02 | 07 | 2020

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Dove va la Costituzione?

 
Premessa
 
Come nelle previsioni, la Commissione Bicamerale per le riforme è riuscita nell'intento di produrre un progetto di revisione costituzionale che, di fatto, prelude ad una nuova Costituzione.

Cosa rimarrà, infatti, della Costituzione del '48 dopo questa "revisione"? 
Ben poco; e quel poco andrà nella direzione opposta a quanto era invece auspicabile: pur nell'assenza di un intervento formale sulla Prima Parte della Costituzione, attraverso i meccanismi istituzionali escogitati si avrà una ben più pesante divaricazione tra le enunciazioni dei diritti e dei principi ivi sanciti e la loro concreta attuazione. Per alcuni di questi, inoltre, si annunciano dei clamorosi stravolgimenti. Su tutti, la previsione contenuta nel primo comma dell'articolo 56: 
"Le funzioni che non possono essere più adeguatamente svolte dalla autonomia dei privati sono ripartite tra le Comunità locali, organizzate in Comuni e Province, le Regioni e lo Stato, in base al principio di sussidiarietà e di differenziazione, nel rispetto delle autonomie funzionali, riconosciute dalla legge.

Con un colpo solo, al "pubblico" si sostituisce l'autonomia dei privati. Il tutto, tra l'altro, senza chiarire un minimo di criteri. Chi sarà, infatti, a stabilire come e quando i privati risulteranno inadeguati a svolgere determinate funzioni? Quale sarà il punto di discrimine rispetto al quale far valere le "scelte politiche" rispetto agli "equilibri di bilancio" dei privati? 

Altro aspetto che non può venire sottaciuto, è il metodo d'indagine con il quale si è arrivati a produrre le varie proposte di revisione. 

Anziché partire da un esame sul campo del perché dei malfunzionamenti istituzionali e politici verificatisi durante gli ultimi 50 anni, si è direttamente passati all'elaborazione del sistema istituzionale facendo riferimento ad astratte elaborazioni dottrinali. Di fatto, una sorta di discussione blindata nella quale non è stato possibile approfondire tutto quanto non andava a soddisfare le aspirazioni politiche dei partiti che hanno imposto l'urgenza della riforma. E non deve oggi sorprendere se, per ogni "nuova" soluzione adottata dalla Bicamerale, i problemi da risolvere siano rimasti gli stessi di sempre; per non dire dei nuovi che sorgeranno a causa delle scelte fatte. Del resto, con neanche sei mesi di tempo a disposizione, e con un bagaglio di analisi praticamente nullo alle spalle(1), quale profondità di riflessione ci si poteva aspettare? 
Piuttosto, c'è stata la conferma che il lavoro della Commissione non era tanto orientato ad una "risistemazione" della Carta Costituzionale alla luce dei 50 anni passati, con l'intento cioè di correggere gli aspetti più critici, quanto ad una ridefinizione complessiva funzionale agli attuali equilibri di potere politico ed economico. 
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: 

- un presidenzialismo a tutti i costi, a torto ritenuto depotenziato, in grado di mortificare il Parlamento attraverso il potere di scioglimento; 
- un'indicazione di legge elettorale che accentua i difetti tipici del maggioritario, e cioè la sovrarappresentazione istituzionale e quindi l'enorme potere di ricatto del pulviscolo del "centro politico", ma ugualmente in grado di marginalizzare la rappresentanza politica delle istanze e degli interessi sociali incompatibili con politiche di governo asservite alle "esigenze tecniche dei mercati"; 
- un progetto di federalismo tutto teso a realizzare per altre vie la disgregazione dello "Stato sociale"; 
- un nuovo articolato costituzionale sulla giustizia che si spiega soltanto nell'ottica di uno stravolgimento dell'attuale equilibrio fra i poteri, da effettuarsi nel prossimo futuro in sede di esame parlamentare del progetto di revisione costituzionale (in sede di Bicamerale si è infatti preferito evitare l'esame degli emendamenti, probabilmente per meglio "preparare" l'opinione pubblica!), e con ciò rinviando inutilmente (dolosamente!) gli interventi legislativi di tipo ordinario che oggi potrebbero permettere di risolvere gran parte delle disfunzioni della macchina giudiziaria; 
- infine, una sorta di tricameralismo che ... chi lo capisce è bravo! 

Per tutte queste ragioni, ci è sembrato quanto mai urgente un lavoro di documentazione e approfondimento di quanto è avvenuto in questi ultimi mesi. 
E nel ringraziare coloro che hanno contribuito a questo lavoro, con opinioni non sempre coincidenti ma in ogni caso con sincero spirito di confronto, cogliamo l'occasione per sottolineare come tutta l'opera della Commissione Bicamerale abbia invece dato l'impressione di un approccio alle questioni fortemente contaminato da "altri interessi". 
Un giudizio certamente duro; ma che nonostante ciò non riesce a dare l'esatta percezione della pervicacia con la quale i lavori della Commissione sono stati indirizzati per elaborare soltanto delle specifiche soluzioni. Basti ricordare la farsa della contrapposizione tra il "premierato forte" ed il "presidenzialismo", che non nasce dalle proposte di legge presentate prima dell'istituzione della Bicamerale, ma che è stata imposta come base di discussione sin dalle prime battute. 
Tutto lo schieramento dell'Ulivo ha come nulla accantonato la possibilità di formare una propria maggioranza, intorno ad una proposta di premierato più vicina al modello tedesco, nonostante gran parte dei progetti di legge presentati dai parlamentari del centro-sinistra indicassero questa e non altre soluzioni. Il tutto per aderire ad una confusa soluzione di "premierato forte" nella quale avrebbe potuto riconoscersi pure la destra; pena il rischio del fallimento della Bicamerale. 
L'alibi dell'accordo "largo" per giustificare soluzioni incredibili prima (il premierato forte); l'accettazione del sistema presidenziale poi. No, risulta veramente difficile credere alla neutralità degli "interessi", evidentemente presenti in entrambi gli schieramenti, in ordine a tutte le scelte fatte in sede di Commissione Bicamerale. 

Associazione Malcolm X - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 
 

Nota 1) Il premierato forte, ad esempio, oltre che portare il sistema istituzionale al di fuori della tradizione democratico-parlamentare, al pari del presidenzialismo, è una "trovata" dell'ultima ora e tutta italiana. E va purtroppo constatato quanto penosi ed inconcludenti siano stati i diversi tentativi dell'Ulivo di dare a questo tipo di proposta un minimo di credibilità.