02 | 07 | 2020

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AAA Nuovo “referendum elettorale” truffa offresi

AAA Nuovo “referendum elettorale” truffa offresi
 
L’estate 2011 viene improvvisamente scaldata da una nuova iniziativa referendaria per modificare la legge elettorale.
Stefano Passigli, a capo di un Comitato per lo più costituito da esponenti della società civile, propone tre quesiti con i quali abrogare gli aspetti più deleteri del famigerato Porcellum: il premio di maggioranza e le liste bloccate.
 L’iniziativa raccoglie l’immediato consenso di larghi settori della società, ma non quello della politica che risiede nel Palazzo.
L’immancabile area veltroniana si attiva immediatamente con una martellante campagna di demonizzazione: meglio il Porcellum che il ritorno ad un proporzionale senza il trucco del premio di maggioranza.
Viene quindi fatta partire, senza l’appoggio ufficiale del PD, una diversa iniziativa referendaria, attraverso la quale tentare di far rivivere la precedente legge elettorale, il Mattarellum.
 
La guerra fratricida tra quesiti con due opposti obiettivi di modifica determina, inizialmente, la sospensione della raccolta delle firme da parte di entrambi i comitati.
Una volta spento, però, l’entusiasmo iniziale e le speranze di poter sottoscrivere i quesiti del comitato Passigli-Sartori-Ferrara per abrogare gli aspetti peggiori del Porcellum, il comitato pro-Mattarellum, con alle spalle il sostegno di buona parte del PD, dell’IDV e di SEL, mette improvvisamente in moto una vera e propria macchina da guerra, fortemente pubblicizzata anche dai media, che nel giro di un mese riesce nell’impresa di raccogliere oltre un milione di firme.
 
Al di là dei più che fondati dubbi di ammissibilità per i due quesiti Morrone-Parisi, successivamente confermati dalla Corte Costituzionale, una riflessione sul dato politico dell’iniziativa, per altro sostenuta con forza, ribadiamolo, anche da IDV e SEL, è d’obbligo.
 
Per gli elettori non sarebbe cambiato nulla: stessi difetti del Porcellum. Per il ceto politico, invece, l’ennesimo consolida­mento di un potere senza controlli.
Parafrasando lo slogan adottato dal comitato referendario: Firmi, Voti... e continui a non scegliere, perché i padroni delle liste avrebbero continuato ad imporre un diritto di voto condi­zionato da liste bloccate e alchimie matematiche.
E sì, perché sotto il profilo degli effetti concreti e ponendosi dal lato dell’interesse degli elettori, Porcellum e Mattarellum, come già approfondito nei capitoli precedenti, sono due porcate pari­menti indigeribili.
Se è infatti vero che con il Porcellum l’elettore può soltanto votare il partito, essendo i vertici di partito a scegliere chi andrà in Parlamento attraverso l’imposizione delle liste bloccate, è altrettanto vero che lo stesso avveniva con il Mattarellum. Anche con il Mattarellum la seconda scheda per la Camera per l’elezione della quota proporzionale era bloccata e non consen­tiva il voto di preferenza.
Ma peggio ancora, questo meccanismo di decisioni imposte dall’alto lo si subiva, in modo maggiore, con la scheda per l’elezione del candidato uninominale. L’elettore convintamente di centrosinistra o di centrodestra non aveva altre possibilità che votare il candidato che si ritrovava davanti, quale che fosse, pena la vittoria della coalizione opposta.
Del resto, come già evidenziato all’inizio, se l’obiettivo della contesa elettorale è quello di votare per il Governo e un determi­nato programma, ha ben poco senso parlare di voto alle persone: si vota il partito o la coalizione in grado di ottenere la maggio­ranza in Parlamento. Il resto è solo fumo negli occhi per nascondere il fatto che i candidati dei collegi uninominali non sono scelti dagli elettori, bensì dal ristretto circolo dei padroni delle liste.
 
Paradossalmente, con il Porcellum l’elettore ha invece più possibilità di scelta. Nel caso, infatti, delle coalizioni, l’elettore ha quanto meno la possibilità di dare più o meno forza a questo o quel partito. Nel caso, cioè, di un voto indirizzato verso uno dei partiti coalizzati, con il Porcellum, diversamente dal Mattarellum, sono gli elettori a decidere se e quanti parlamentari di un dato partito potranno sedere in Parlamento, e non il mercato delle vacche che si svolge prima delle elezioni nei corridoi delle segreterie.
 
L’obiezione dei “novelli referendari” (si fa per dire, visto che si trattava degli stessi che nel 2009 volevano portarci dal Porcellum al super Porcellum) a queste banali ma fondatissime considerazioni, è che tutti i problemi di scelta contenuti nel Mattarellum si sarebbero potuti risolti con l’introduzione delle primarie.
Premesso che l’iniziativa referendaria non sarebbe stata comunque in grado di imporle laddove si fosse tornati al Matta­rellum, si tratta di un’obiezione che lascia a dir poco perplessi, in quanto il sistema di scelta preventiva dei candidati attraverso le primarie potrebbe essere adottato per qualsiasi legge eletto­rale: candidati uninominali scelti con le primarie o candidati della lista bloccata, anch’essi scelti con le primarie, farebbe poca differenza. Tant’è che alla vigilia delle elezioni del 2013 questo meccanismo venne adottato, pur se con diverse e discutibili modalità, da M5S, PD e SEL.
 
Il problema vero, però, è che anche le primarie lasciano il tempo che trovano, in modo particolare quando si ha a che fare con i piccoli collegi uninominali e, quindi, con le infiltrazioni clientelari in grado di condizionare facilmente gli esiti di una consultazione che si svolge tra pochi potenziali elettori rispetto agli effettivi aventi diritto.
Chi ha esperienza di vita di partito sa bene cosa avviene nel piccolo delle sezioni, dove bastano pochi iscritti al momento giusto, mai visti e conosciuti, per mettere in minoranza chi invece si dedica tutto l’anno all’attività politica. Al riguardo si vedano le recenti polemiche per le iscrizioni al PD alla vigilia delle primarie per la scelta del segretario
 
A fronte di questi difetti, una riflessione sorge spontanea. Forse sarebbe più trasparente ripristinare il voto di preferenza, così come la recente pronuncia della Corte Costituzionale richie­derebbe. Un diritto di scelta esercitabile nelle urne da parte di un numero maggiore di elettori; ma, soprattutto, un diritto eserci­tato da elettori effettivamente responsabili, in quanto in combinazione con il voto effettivamente dato alla forza politica. La partecipazione dei cittadini alle primarie non dà infatti alcuna certezza di voto per la formazione politica che le ha organizzate. Una deresponsabilizzazione, per l’elettore occasionale delle primarie, in grado di alimentare le infiltrazioni clientelari e la corruzione politica.