20 | 11 | 2018

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SINISTRA INNOCUA

Sinistra Innocua al 7%: così chiude il suo articolo, apparso oggi 8 Gennaio, Ida Dominjianni.
Ci sarebbe da ragionare sul fatto che la sinistra non parte dal 7%, bensì dal 3,1% delle ultime politiche e che i protagonisti del disastro dell'Arcobaleno sono ancora tutti là, smaniosi di rientrare nel gran circo del "ceto politico".
Prescindendo, però, da queste considerazioni dal sapore sicuramente moralistico, rimane intera l'impossibilità di porre sul serio la questione della presenza della sinistra in Italia, sul piano della aggregazione sociale, dell'incisività sul concreto della realtà economica, della presenza istituzionale.

Torno ai contenuti del "Manifesto" di oggi, 8 gennaio: il giornale percorso da un insieme di tentativi; l'appello degli economisti, le ragioni (sacrosante) della FIOM sparate da diversi angoli del giornale, l'intervista a qualcuno che - mi pare in nome dei beni comuni - intende presentarsi alle primarie del Comune di Torino.
Il tutto sembra l'indice della desertificazione, del pressapochismo: manca un punto di riferimento, manca una idea di fondo, un progetto, una proposta possibile di costruzione di un programma di alternativa e di una adeguata soggettività politica.
Eppure le ragioni, ed anche i materiali fondativi, ci sarebbero, eccome.
Quel che rimane in campo della sinistra italiana appare, purtroppo, anestetizzata da un lato da una linea assolutamente difensiva, priva di sbocchi, nell'incapacità di formulare proposte concrete sulle quali aggregare , dall'altra dal narcisismo delle primarie.
Che so io? I collegamenti europei, il tema degli eurobond che credo dovrebbe essere rilanciato da sinistra, il concetto di programmazione economica, una ipotesi di piano industriale, alcuni piani di intervento pubblico sui grandi temi dell'assetto del territorio, dei trasporti, del welfare, il no al federalismo, la centralità del Parlamento, il sistema elettorale proporzionale, l'abolizione dei sistemi elettorali ad elezione diretta nelle Regioni e negli Enti Locali, rivelatisi fonte di enorme spreco e causa non secondaria della crescita del debito pubblico, la stabilizzazione dei precari, la politica energetica e la riconversione ecologica di settori produttivi. Un elenco confuso, sicuramente, ma da sostituire alla vacua "speranza" del narcisismo imperante, dell'uomo solo che alle primarie, con la sola forza della sua narrazione sbaraglia non il campo di Agramante ma il proprio disperdendolo al vento del qualunquismo.
Appare impossibile che nessuno rifletta su questi elementi, convochi un incontro tra i soggetti esistenti (da là occorre partire, non c'è nessuna possibilità di "rottamazione" astratta) ed avvii un percorso che parta da un interrogativo: perché siamo scesi sul terreno dell'avversario, abbiamo accettato la "sua" modernità opponendo "globalismo" a "noglobalismo", personalismo di destra a personalismo di sinistra, vacuità televisiva di destra a vacuità televisiva di sinistra, in un minestrone indefinito?
Perché abbiamo abbandonato i nostri strumenti classici, in particolare quello del partito di massa, ad integrazione sociale?
Perché l'abbiamo fatto, seguendo colpevolmente gli iconoclasti che dovevano farsi perdonare le loro appartenenze per restare a galla, lasciando per strada i soggetti sociali che si erano, invece, del tutto onestamente riferiti ad una storia che avrebbe dovuto proseguire?
E' proprio la realtà della crisi, oggi, che ci indica questa strada, ma sembra che nessuno abbia voglia di percorrerla: troppo faticosa, forse, meglio i salotti televisivi.

Franco Astengo