad aver realizzato una serie di spot autoge­stiti per sostenere le ragioni del NO.
E per quel poco che la RAI fece, anche in quel caso ottenemmo più spazio di quanto era logico pensare di averne anche tenendo conto di una piena programmazione.

Se un analogo referendum, su una riforma nata dal nulla e nei modi sopra ricordati, si fosse svolto nell’Iraq di Saddam Hussein, tutte le forze politiche italiane non avrebbero perso l’occasione per indignarsi e per denunziare l’inutilità di una simile consultazione referendaria.
Tutto ciò è invece successo in Italia e, a tutt’oggi, non risultano interventi del legislatore atti ad impedire che ciò possa ripetersi.

Per concludere, con il 34% di partecipazione ed il 64,2% di Sì (10.348.419 voti) veniva a chiudersi un ciclo di profonde riforme istituzionali durato una brevissima stagione parlamen­tare e del quale pochi cittadini si erano accorti.
 
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Avanti... Savoia
 
Chissà come si saranno sentiti, l’11 luglio 2002, i parlamentari protagonisti del rientro dei Savoia in Italia e, al tempo stesso, delle nuove norme sull’immigrazione.
Quanto potere nelle mani di così poche persone.
Riabilitata la casa reale che nulla fece per fermare il fascismo e che da questi si fece guidare la mano per firmare anche le odiose leggi razziali; riabilitate le leggi razziali stesse con l’approva­zione di nuove norme sull’immigrazione, altrettanto odiose ed altrettanto offensive della dignità umana. Norme complicatis­sime, inapplicabili, di fatto finalizzate a rendere impossibili le vie legali al fenomeno migratorio.
Un’esibizione di “attributi” senza precedenti alla quale il centro-sinistra non seppe far altro che omologarsi, complice, anch’esso, per aver contribuito ad alimentare parte della sceneggiata.
Inutili oratori al Senato, schiacciati da una maggioranza compatta e decisa sino in fondo a far ripiombare l’Italia in un clima di intolleranza ed autoritarismo; utili scemi alla Camera per votare, insieme al centrodestra (peraltro diviso, quest'ultimo, dal voto di astensione della Lega), l’atto finale di un provvedimento non degno del ruolo di parlamentare rivestito.
Sarebbe bastato poco, ai deputati dell’Ulivo, per rovinare parte della festa alla maggioranza di Governo e per ricordare che la Storia, quella con la S maiuscola, non sempre si può riscrivere o scrivere a piacimento.
Sarebbe bastato poco, ai deputati dell’Ulivo, per ricordare, in modo particolare anche all’allora inerte Presidente della Repub­blica Ciampi, che c’è un limite a tutto e che il presunto ruolo di pacificatore istituzionale non può e non deve divenire l’alibi per assumere continui comportamenti pilateschi e per evitare il giudizio della Storia.
Sarebbe bastato poco, ma così non fu.
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Lo stravolgimento della Costituzione

Anche il centrodestra, arrivato agonizzante a fine legislatura, si produce in un colpo di coda cercando di riscrivere buona parte della Costituzione.

Dopo aver votato e stravolto più volte i suoi stessi progetti nei quattro anni passati, si arriva ad un testo estremamente raffazzo­nato attraverso il quale cercare di accontentare le diverse anime della coalizione.

Su tema del federalismo, ad esempio, dopo aver urlato ai quattro venti che si sarebbe riscritto tutto da capo, il centrodestra lasciò sostanzialmente invariato il confuso sistema di legislazione concorrente ideato dall’Ulivo, limitandosi a riportare alcune materie nella competenza esclusiva dello Stato e specificando alcune competenze esclusive delle Regioni:
assistenza e organizzazione sanitaria; organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione, salva l’auto­nomia delle istituzioni scolastiche; definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della Regione; polizia amministrativa regionale e locale.
Sarà su questi temi che il centrosinistra scatenerà un’aspra pole­mica politica, denunciando il pericolo di una Paese diviso.
A ben vedere, però, nella sostanza non cambiava nulla, come del resto è facilmente verificabile su un tema di vitale importanza come l’assistenza sanitaria: la revisione costituzionale del centrodestra, che avrebbe dovuto portarci ad avere 20 sistemi sanitari diversi, venne bocciata. Nonostante ciò, la realtà di tutti i giorni è quella di un sistema sanitario regionale con livelli di assistenza fortemente differenziati da Regione a Regione.
E per fare un esempio di attualità, è di questi giorni il “noi non c’entriamo” del Governo di fronte ai diversi tempi di sommini­strazione, da parte delle Regioni, del vaccino contro l’influenza A.
Insomma, il danno era già stato fatto.
Certamente, per la Lega era importante ottenere un forte risul­tato simbolico. Ma appunto, si trattava solo di salvare la faccia.
Lasciato invariato anche il principio della divisione dei cittadini in cittadini di serie A e di serie inferiori, mantenendo integro l’odioso e riduttivo principio della sola “tutela dei livelli essen­ziali”.
Nel tentativo di dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, però, venne inserito l’interesse nazionale, da porre al vaglio del Parla­mento in seduta comune, che avrebbe potuto condurre all’annullamento di una legge regionale.
Che vi fosse la necessità di dotare il sistema di strumenti corret­tivi per tutelare interessi unitari, ad esempio le eguali condizioni di vita, è fuori discussione. Ma collocare il tutto in un quadro di legittimità confuso, affidando ad un Organo legato agli equilibri politici del momento (maggioranze parlamentari) il controllo delle leggi regionali, poteva portare soltanto ad un clima di rapporti esasperati tra Stato e Regioni.
Un vero e proprio pasticcio giuridico, foriero di conflitti dagli esiti imprevedibili, con le Regioni che avrebbero potuto denun­ziare in ogni momento la sottrazione di competenze assegnate loro dalla Costituzione.

Non contento per non aver risolto, ma anzi di aver inserito ulte­riori elementi di indeterminatezza nell’ambito delle competenze Stato Regioni, il centrodestra pensò bene di mettere mano al sistema di formazione delle leggi, con il passaggio dal Bicame­ralismo perfetto al Bicameralismo impossibile.
Uno degli aspetti più originali del nuovo meccanismo di forma­zione delle leggi, infatti, era quello di assegnare al nuovo Senato federale la competenza esclusiva per alcune questioni attinenti alla sfera tipica dell’azione di governo, quali la determinazione dei princìpi fondamentali per le materie di legislazione concorrente tra Stato e Regioni riservate alla legislazione dello Stato.
C’era, però, un piccolo problema di coerenza con il complesso della revisione costituzionale.
Nella prevista separazione di competenze tra le due Camere, il Senato non votava la fiducia al Governo e, a differenza della Camera dei Deputati, non subiva lo scioglimento in caso di crisi di Governo.
Una Camera, quindi, totalmente sganciata dalle sorti del Governo, ma lo stesso in grado di condizionarne l’esistenza avendo competenza esclusiva su alcune materie tipiche dell’a­zione di governo.
Ancora una volta, nel tentativo di far quadrare i conti, si pensò ad una via di uscita..
Il Presidente della Repubblica poteva autorizzare il Premier a presentarsi al Senato per chiedere dei correttivi e, nel caso di non accoglimento delle modifiche, tutto il procedimento sarebbe passato alla Camera dei Deputati per l’approvazione definitiva a maggioranza assoluta.
Alla faccia della semplificazione.
Ma non solo, ancora una volta si lasciava agli equilibri politici del momento, vedi anche l’intervento del Presidente della Repubblica, la soluzione di un conflitto giuridico legato all’asse­gnazione costituzionale di competenze.
Un altro conflitto giuridico veniva poi affidato a soggetti tipica­mente politici, i Presidenti delle Camere e una commissione paritetica costituita da 4 deputati e da 4 senatori, essendo demandata a questi la risoluzione delle controversie circa le eventuali questioni di competenza tra le due Camere.

Il pasticcio dei pasticci venne però realizzato nel tentativo di rafforzare i poteri del Premier e per realizzare un sistema rispet­toso della volontà (quale?1) espressa dagli elettori.
Probabilmente unico caso al mondo, nella Costituzione italiana vennero inserite le cosiddette norme antiribaltone2, ispirando il tutto al principio dell’autosufficienza della maggioranza uscita vincitrice dalle elezioni.
Il potere di scioglimento della Camera dei Deputati è sostanzial­mente affidato alle sorti del Capo dell’Esecutivo, in quanto per il nuovo art. 88 il Presidente della Repubblica deve indire nuove elezioni su richiesta del Primo Ministro, nonché in caso di sue dimissioni, di morte o d’impedimento permanente.
Unica possibilità per evitare lo scioglimento, la presentazione e l’approvazione di una mozione con la quale si designi un nuovo Primo Ministro.
Piccolo particolare per il quale non si può però parlare di sfiducia costruttiva sul modello tedesco: la mozione deve essere approvata con votazione per appello nominale dai deputati appartenenti alla maggioranza espressa dalle elezioni in numero non inferiore alla maggioranza dei componenti della Camera.
Al nuovo Premier sarebbe stato sufficiente contare sul sostegno di pochi fedelissimi, un piccolo drappello di deputati non dispo­nibili a votare la “sfiducia costruttiva della sola maggioranza”, per tenere sotto la minaccia dello scioglimento anticipato sia la propria maggioranza che l’intera Camera dei Deputati.
Per essere antiribaltonisti sino all’ultimo, infine, all’art. 94 comma 3 era previsto che il Primo ministro dovesse dimettersi qualora una mozione di sfiducia fosse stata respinta con il voto determinante di deputati non appartenenti alla maggioranza espressa dalle elezioni. Sarebbe stato cioè sufficiente, per un piccolo numero di deputati della maggioranza uscita vincente dalle elezioni, mettere sotto scacco il Primo Ministro, pena il far venire meno il proprio sostegno.
Riassumendo, in conseguenza degli automatismi legati alle norme “antiribaltone” la Camera dei Deputati sarebbe stata costretta a subire qualsiasi ricatto fosse provenuto dal Primo Ministro, come anche da parte di qualche settore minoritario interno alla maggioranza.
Un potere di vita o di morte rispetto al quale le nuove regole non consentivano alcuna forma di difesa.
Per meglio comprendere la differenza con l’attuale testo costitu­zionale, si pensi a quanto successo in seguito alle crisi politiche delle maggioranze dei governi Berlusconi nel 1994 e Prodi nel 1998. Con il testo approvato dal centrodestra entrambe le crisi si sarebbero immediatamente risolte con lo scioglimento anticipato delle Camere, senza alcuna possibilità di passaggi tecnici o di diverse soluzioni parlamentari.

Da segnalare, infine, l’ennesima formulazione “tappa buchi” in grado di lasciare qualche spiraglio aperto all’inesorabile prin­cipio dell’autosufficienza della maggioranza espressa dalle elezioni.

All’art. 94 comma 2, infatti, era prevista la possibilità, per il Primo Ministro, di porre la questione di fiducia senza che per la sua approvazione venissero richieste maggioranze particolari e qualificate:
Il Primo ministro può porre la questione di fiducia e chiedere che la Camera dei deputati si esprima, con priorità su ogni altra proposta, con voto conforme alle proposte del Governo, nei casi previsti dal suo regolamento. La votazione ha luogo per appello nominale. In caso di voto contrario, il Primo ministro si dimette.

La semplicità del comma non si presta ad alcuna ambiguità d’in­terpretazione. Nel caso di fiducia, anche se votata con il contributo determinante di deputati non appartenenti alla maggioranza espressa dalle elezioni, non vi è alcun obbligo di dimissioni.
Non potendo credere ad una svista, anche alla luce di quanto rigorosamente precisato nel comma successivo per una diversa ipotesi di voto di fiducia, è lecito ritenere che qualche dubbio deve aver attraversato le menti degli antiribaltonisti, al punto da aver escogitato una scappatoia per consentire ai Governi di poter sopravvivere di fronte a piccole divisioni interne su alcuni temi.
E’ un argomento, questo, sul quale sarà bene riflettere in occa­sione del Capitolo dedicato al Presidente Napolitano e al referendum costituzionale tradito.

 

Note al capitolo

1 Gli elettori, secondo i sostenitori della logica maggioritaria, votano per un preciso programma di Governo. La cosa è però più teorica che pratica, come cercò di spiegare il professor Sartori durante i lavori della Commissione Bicamerale presieduta da D’Alema: «Con tutto il rispetto, mi chiedo quante cose voti un povero elettore, quante volontà esprima e come si faccia a sapere quale abbia espresso. Il voto è per un partito, per un programma, quello dell’Ulivo ha cento punti: per quale di questi cento punti ha votato l’elettore? Non esageriamo con la tesi per la quale il popolo ha espresso una certa volontà: ...»

2 Almeno sulla carta non era la prima volta. Presunte norme antiribaltone erano già state adottate con l'introduzione dell'elezione diretta dei Presidenti di Regione. Come però approfondito, ciò che venne realizzato fu soltanto un super presidenzialismo.

 

 
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La nuova legge elettorale proporzionale ... con il trucco

Sempre a fine legislatura, tra gli obiettivi in cima all’agenda del centrodestra vi è la modifica della legge elettorale. A motivare tale scelta, senza dubbio, il tentativo di limitare i danni in vista di quella che veniva ormai considerata una sconfitta annunciata.

L’intero centro-sinistra alzò le barricate.

Sicuri di poter vincere a mani basse le prossime elezioni, la parola d’ordine fu la difesa a spada tratta del maggioritario e della legge elettorale vigente.

Venuto meno qualsiasi terreno di confronto, il momento di debo­lezza del centrodestra non venne colto in alcun modo neanche da chi, da posizioni antimaggioritarie, non aveva mai amato il mattarellum.

Nel frattempo, al di fuori del Parlamento, un appello “La sini­stra per il proporzionale raccolse centinaia di firme in pochissimi giorni.

Anziché porsi a bastione dell’indifendibile legge elettorale maggioritaria, i firmatari chiedevano alla sinistra parlamentare di stanare il centrodestra proprio sul suo terreno. Ciò che veniva infatti spacciato come ritorno al proporzionale, altro non era che una diversa formulazione del principio maggioritario, passando dal maggioritario dei collegi a quello di coalizione o di lista su base nazionale: al primo arrivato, coalizione o lista, al 50 o al 10% non avrebbe fatto differenza, sarebbe andato un premio di maggioranza sino ad ottenere il 55% dei Deputati; analogo meccanismo per il Senato dove, però, per un vincolo costituzio­nale, i conti si sarebbero fatti Regione per Regione. Il tutto condito da soglie di sbarramento che nel 2008 lasceranno senza rappresentanti in Parlamento oltre 3 milioni di elettori.

Rimasti inascoltati e censurati, in due assemblee i sostenitori di quell’appello misero in luce tutti i difetti della nuova legge che stava per essere approvata in un contesto di assurda contrapposi­zione fra la difesa dell’esistente e la proposizione di una variante che riproduceva tutti i difetti dell’esasperazione bipolare.

La nuova legge elettorale in discussione, come anche il maggio­ritario dei collegi uninominali, era potenzialmente in grado di consegnare il Paese a liste o a coalizioni scarsamente rappre­sentative dell’elettorato o, in ogni caso, al di sotto di una soglia di consensi accettabile per poter ritenere ammissibile il regalo di una larga maggioranza parlamentare1.

Sarebbe infatti bastato che le forze politiche maggiori avessero deciso di presentarsi da sole o in piccole coalizioni, per correre il serio pericolo di avere maggioranze parlamentari come quella che sta attualmente governando, sostenuta da un consenso elet­torale di poco superiore al 36% degli aventi diritto di voto. Questo anche per effetto del prevedibile rifiuto di molti elettori di votare con una legge elettorale non in grado di garantire un livello di rappresentatività democratica degna di un paese complesso come l’Italia2.

Note al Capitolo

1 Sarà la Corte Costituzionale, nel gennaio 2007, in occasione del giudizio di ammissibilità di nuovi referendum elettorali, a segnalare al Parlamento gli aspetti problematici dell’assegnazione di un premio di maggioranza senza la previsione di un tetto minimo da raggiungere

2 In coincidenza della scelta di Veltroni e Berlusconi di correre, sostan­zialmente, da soli, nel 2008 vi fu un calo, tra aumentata astensione, schede bianche e nulle, di oltre il 4% di voti

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Nuova Legge elettorale alla prova: il centrosinistra non lo dice, ma deve ringraziare per la vittoria

Colpa della nuova legge elettorale; legge elettorale truffa; legge elettorale per farci perdere ma non ci sono riusciti.

Questi i commenti e gli umori dei massimi dirigenti del centrosi­nistra di fronte al risultato elettorale che, per l’Italia, senza cioè considerare il voto degli italiani all’estero, consegnò la Camera dei Deputati all’Unione ed il Senato al centrodestra.

E proprio la diversa distribuzione dei seggi nelle due Camere venne indicata come la prova del fallimento della nuova legge elettorale.

Non era così, o meglio: qualcosa non aveva sì funzionato, ma non nel senso indicato dal centrosinistra.

Guardando ai numeri, più che alle chiacchiere, era sin troppo evidente che non c’era stata, in primo luogo, nessuna anomalia nella distribuzione dei seggi.

Pur vincendo per pochissimi voti alla Camera, L’Unione aveva ottenuto una larga maggioranza di deputati grazie al premio di maggioranza; il centrodestra, vincendo in misura molto più larga al Senato, aveva invece ottenuto (sempre senza considerare i seggi per l’estero), pur se di un solo senatore, la maggioranza dei seggi.

A fronte di un simile risultato, con due diversi corpi elettorali (al Senato si vota a partire dai 25 anni di età) che si erano oggettiva­mente espressi in maniera opposta, il primo istinto è quello di provare a capire cosa sarebbe successo con la precedente legge.

Non è mai buona cosa confrontare meccanismi elettorali diversi prendendo come riferimento i risultati di una sola elezione. Tanto più che per farlo si dovrebbero analizzare i risultati in maniera capillare per cercare di riprodurre cosa sarebbe potuto succedere nella distribuzione dei voti collegio per collegio.

Essendo in ogni caso rimasti nel terreno dello scontro bipolare, in quanto la nuova legge aveva mantenuto, con l’assegnazione del premio di maggioranza, tutti i caratteri della logica maggio­ritaria della legge precedente, qualche ipotesi può essere fatta.

Cosa sarebbe quindi successo al Senato con i vecchi collegi uninominali? e cosa alla Camera?

 

Per il Senato, senza ombra di dubbio, il centrodestra avrebbe potuto vantare un vantaggio, in seggi, di gran lunga superiore a quello ottenuto.

La distanza tra i due schieramenti era di oltre un punto percen­tuale a vantaggio del centrodestra. Certo, nei sistemi uninominali una simile percentuale, riferita a livello nazionale, per quanto indicativa di una certa tendenza, potrebbe anche non significare la vittoria in termini di assegnazione dei seggi. L’In­ghilterra insegna.

Perdere un collegio per 100 voti e vincerne 10 con un solo voto di scarto, comporta una vittoria di 10 a 1 nonostante i 90 voti in meno a livello globale.

Ciò che avrebbe potuto quindi fare la differenza è proprio la distribuzione dei voti Regione per Regione. In tal senso, il centrodestra aveva largamente vinto nelle Regioni con più alto numero di seggi a disposizione (e nelle altre situazioni più signi­ficative si era arrivati al “testa a testa”). Con il sistema maggioritario dei collegi, ciò avrebbe sicuramente comportato l’assegnazione della quasi totalità di questi seggi al centrodestra.

 

Diversamente, i conti per la Camera risultano più complicati.

La vittoria dell’Unione fu infatti nell’ordine di un misero 0,1%. Decisamente nulla per poter pensare, con un sistema elettorale maggioritario uninominale, di vedersi garantita l’assegnazione della maggioranza dei seggi.

Da valutare attentamente, ancora una volta, la distribuzione del voto zona per zona.

Ma anche in questo caso, l’impressione è che la bilancia conti­nuasse a pendere dalla parte del centrodestra.

 

Senza alcun timore di apparire “controcorrente”, visto l’an­damento del voto del 2006 , è da ritenere quanto mai fondato che con la precedente legge elettorale la vittoria, in termini di assegnazione dei seggi, sarebbe andata, in entrambe le Camere, al centrodestra.

In ogni caso, il centrodestra avrebbe avuto una larga maggio­ranza al Senato che invece non ottenne. Anzi, causa una cattiva gestione del voto all’estero1, si ritrovò in minoranza anche al Senato.

Difficili da comprendere, quindi, le ragioni con le quali il centrosinistra decise di recriminare contro la nuova legge eletto­rale.

Piuttosto, ciò che avrebbe dovuto far riflettere era stata la facilità con la quale L’Unione aveva ottenuto una larga maggioranza alla Camera dei Deputati pur con un risultato di sostanziale parità. E considerato che non sempre si sta dalla parte dei vinci­tori ...

Note al capitolo

1 Per il voto degli italiani all’estero il centrodestra fece il grave errore di presentare più liste. Fu soltanto grazie a questo errore di valutazione che l’Unione riuscì a conquistare 4 dei 6 senatori a disposizione per la Circoscrizione Estero.

 
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Il Referendum costituzionale del 2006

Ad inizio legislatura e a parti invertite, con il centrosinistra al Governo e Berlusconi all’opposizione, gl’italiani sono chiamati ad esprimersi sul progetto di revisione costituzionale appena approvato.
Con qualche inquietante analogia con quanto fatto dal centrodestra nel 2001, il No dell’Unione viene portato avanti con non poche ambiguità.
Per altro, durante le trattative per l’elezione del nuovo Presi­dente della Repubblica e in riferimento al ruolo di garanzia che questi avrebbe dovuto svolgere, il segretario dei Ds Fassino si espresse per assicurare che in caso di crisi del Governo Prodi si sarebbe tornati a votare “in base al principio tipico delle democrazie dell’alternanza per cui la legittimità di una maggioranza e di un governo viene dal voto dei cittadini (6 maggio 2006 Adnkronos)”.
Non più la Carta Costituzionale, quindi, a definire i compiti del Presidente della Repubblica e il ruolo del Parlamento, ma una rigida corrispondenza della presunta volontà degli elettori con le sorti del Governo; il tutto stipulando accordi sottobanco che non tenevano in alcun conto il possibile risultato del referendum del 25-26 giugno.
Perché era soltanto nel caso di vittoria dei Sì che le dichiarazioni dell’On. Fassino avrebbero potuto essere considerate come una mera anticipazione di ciò che il Presidente della Repubblica e il Parlamento non avrebbero più avuto nella disponibilità di fare.
La campagna referendaria contro la revisione costituzionale del centrodestra inizia quindi così, con l’On. Fassino a sostenere due cose, una contraria all’altra: un No a parole per quanto riguar­dava il giudizio da dare alla revisione costituzionale del centrodestra; un Sì nei fatti con l’adesione piena ai principi ispi­ratori delle norme antiribaltone approvate dal centrodestra.

A ben vedere, però, la posizione di Fassino non aveva i caratteri dell’originalità.
Quando ancora all’opposizione, l’intero centrosinistra aveva già anticipato la posizione di Fassino con la cosiddetta Bozza Amato del dicembre 2003 che testualmente così recitava:
per garantire il rispetto della volontà politica degli elettori e per evitare il rischio di uno scollamento tra cittadini e sistema politico, è giusto che non siano legittimati i c.d. ribaltoni. In questo senso, si conviene sul fatto che debba rendersi noto, contestualmente alla pubblicazione del programma elettorale, il nome del candidato alla guida del Governo, senza tuttavia farne oggetto di separata menzione nella scheda elettorale. Egli sarà poi nominato dal Presidente della Repubblica e investito della fiducia iniziale del Parlamento (o della Camera). In caso di sfiducia, e su sua proposta, vi sarà lo scioglimento a meno che una mozione costruttiva votata dalla maggioranza iniziale, comunque autosufficiente anche se integrata o eventualmente ridotta, non proponga un diverso candidato”.

Siamo, senza ombra di dubbio, di fronte alla stesura originale di quanto il centrodestra approvò, si potrebbe dire sotto dettatura, con il nuovo articolo 88.

Anche l’Unione, quindi, così come in precedenza aveva fatto il centrodestra con il referendum sul Nuovo Titolo V, finì per adottare una sorta di exit strategy fondata su un sostanziale disimpegno, principalmente attenta a non accentuare i toni dello scontro sulle questioni quali il rafforzamento dei poteri del Pre­mier e le norme antiribaltone, e spostando l’attenzione sugli altri aspetti della riforma.

In controtendenza rispetto al Referendum confermativo precedente, l'affluenza alle urne fu molto più elevata, attestandosi al 53,7%.
Con il 61,3% dei No (15.791.293 voti), il progetto di riscrittura della Costituzione venne bocciato. Una quota significativa di Italiani, di fronte alle tante promesse di un mondo migliore, preferì tenersi ben stretta la Carta Costituzionale che buona parte del mondo ancora c’invidia.
Il risultato del referendum non si prestava ad alcun equivoco: dal successo del Referendum elettorale del 1993 erano rimasti in pochi a credere alla favola del “modernismo” demagogico per la quale, a milioni di elettori, può essere possibile esprimere una chiara ed univoca volontà di governo, ad un punto tale da dover giustificare l’adozione di superpoteri nelle mani dell’Esecutivo al fine di far rispettare questa volontà.
Come singoli elettori, con in mano una matitina una volta ogni 5 anni, si sa bene di non avere molti diritti da “far valere” di fronte ad una ridottissima offerta politica, o di qua o di là, prendere o lasciare, quale è quella dei sistemi bipolari.
Mandare a casa Berlusconi”, così come aveva voluto la stra­grande maggioranza degli elettori che alle elezioni del 2006 scelse l’Unione, poteva significare, anche, un’adesione totale circa il fare e non fare sulla base di ben 281 pagine di programma?
Evidentemente no.
Nessuno si sognerebbe di firmare un simile “contratto capestro”, se non perché costretto dai meccanismi della legge elettorale o da meccanismi costituzionali quali quelli che erano contenuti nella riscrittura costituzionale proposta dal centrodestra.
E a chi, per l’appunto, aveva chiesto d’inserire in Costituzione meccanismi antiribaltone contro la dialettica della forma di governo parlamentare, una sorta d’inscindibile “patto con il Diavolo”, venne risposto che non c’era la minima intenzione di concedere poteri eccezionali per realizzare programmi di Governo che non è ragionevole pensare possano essere sotto­scritti nella loro totalità.
 
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Il referendum costituzionale tradito ed il presidenzialismo fai da te del Presidente Napolitano


A soli 4 giorni dalla vittoria del No arriva, dall’allora Ministro della difesa Parisi, un primo ultimatum:
Se la maggioranza di centrosinistra venisse meno sull’Afghani­stan sarebbe necessario tornare alle urne e sciogliere il Parlamento”.
Sì, avete letto bene: neanche 100 giorni di governo di centrosini­stra e con la vittoria referendaria appena ottenuta, uno dei massimi esponenti del Governo Prodi ricorreva agli argomenti cari al fondamentalismo bipolare per minacciare il tutti a casa.
Al primo passaggio parlamentare difficile, su una questione che investiva profondamente le coscienze, si ritornò al punto di partenza con la pretesa di dover piegare la “forma di Governo parlamentare” al feticcio del presunto programma di governo, sottoscritto dalle forze politiche e votato dagli elettori, che imponeva il fare come il non fare.
Improvvisamente, molti elettori dell’Unione, con la bandiera della pace ancora appesa al balcone, scoprirono di aver votato un programma di Governo che rifinanziava le missioni militari all’estero. Ma non solo, scoprirono anche che non era servito a nulla votare No alla revisione costituzionale del centrodestra: se su un tema come le missioni all’estero la maggioranza espressa dalle elezioni non si fosse dimostrata autosufficiente, si sarebbe applicato quanto scritto nei nuovi articoli 88 e 94 appena bocciati. E sì che anche il progetto di revisione del centrodestra, come abbiamo visto(pag. 47), prevedeva una sorta di apertura per consentire di superare indenni, per le sorti del Governo, eventuali piccole divisioni all'interno della maggioranza su questioni specifiche.

A fianco dei talebani della logica bipolare scese anche il Presi­dente della Repubblica Napolitano.
L’attivismo del Presidente Napolitano a sostegno della missione militare in Afghanistan andò via via crescendo. Dopo aver vestito i panni dell’esperto costituzionalista nel tentativo di dimostrare la legittimità della presenza militare italiana in Afghanistan e dopo aver plaudito la scelta del centrodestra di votare insieme al centrosinistra il rifinanziamento della missione, intimò alla maggioranza parlamentare “scelta dagli elettori” di rimanere unita. Sull’Afghanistan il centrosinistra doveva dimostrare la sua compattezza, altrimenti potevano aprirsi problemi politici abbastanza delicati.

Che ci si trovasse di fronte ad un’ingerenza era sin troppo evi­dente, peraltro per nulla attenuata dal fatto che fu lo stesso Napolitano ad aggiungere che “Al Presidente tocca solo aspet­tare e vedere”.
Il Governo Prodi finì per subire i “consigli” del Presidente, dissanguando la già esigua maggioranza in drammatici passaggi parlamentari che avrebbe potuto evitare se soltanto avesse seguito il dettato costituzionale anziché gli anatemi del fonda­mentalismo bipolare.
Costretto a continue verifiche circa l’autosufficienza della maggioranza espressa dagli elettori, Prodi divenne ostaggio non tanto della sinistra estrema, che finì per votare di tutto pur di non rischiare la fine anticipata della legislatura, quanto dei cosiddetti moderati e delle mire di chi, come Veltroni, anziché lavorare per tenere unita la maggioranza, già pensava a nuove elezioni; da svolgersi, possibilmente, con una nuova legge elettorale da concordare con Berlusconi .

 

 
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La “pistola carica” di un nuovo referendum elettorale

Che la maggioranza a sostegno del Governo Prodi si sarebbe ben presto sfasciata, lo si era però già capito 3 giorni dopo la vittoria elettorale.
Dall’Incontro sulla legge elettorale promosso da Mario Segni giunsero i primi venti di guerra rivolti, principalmente, contro gli alleati proporzionalisti all’interno del centrosinistra.

Sulla legge elettorale erano state fatte dichiarazioni e promesse che andavano mantenute” fu la sostanza del discorso portato avanti da Segni, Morando e Bassanini, “per questo, c’era la necessità di dare forza al Premier”.
La proposta di un nuovo referendum elettorale, quindi, come una pistola carica da mettere sul tavolo per costringere il Parla­mento ad intervenire o, nel caso ciò non fosse avvenuto, come ultima risorsa per cambiare l’assetto ritenuto sostanzialmente proporzionale.

E l’opposizione di centrodestra?
Anche all’interno del centrodestra erano presenti forze a favore del maggioritario, mise in evidenza Segni, ed era quindi possi­bile prefigurare uno scenario di consenso trasversale tra i due schieramenti. E per garantire un fronte il più allargato possibile, Bassanini sconsigliò vivamente di legare la questione del refe­rendum elettorale con la vicina scadenza del referendum costituzionale.

Viste le premesse, “ritorno alla cultura maggioritaria”, “pistole cariche” e “maggioranze trasversali”, inutile farsi illusioni circa gli aspetti sui quali il nuovo referendum avrebbe cercato d’inter­venire: nessuna correzione degli aspetti più critici ma, anzi, la loro esasperazione.

Il quesito proposto, infatti, andava nella direzione di assegnare il premio di maggioranza alle sole liste, abrogando tutti i riferi­menti della legge elettorale nelle parti in cui erano previste le coalizioni, per costringere i partiti a presentarsi, se coalizzati, in un unico listone e con un unico simbolo.
Ebbene sì, incredibile ma vero, ad essere oggetto delle ire refe­rendarie non erano le decisioni calate dall’alto, dalla scelta delle candidature da imporre agli elettori alle 1000 pagine di programma prendere o lasciare, o l’assurdo premio di mag-gioranza indefinito combinato, per di più, con le soglie di sbarramento.
No, ciò che si proponeva di abrogare era l’unico strumento che gli elettori avevano a disposizione per poter in qualche modo modellare gli equilibri interni allo schieramento che intendevano votare.
Già non avevano il voto di preferenza per scegliere i propri parlamentari; ora gli si voleva sottrarre pure la possibilità di sce­gliere quale partito votare nell'ambito di un voto espresso per una coalizione di più forze politiche.
Nelle elezioni del 2006 la geografia parlamentare delle due coalizioni era stata decisa dagli elettori, con il voto alle singole liste appartenenti all'una o alll’altra coalizione, e non dagli accordi di spartizione calati dall’alto.
Tutto ciò, evidentemente, si scontrava con la necessità delle for­ze maggiori di voler decidere, in maniera preventiva e senza alcun intervento da parte degli elettori, la formazione del futuro Parlamento.
In questa chiave di lettura erano poi da leggere gli effetti indi­retti che un tale referendum avrebbe in qualche modo esercitato negli equilibri politici.
Fu lo stesso Giovanni Guzzetta, ideatore del quesito, a chiarire che l’obiettivo, al di là del referendum proposto, era quello di superare il bipolarismo così come si era affermato per “aprire la strada ad un orizzonte bipartitico”.
L’assegnazione del premio di maggioranza alle singole liste avrebbe reso più complicato realizzare larghe coalizioni, così come era stato per le elezioni del 2006; mentre per le singole liste sarebbe inoltre scattata la ghigliottina di rigide soglie di sbarramento, 4% alla Camera, 8% al Senato, senza possibilità di recuperi.

Un anticipo del risultato referendario lo si avrà con le elezioni del 2008. Veltroni e Berlusconi, a capo di due nuovi partiti nati dalla fusione delle componenti maggiori dei due schieramenti, decisero di presentarsi, sostanzialmente, da soli, con accordi di coalizione con la sola IDV, il Partito Democratico, con Lega Nord e MPA il Popolo delle libertà.
Mediante scelte politiche che, pur se in maniera parziale, realizzarono quanto con il referendum si voleva imporre per legge, vennero a galla tutti i difetti di una legge elettorale che, con troppa facilità, era in grado di regalare larghe maggioranze parlamentari e, al tempo stesso, togliere a consistenti quote di elettorato il diritto di essere rappresentate in Parlamento.

 

 
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serie UMORISMO

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La Veltroneide elettorale

Di fronte alle continue sortite dell’entourage veltroniano su legge elettorale e riforme istituzionali, a molti sarà venuto alla mente un noto spot pubblicitario: Walter Veltroni un giorno sì e un giorno ... sì.

Diversamente dallo spot pubblicitario, però, il Veltroni quoti­diano stava avendo l’effetto di lasciare con il palato amaro. Non a tutti, è vero. Ma anche in quel caso ci si trovava di fronte ad un’anomalia, se così è possibile definire la circostanza che vedeva tutti gli alleati di governo contrariati e il maggior partito di opposizione (che “un giorno sì e un giorno ... sì” le provava tutte pur di far cadere il Governo Prodi) favorevolmente disposto di fronte alle “diverse” soluzioni elettorali provenienti da Veltroni.

Un giorno il Vassallum, il giorno dopo la Bozza Bianco, il giorno dopo ancora, invece, diritti verso il doppio turno francese e, per l’elezione diretta del capo del governo, vediamo come butta; per poi ricominciare dall’inizio con la minaccia del refe­rendum elettorale.

Una sorta di giro dell’oca in grado di procurare solo divisioni all’interno del centrosinistra e che, a seconda della casella occu­pata, qualche volta accontentava Fini, quasi sempre Berlusconi.

In un momento nel quale il centrodestra sembrava stesse per disciogliersi come neve al sole, lacerato dai primi conflitti di leadership, grazie al dialogo a due sulla legge elettorale Berlu­sconi cominciò a giocare al gatto con il topo con l’americano de Roma.

Nel giro di un mese e mezzo la situazione mutò completamente, con Berlusconi e Fini più uniti che mai ed il centrosinistra costretto alla crisi di Governo dal voto contrario dei “moderati” Mastella e Dini.

 
l'olocausto di Gaza
L'olocausto di Gaza
 
 
di Germano Monti
 
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Lo strappo di Prodi: i governi nascono e muoiono con il voto del Parlamento

Applicare la Costituzione per riformare la Costituzione stessa. Questo è quanto avvenne, in parte, con la decisione di Prodi di rivolgersi alle Camere per verificare la fiducia al suo governo piuttosto che aprire l’ennesima crisi extra-parlamentare o, più esattamente, l’ennesima crisi extra-costituzionale.
Ma perché, nel caso specifico, applicare la Costituzione poteva essere considerata una vera e propria riforma costituzionale della quale si sentiva la necessità?
Per il semplice motivo che un principio scritto, ma non appli­cato, non può produrre conseguenze. Negli anni, infatti, di mancata applicazione in mancata applicazione, si è via via imposta una “Costituzione materiale” ben diversa da quella che l’Assemblea costituente ci lasciò in eredità.
Nei casi delle crisi di governo determinate dal venire meno del sostegno di alcune forze interne alla maggioranza, quasi mai ciò è stato provocato da una corretta procedura costituzionale, e cioè attraverso il ricorso della mozione di sfiducia da parte dei parla­mentari della maggioranza; bensì, come giustamente evidenziato da Prodi, dal chiacchiericcio sui mezzi di informazione.

A prima vista, questa differenza di prassi potrebbe sembrare una questione meramente formale, ma così non è.
Nel caso di esplicito voto di sfiducia le forze politiche si assu­mono la piena e palese responsabilità, di fronte a tutto il paese e ai propri elettori, di far cadere un governo al quale avevano partecipato.
Nel caso, invece, del Premier che consegna le dimissioni in assenza di esplicita sfiducia parlamentare, si perdono di vista le responsabilità e, anzi, l’impressione è quella di trovarsi di fronte all’ennesima figura debole che si fa da parte o che si appresta a subire l’ennesimo ricatto.
È da questa prassi, tipicamente democristiana, che in gran parte deriva la figura debole del Premier e il potere di ricatto delle singole forze politiche non chiamate ad assumere la piena responsabilità dei propri comportamenti.
Ci fossero state le dimissioni ai primi “rumori televisivi”, nessuno avrebbe avuto modo di approfondire i motivi di una crisi che aveva radici ben più profonde: dal tentativo di egemonia veltroniana e le manovre neocentriste per sostituire Prodi, passando per le ingerenze della Chiesa e i problemi giudi­ziari di Mastella, senza dimenticare il fastidio dei poteri forti, rappresentati da Dini, nei confronti di qualsiasi pur lieve aper­tura alle richieste della sinistra.
Bene fece quindi Prodi nel non rinunziare ai passaggi parlamen­tari attraverso i quali parte della sua maggioranza fu costretta a spiegare e votare i motivi per i quali il Governo non poteva più essere sostenuto.
Ma Prodi poteva fare ancora di più, applicando sino in fondo il dettato Costituzionale.
Chi voleva far cadere il Governo doveva essere forzato a fare anche il primo passo, assumendosi la responsabilità di aprire la crisi presentando una mozione di sfiducia, perché in assenza di mozioni di sfiducia i Governi vanno avanti per la loro strada nel pieno possesso di tutte le loro prerogative costituzionali, piacesse o no al Presidente Napolitano e ai suoi continui richiami all’autosufficienza della maggioranza sulle questioni da lui ritenute fondamentali per la sopravvivenza del Governo.

In ogni caso, per quanto a metà, la scelta di Prodi di parlamenta­rizzare la crisi venne vissuta con angoscia dalla gran parte delle forze politiche di entrambi gli schieramenti. Un malessere mani­festato anche dal Presidente della Repubblica che, ragionando più da politico che da garante della Costituzione, consigliò a Prodi di rassegnare le dimissioni senza arrivare al voto parla­mentare.
Paradossalmente, però, senza norme antiribaltone a disposizione e senza il potere di scioglimento del Parlamento, Prodi riuscì ad ottenere il medesimo risultato facendo la più semplice delle cose: applicando la Costituzione del ‘48, un Premier all’appa­renza debole riuscì a scompaginare i piani di chi stava lavorando per sostituirlo.
 
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Elezioni 2008: come ottenere la maggioranza dei seggi con appena il 36% degli elettori

Nel giro di pochi mesi, tra l’ottobre 2007 e il marzo del 2008, dalla fusione delle componenti maggiori del centrosinistra e del centrodestra nascono il Partito democratico ed il Popolo della libertà.
Per le elezioni anticipate del 2008 entrambi i partiti decidono di limitare al minimo le alleanze, lasciando fuori anche forze poli­tiche alle quali era stato chiesto di confluire nelle nuove formazioni.
Diversamente dal 2006, la competizione elettorale si sarebbe quindi svolta in un ambito non più fortemente bipolarizzato, bensì con un panorama politico non più assorbito per intero da due schieramenti.
Con il venir meno delle due ampie coalizioni, prendeva così seriamente corpo il rischio che il premio di maggioranza venisse assegnato a forze politiche sostenute da un consenso di voti ampiamente inferiore a quello ottenuto nel 2006.
Vista, poi, la concreta possibilità, per i partiti al di fuori delle due coalizioni maggiori, di non riuscire a superare le soglie di sbarramento (4% alla Camera; 8% al Senato), gli elettori sarebbero stati inoltre costretti a subire il ricatto del voto utile: bruciare il proprio voto dando la preferenza ad un partito a rischio soglia di sbarramento, o accontentarsi del meno peggio tra i due schieramenti maggiori?

Di fronte a questa forma di costrizione, non fu probabilmente per una coincidenza se l’affluenza alle urne diminuì, di colpo, di oltre il 3%; come anche aumentarono le schede bianche o nulle. Complessivamente, il numero degli aventi diritto al voto per l’elezione della Camera dei deputati che preferì ingrossare le fila del non voto, tra astensione, schede bianche o nulle, può essere stimato in circa 1.700.000 elettori: ben oltre la soglia di sbarramento del 4%.
Pur trovandoci di fronte a dei numeri incontestabilmente impor­tanti, sia la Politica che tutto il sistema dell’informazione si attivarono immediatamente per nascondere la diminuita rap­presentatività del nuovo Parlamento.
Prendere in considerazione la novità di un non voto che di colpo aumentava del 4%, avrebbe infatti costretto ad un’analisi severa circa l’effettiva entità del premio di maggioranza conseguito dalla coalizione vincente.
Vediamole, quindi, le novità introdotte da questa tornata eletto­rale all’insegna del bipartitismo, partendo dal confronto con i risultati delle elezioni del 2006.
Il centrodestra, che nel 2006 aveva ottenuto soltanto 277 seggi alla Camera, nel 2008 ne conquistò ben 340 pur passando dai 18.977.843 elettori del 2006 ai 17.063.874 del 2008.
Quasi 2 milioni di voti in meno ma ben 63 Deputati in più!
Di fronte all’assurdità di un simile dato, diventa d’obbligo cercare di comprendere l’effettiva rappresentatività della nuova maggioranza parlamentare.
Rapportando, infatti, il numero di voti del centrodestra al numero degli elettori aventi diritto, si scopre che si supera appena il 36%, mentre nel 2006 si era, per entrambi gli schiera­menti, ad oltre il 40%.
Siamo cioè di fronte ad un’ampia maggioranza parlamentare che può governare, può modificare la Costituzione, può nominare le più alte cariche dello Stato e tanto altro ancora, pur rappresen­tando soltanto il 36% del corpo elettorale.
Che il Palazzo sia quindi molto più lontano dal Paese reale di quanto già non lo fosse in precedenza, non è certo una sensa­zione da pensiero estremo: sono i numeri, purtroppo per noi, a confermarlo.
 
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Legge elettorale per il Parlamento europeo: PD e PDL “compagni di merende”

Nel ricordare la circostanza nella quale venne fatto largo uso dell’espressione “compagni di merende”, il definire allo stesso modo i due partiti maggiori potrebbe sembrare un inutile ed immotivato estremismo verbale.

No, non è così.

Se rubare acqua ad un assetato equivale a condannare a morte chi subisce questo furto, lo stesso si può dire di una democrazia nella quale, alterando il principio “una testa un voto”, ad alcuni partiti potrebbe essere consentito di ottenere seggi altrimenti non conseguibili con metodo democratico, attraverso, cioè, la consapevole e libera determinazione della sovranità popolare.

Un copione già visto e subito dagli elettori alle elezioni politiche del 2008.

Schiavi di una legge elettorale con soglia di sbarramento e per di più in grado di assegnare al primo arrivato il Governo del Paese, per molti elettori rimase, infatti, ben poco da scegliere: rischiare di buttare il proprio diritto di voto nel water, sostenendo forze politiche in ogni caso non in grado di competere per il governo del paese o a rischio soglia di sbarramento; o piegarsi al ricatto del voto utile, votando il “meno peggio” fra le due forze politiche maggiori.

Le conseguenze, come abbiamo visto, sono sotto gli occhi di tutti.

Un gran numero di elettori, di fronte al ricatto del voto utile, ha preferito aggiungersi al numero dei non votanti: non contare per non contare ...

Abbiamo inoltre assistito all’azzeramento della dialettica parla­mentare, con il Parlamento ridotto a “pensiero unico”, nella totale assenza di forze politiche (poiché espulse dalla soglia di sbarramento) in grado di rappresentare istanze sociali ignorate sia dal PDL al governo che dal PD all’opposizione.

Un’emergenza democratica ben rappresentata dai numeri reali del consenso.

È bene infatti non stancarsi di ricordare come l’attuale maggio­ranza parlamentare sia stata votata da un esiguo 36% degli elettori aventi diritto; ed il centro-destra, che nel 2006 ottenne soltanto 277 seggi alla Camera, nel 2008 ne conquista ben 340 pur passando dai 18.977.843 elettori del 2006 ai 17.063.874 del 2008. Quasi 2 milioni di voti in meno e ben 63 Deputati in più!

Numeri imbarazzanti che ben spiegano lo “sforzo” fatto da PD e PDL per cercare di riprodurre un meccanismo analogo anche per le elezioni europee.

Senza neanche l’alibi del dover studiare un meccanismo eletto­rale in grado di garantire maggioranze di governo forti e coese, l’introduzione della soglia di sbarramento del 4%, per l’ingresso nel Parlamento europeo, si spiega soltanto con il tentativo dei partiti maggiori di ottenere un maggior numero di seggi a disca­pito, appunto, delle liste al di sotto del 4%.

Dopo aver quindi rubato voti e seggi alle ultime elezioni poli­tiche, PD e PDL, forti in Parlamento del furto già consumato, hanno pensato bene di compiere un nuovo furto di democrazia.

PD e PDL “compagni di merende”?

No! molto peggio!

 
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La sconfitta dei quesiti Guzzetta

Il 21 ed il 22 giugno si vota nuovamente per decidere se cam­biare o meno la legge elettorale.
Lasciarla così com’è, con la possibilità di attribuire il premio di maggioranza anche ad una coalizione di più liste; oppure inter­venire, assegnando il premio di maggioranza soltanto ad una singola lista?
Come visto, alle ultime elezioni i due maggiori partiti avevano in qualche modo anticipato il risultato auspicato dai referendari, optando per coalizioni minime e presentandosi, in modo partico­lare il PD, sostanzialmente da soli.
Gli elettori avevano quindi davanti agli occhi un esempio concreto, anche se parziale, di ciò che li avrebbe aspettati in caso di vittoria dei referendum, con un sistema rigidamente regolato per legge e non lasciato più alla libera scelta delle forze politiche.
Sarà stato forse per questo, oppure no, di certo c’è che i refe­rendum Guzzetta vennero bocciati con un risultato che non ammetteva repliche.
Non solo la più bassa partecipazione di sempre, ma anche un risultato di scrutinio che, con soli 8 milioni di , si spera abbia messo la parola fine a qualsiasi tentativo di ledere i diritti fonda­mentali, come quello della rappresentanza, per via referendaria.
Grazie ad un articolo di garanzia della Costituzione, che impone la partecipazione del 50% più uno degli elettori, erano già stati respinti altri due tentativi. Con la sconfitta del 2009, alla garanzia costituzionale si aggiunse lo scarso consenso di ottenuto.
Facendo un confronto con il referendum più boicottato della storia referendaria italiana, quello per l’estensione delle tutele dell’art. 18 dello “Statuto dei lavoratori” (90% dell’arco costituzionale, confindustria e sistema dell’informazione che hanno invitato all’astensione o a votare no), siamo ad oltre due milioni di in meno.

Una parola, infine, sul triste spettacolo dato da un certo modo opportunistico e superficiale di utilizzare lo strumento referen­dario.
Come succede in praticamente tutte le scadenze referendarie, le motivazioni per promuovere e sostenere un dato quesito possono essere le più diverse; troppe volte, però, soltanto strumentali e per esercitare pressione.
Ma con i quesiti Guzzetta è successo l’imprevedibile.
Nomi illustri, come Bassanini e Cheli solo per citarne alcuni, hanno prima fatto parte del Comitato promotore, per poi uscirne e sostenere la necessità di battere i referendum da loro promossi.
L’IDV, in prima fila nel raccogliere le firme e nel lanciare anatemi per bocca del suo leader Di Pietro, si è di colpo defilata per lasciare campo libero agli esponenti del partito, Passigli e Pardi, in prima fila in differenti Comitati per l’astensione.
Al di là del giudizio da dare per questi comportamenti, rimane la certezza dell’uso spregiudicato ed eccessivo che spesso si è fatto del Referendum. Un uso improprio che ha via via trasformato le consultazioni referendarie da “strumento di democrazia diretta nelle mani dei cittadini” a “strumento di manipolazione subito dai cittadini”.
 
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Quale nuova Repubblica?

Si conclude qui la cronaca dei passaggi che hanno determinato una situazione di guerra civile permanente, nel teatrino della politica, dove a farne le spese è stato soltanto il cittadino comune.

Dalla Prima alla Seconda Repubblica per non cambiare, ha avuto così inizio questa storia.

Ebbene sì, abbiamo vissuto una finzione dove non c’è stata una Seconda o Terza Repubblica, ma soltanto un passaggio di consegne.

Il mito dell’alternanza ha sino ad oggi prodotto Governi sin troppo simili nelle scelte di fondo, quali l’economia, i diritti civili, la politica estera ed un sistema legalizzato di clientele; ma, soprattutto, una sostanziale concordia di obiettivi, pur se con formule diverse, quando si è trattato di ridurre gli spazi di rappresentanza e di mettere i cittadini l’uno contro l’altro per meglio controllarli.

Il ricco nord contro il sud, i figli contro le pensioni dei genitori, i precari contro chi ha un posto poco più sicuro, il disoccupato contro l’immigrato, i consumatori contro i lavoratori, e si potrebbe andare avanti a lungo con la lista dei poveri cristi di volta in volta indicati, dal liberal di turno presente in entrambi gli schieramenti, come le sanguisughe che impediscono la crescita dell’Italia.

Tutto questo è stato chiamato progresso ed è stato trasformato in una stagione di riforme, anche se non sempre vincente, tendente ad escludere dall’agenda politica le istanze provenienti da ampi settori della società.

Senza poter più contare e con una qualità della vita sempre più compromessa, c’è certamente la necessità di restituire agli elet­tori quella sovranità che dovrebbe già essere loro ma che, invece, il Partito azienda e gli americani de Roma hanno fatto divenire di loro esclusiva proprietà.

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