02 | 07 | 2020

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Un referendum del ’93 può valere per l’eternità?

Un referendum del ’93 può valere per l’eternità?
 
Il 4 dicembre 2013, come ricordato, la Consulta ha comunicato l’incostituzionalità di parti del Porcellum.
Neanche il tempo per fare le prime considerazioni, e senza conoscere le motivazioni, subito dopo è arrivata la fatwa del Presidente Napolitano: “imperativo ribadire il superamento, già sancito nel 1993, del sistema proporzionale”.
 
Sì, non c’è dubbio, ormai lo sanno pure i sassi: nel 1993 una larghissima maggioranza di elettori si è pronunciata per modifi­care la legge elettorale in senso prevalentemente maggioritario.
I sassi dovrebbero pure sapere, però, che da allora sono passati ben 20 anni e che, in questi 20 anni, sono successe tante cose. Ma anche e soprattutto, il corpo elettorale non è più lo stesso: gli elettori dai 18 ai 37 anni all’epoca non votavano.
Che ci azzecca?
Ci azzecca, ci azzecca.
 
Quando si sente continuamente ripetere che quel voto refe­rendario non può essere messo in discussione, e questo lo si ribadisce nonostante la sopraggiunta dichiarazione di incostitu­zionalità per gli eccessi di maggioritario contenuti nel Porcellum, la domanda sorge spontanea: quale incredibile patto con il diavolo viene sottoscritto, una volta votato un referendum?
Non si può più cambiare idea, anche se la possibilità di poter svolgere un contro referendum non esiste?
Cambia il corpo elettorale, ma gli elettori che hanno votato nel ’93 hanno deciso per i secoli a venire?
 
Ebbene sì, per una bizzarra interpretazione del divieto di ripristino della normativa abrogata per via referendaria, parrebbe proprio di sì: un referendum vale per l’eternità.
Infatti, è sulla base di questo principio che la Corte dei Conti ha recentemente sollevato la questione di incostituzionalità delle normative, dal ’97 ad oggi, che si sono occupate di rimborsi elettorali.
Per dirla tutta, la Corte dei Conti ha sollevato anche altre questioni, come la violazione degli art. 3 e 49 (principio di ugua­glianza), ma di questo nessuno parla. Anche perché, se se ne parlasse, si scoprirebbe un obbligo costituzionale che, parados­salmente, potrebbe giustificare, anzi no, potrebbe addirittura imporre una qualche forma di intervento dello Stato per garan­tire le pari opportunità a tutti i soggetti politici.
 
Ma torniamo al patto con il diavolo, cercando di interpretare questo famoso divieto di ripristino della normativa abrogata per via referendaria, attraverso la lettura dell’ultima sentenza della Consulta che se ne è occupata, la 199 del 2012: l’incostituziona­lità delle norme che di fatto ripristinavano, dopo solo pochi giorni dallo svolgimento dei referendum sull’acqua, quanto era stato da poco abrogato.
La Consulta fu molto chiara al riguardo, ribadendo il divieto di ripristino della normativa abrogata in quanto vi è l’esigenza di garantire che lo strumento di democrazia diretta non “venga posto nel nulla e che ne venga vanificato l’effetto utile, senza che si sia determinato, successivamente all’abrogazione, alcun mutamento né del quadro politico, né delle circostanze di fatto, tale da giustificare un simile effetto.”
 
Sì, avete letto bene, non può essere vanificato l’effetto utile del referendum senza che, nel frattempo... ecc. ecc.
Nessun patto con il diavolo, ma delle circostanze che, ad esempio, nella medesima legislatura non consentono al legisla­tore, eletto precedentemente allo svolgimento della con-sultazione popolare, di poter vanificare l’espressione di democrazia diretta.
Ma tale divieto, può valere, anche, per il Parlamento eletto successivamente?
Per essere chiari, a seguito di nuove elezioni, il quadro politico può essere considerato mutato al punto tale da poter rivedere una decisione referendaria adottata precedentemente?
Il quadro politico può essere considerato mutato se dal ’93 ad oggi siamo di fronte ad un diverso corpo elettorale è se, nel frat­tempo, si sono svolte ben 6 tornate elettorali?
 
Ma la Consulta non scrive solo “mutamento del quadro poli­tico”. Cita anche delle “circostanze di fatto”.
Di che si tratta?
Ad esempio, il finanziamento pubblico potrà pure essere stato cancellato per via referendaria, ma sarebbe una circostanza di fatto o no l’eventualità che, proprio a seguito dei rilievi della Corte dei Conti di cui nessuno parla, violazione del principio di uguaglianza (art. 3 e 49), potrebbe essere dichiarata incostituzio­nale una normativa che, spogliata del finanziamento pubblico, consentisse il solo finanziamento privato a singoli partiti, per di più con detrazioni che però incidono negativamente sulle tasche di tutti?
Ed è una circostanza di fatto o no che il Porcellum, una legge maggioritaria priva di soglia, sia stata dichiarata incostituzio­nale, e che gli stessi rilievi potrebbero essere sollevati anche per il precedente Mattarellum?
Al riguardo, c’è da ricordare nuovamente che la Consulta non può, in sede di ammissibilità dei referendum, come più volte da lei stessa ribadito, entrare nel merito delle eventuali incostituzio­nalità derivanti dalla normativa di risulta. Pertanto, oggi nessuno può sostenere che il Mattarellum sia esente da difetti costituzio­nalmente rilevanti, soltanto perché si tratta del risultato normativo di un referendum abrogativo.
 
Sempre in riferimento, inoltre, sia al mutato quadro politico che alle circostanze di fatto, ci sarebbe da aggiungere che in questo paese c’è il pessimo vizio di avere poca memoria, per cui i "soloni" ricordano perfettamente i referendum del ’93, mentre hanno il vuoto pneumatico assoluto riguardo a tutti gli altri refe­rendum che, sugli stessi temi, si sono svolti negli anni successivi.
Ben tre referendum elettorali tendenti a rafforzare il bipolarismo e il bipartitismo. Tutti e tre falliti per non aver raggiunto il quorum. L’ultimo, quello del 2009, con risultati disastrosi non solo per la scarsissima partecipazione, ma anche per l’esiguo numero di Sì ottenuto, tra i più bassi in assoluto.
Perché, allora, non si prende atto anche di questi pessimi risultati, quando si parla di maggioritario, bipolarismo o di bipartitismo, vista peraltro l’evidenza di un panorama politico suddiviso in tre/quattro poli?
Stesse considerazioni potrebbero essere fatte sulla normativa che regola i rimborsi elettorali, sottoposta anch’essa a referendum abrogativo nel 2000. Per questo referendum, fallito per mancato raggiungimento del quorum, votò solo poco più del 32%.
 
Per concludere sul punto, chi vuole sostenere il finanziamento privato alla politica o il mantenimento del maggioritario, abbia la decenza di non nascondersi dietro il paravento del rispetto della volontà dei cittadini.
Ci si assuma la responsabilità delle scelte senza evocare il dove­roso rispetto di assurdi patti con il diavolo che non sono scritti in Costituzione e che, peraltro, sono stati già messi in discussione da quello stesso strumento referendario che viene sempre invo­cato.