20 | 11 | 2018

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EUROPA, PARTITI, PARLAMENTO

Di Franco Astengo

Il “Manifesto” di oggi, 29 dicembre 2011, pubblica in bella evidenza l’esito di un’inchiesta condotta da Donatella Della Porta dai cui dati emergono elementi di valutazione del rapporto società/politica abbastanza noti: grandi aspettative verso una “Europa Politica” (il 45,4% della media degli interrogati) e una profonda sfiducia verso i partiti (6,9%) e il Parlamento (6,0%). Tengono botta i Sindacati (34,4%) e al vertice si colloca la Magistratura (45,2%).
Si tratta di dati che confermano un trend già dimostrato in altre, diverse, occasioni: ma l’inchiesta condotta dalla professoressa Della Porta presenta una particolarità che la rende di assoluto interesse.
E’ stata svolta, infatti, interrogando i partecipanti alle più importanti manifestazioni di massa svoltesi a Roma nel 2011 (Mayday, Primo Maggio, Sciopero generale del 6 Settembre): insomma una platea di persone in prima linea, particolarmente impegnate, rappresentative della tanto richiamata realtà dei movimenti.

Un esito, come abbiamo visto, del tutto in linea con analoghe occasioni realizzate dal “Corriere della Sera” (ne ricordo una curata da Renato Mannheimer proprio poche settimana fa) o da “Repubblica” esplorando una platea di interlocutrici e interlocutori affatto diversa.
L’inchiesta di oggi riporta anche il trend palesatosi nel corso degli anni: al momento del G8 del 2001 la fiducia nel Parlamento si collocava al 19,5% (siamo quindi al -13,5%) e quella nei partiti al 26,2% (- 19,3%), mentre la fiducia nell’Unione Europea era ferma al 26,3% (+ 19,1%).
Quali indicazioni trarre da questi dati?
Spero mi sarà consentita una personalissima valutazione, partendo da un presupposto ineludibile e incontrovertibile: chi pensasse di poter superare i partiti in una nuova configurazione della democrazia moderna sbaglierebbe di grosso, tanto più che in agguato ci sono, all’interno di questa crisi dalla profondità davvero inusitata, i mostri della “velocità delle decisioni” e del giudizio dell’esercizio della democrazia rappresentativa come “logoro rituale”: tutto questo mentre si ignorano o si calpestano nel sangue le tante rivolte popolari che stanno infiammando il mondo.
Torniamo però al punto, cercando di procedere per ordine.
I dati che abbiamo esposto si riferiscono, è bene ricordarlo, al “caso italiano”: un “caso” che per certi versi da “avanguardia” sul piano europeo e diventato di assoluta “retroguardia”.
Dalla lettura di questi numeri emerge, a nostro giudizio, un importante elemento di novità: la crisi di sfiducia nei partiti si accompagna con una richiesta forte di “Europa Politica”.
Questo elemento implica una prima forte critica verso i partiti proprio dal punto di vista del loro approccio alle questioni internazionali, e di conseguenza della crisi: partiti provvisti di corto respiro non soltanto sul piano ideale e programmatico (vale la pena di ricordare altre recenti, analoghe, inchieste laddove si individuano questi fattori, dell’idealità e del programma, ormai prevalenti nella società rispetto alla personalizzazione sulla quale era stata impostata la trasformazione del sistema a cavallo degli anni ’90 del secolo scorso).
Da questo punto, però, proprio dagli effetti della personalizzazione, realizzata attraverso la formazione di partiti “elettorali-personali”, la videocrazia, l’esaltazione a tutti i livelli dell’individualismo, sociale e politico (pensiamo alle “primarie” e all’elezione diretta di Sindaci e Presidenti di Provincia e Regione), che si è creata l’illusione (una vera sorta di” bolla speculativa”)attraverso la quale si è tentato di trasformare l’insieme dell’assetto del sistema dei partiti nel nostro Paese: un fenomeno del tutto provinciale, se non comparabile con paesi assolutamente arretrati, lontano dal modello europeo, imposto e imitato dalla presenza di un vero e proprio macigno che ha pesato sulla legittimità dell’intero sistema, fin dalla fase di implosione dei grandi partiti di massa la cui presenza aveva segnato il dopoguerra: il macigno del conflitto d’interessi, mai affrontato.
Lo svuotamento del sistema dei partiti (non affrontiamo qui il tema delle leggi elettorali che pure vi è strettamente correlato) ha corrisposto allo svuotamento del Parlamento, non solo quale sede legislativa (da qui il discorso sui decreti – legge e sull’iniziativa legislativa affidata principalmente al Governo) ma, soprattutto ed essenzialmente, quale sede del dibattito politico: un ruolo del tutto dimenticato ormai, al riguardo del quale si profila, come sostitutivo di una funzione affidata alle Camere dalla Costituzione, lo spettro della Repubblica presidenziale, che molti osservatori vedono come la sola soluzione adatta a fronteggiare le esigenze di decisionalità di fronte alla crisi.
Davvero intendiamo ridurre “la politica” a questa dimensione?