19 | 11 | 2018

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Partiti e Legge Elettorale

Di Franco Astengo
La settimana appena trascorsa, quella compresa tra il 12 e il 19 Febbraio, ha visto salire alla ribalta, all’interno delle complesse vicende politiche che caratterizzano il sistema italiano, il tema del ruolo dei partiti, al punto che “Repubblica”, nel numero uscito in edicola Giovedì 16, vi ha dedicato uno dei suoi “Diari” speciali con interventi di politologi di primo piano da Carlo Galli a Marc Lazar, estraendo nel “vocabolario” anche la definizione classica di “Partiti” redatta da Max Weber.

La settimana era cominciata, infatti, con la vicenda delle primarie genovesi: una vicenda del tutto emblematica della crisi che il “soggetto partito” incontra in questa fase, al punto da riflettersi quale elemento determinante di una più complessiva “crisi sistemica”; proseguita, in occasione del ventennale di “Mani Pulite” con l’esposizione di altri episodi legati alla “questione morale” che hanno visto protagonisti esponenti di Rifondazione Comunista e dello stesso PD; è stata resa nota la relazione della Corte dei Conti sulla corruzione in Italia e, infine, si è svolto l’incontro tra i tre segretari di PDL, PD, UDC (perfidamente indicati, dalla gran parte dei mezzi di comunicazione di massa, come i “tre leader della maggioranza”) sul tema delle riforme istituzionali.
Mi soffermo per un momento su quest’ultimo episodio, laddove si è dimostrata, a mio giudizio, una distanza del tutto “siderale” fra i contenuti della discussione e la realtà del Paese, non tenendo conto ancora una volta del ruolo “politico” che sta svolgendo il governo in carica e risultando, gli esponenti dei tre partiti citati, del tutto estranei alle aspettative che stanno serpeggiando nella società italiana, anche in forme abbastanza dirompenti, sul terreno della crisi economica.
L’idea di partire dalle riforme costituzionali, in “primis” dallo specchietto delle allodole della riduzione del numero dei parlamentari (tema secondario e, magari, da esaminare in conclusione di un processo) rende davvero l’idea di questo fenomeno di vera e propria “alienazione dalla realtà”.
Mi scuso preventivamente se, nel corso delle brevi note che seguiranno, mi sarà capitato di citare in negativo il PD: il fatto è che questo partito, nato surrettiziamente in condizioni che mi permetterò di analizzare in estrema sintesi, potrebbe rappresentare l’architrave di una possibile “messa in sicurezza” del sistema, producendo un’ipotesi di alternativa reale e invece (al di là delle percentuali assegnate dai sondaggi) appare rimasto al palo di laceranti contraddizioni interne.
Un sistema, quello italiano, emblematizzato proprio dalle vicende riguardanti la nascita del PD: frutto dell’incontro tra ciò che era rimasto di una delle ali estreme del “multipartitismo centripeto”, dalla definizione sistemica di Sartori relativa al periodo 1948-1987, e da una parte del residuo di quello che, nello stesso periodo, era stato il partito “pivotale” del sistema.
In queste condizioni le prospettive possibili erano soltanto due: o l’impossibilità di tenere assieme i diversi pezzi (di fatti qualche scollamento c’è già stato) sulla linea della “amalgama non riuscita” di dalemiana memoria oppure quella del suffragare, finalmente, quel meccanismo di consociativismo spartitorio che aveva contraddistinto la fase degli anni’80-’90 (mi riferisco, principalmente, al meccanismo legislativo adottato all’epoca in particolare in sede di commissioni parlamentari deliberanti, un’altra “anomalia” italiana e non semplicisticamente alla divisione delle cariche).
Due pezzi di partito che, nella fase di transizione che stiamo attraversando a partire dal 1992 e non ancora conclusa hanno subito un notevole numero di mutamenti nella denominazione, e un altrettanto rilevante numero di scissioni, da entrambi i lati, verso sinistra e verso il centro, al riguardo dei soggetti originari.
Il fatto è che il PD, che prendo a emblema di una situazione ben più generale sulla quale cercherò comunque di ritornare, non ha sciolto il nodo di fondo: soggetto che intende costruire l’alternativa oppure soggetto che intende “associarsi” alla guida del Paese (sempre che questo fatto possa essere ancora possibile, nel medio periodo, considerato che il ruolo sembra già essere stabilmente occupato dall’attuale governo, nell’idea di una “governabilità” superparlamentare, che dispone del Parlamento quale mero strumento di ratifica, in una democrazia già abbondantemente ridotta per estensione e qualità) nella logica del consociativismo.
I guai del PD nascono tutti dal non aver sciolto questo nodo e aver cercato di bypassarlo attraverso l’invenzione dello strumento delle “primarie all’italiana” che a Genova ha fornito una stupenda prova delle potenzialità insite nel proprio meccanismo: si è trattata, infatti, dell’ennesima riprova della facilità con la quale, soggetti esterni che non hanno nessuna intenzione di misurarsi con la realtà di un’organizzazione politica compiuta puntino a “colonizzare” il PD sfruttando la degenerazione nel rapporto tra voto e cittadino che si è realizzata attraverso l’affermazione del concetto, come affermano Marc Lazar e Paolo Bagnoli ad esempio, di partiti contenitori pensati non ai fini di una politica quale azione collettiva, ma come soggetti utili soltanto per la conquista leaderistica del potere.
E’ da questo punto che nasce, attraverso l’idea balzana delle “primarie di coalizione” che dimostra come questo strumento in Italia sia del tutto al di fuori dalla tradizione storica del sistema (negli USA è bene ricordarlo le primarie sono di partito, partecipano gli iscritti e le fanno soltanto gli sfidanti) generando quel meccanismo che un altro illustre politologo, Andrea Mignone, ha definito delle “primarie – paguro”, dal grazioso animaletto che sale in groppa agli animali più grandi e tranquillamente si fa portare a spasso, l’esposizione del PD non solo alle scorribande più strane, ma ne impedisce l’assunzione di un “ruolo – chiave” in un possibile schema di alternativa all’interno del sistema, tenendolo inchiodato al dilemma del consociativismo con l’altro pezzo residuo dell’ex-DC e, addirittura, con un altro frammento di un soggetto proveniente da una collocazione di estrema destra, all’interno di quello schema elaborato al suo tempo da Sartori e che abbiamo già ricordato.
Torniamo, allora, al surreale incontro tra i tre “leader” della maggioranza, che partendo dall’idea della riduzione del numero dei parlamentari hanno compiuto la classica azione di costruzione del palazzo dal tetto anziché dalle fondamenta (magari, se avessero voluto farsi propaganda e basta avrebbero potuto annunciare la riduzione drastica dei rimborsi elettorali elargiti munificamente ai partiti, ricordando anche che la loro popolarità, sempre secondo i “sacri sondaggi” è inchiodata a un misero 8%, in un quadro generale che registra un quasi 50% tra astenuti certi e astenuti potenziali). Al riguardo del fenomeno del denaro pubblico elargito ai partiti c’è da notare, ancora, come si tratti di cifre del tutto fuori mercato, rispetto alla “produttività sociale” prodotta, paragonabili soltanto sotto quest’aspetto agli ingaggi dei calciatori e ai “cachet” sanremesi).
Il punto dal quale partire per cercare di fronteggiare la crisi del sistema politico italiano e non farlo scivolare ulteriormente verso il populismo, se non addirittura verso un moderato cesarismo (cito ancora Paolo Bagnoli) di cui sicuramente non è soggetto immune da tentazioni (il riferimento è al cesarismo “moderato”) l’attuale presidente del Consiglio (non basta essere “eleganti” e “moderati” nei toni, per fronteggiare un’idea di “ferocia ideologica” nell’agire politico) è sicuramente quello dei corpi intermedi e del recupero dei partiti come soggetto fondativo di una nuova fase della nostra democrazia, superando questa fase confusa di intreccio tra personalismo, mantenimento di quote enormi di potere (sia dal punto di vista delle disponibilità economica, sia dal punto di vista dell’esercizio della capacità di nomina), totale impopolarità tra i cittadini.
Non riepilogo qui tutti i passaggi teorici di trasformazione dei partiti: dal partito di massa, a quello pigliatutti, a quello “elettorale – personale”, financo a quello di “cartello” (del resto ben riepilogati dallo stesso Marc Lazar nel già ricordato “Diario” di Repubblica) e non ricordo qui come Ilvo Diamanti, abbia più volte segnalato, l’assenza in Italia di “partiti –nazionali”: insisto però sul tema della decisività di una riflessione di fondo in questo senso.
Se i partiti non sapranno cambiare la loro attuale dimensione, del tutto spostata verso il personalismo, il professionismo carrieristico, la concezione esaustiva dell’agire politico all’interno della “governabilità”, qualsiasi riforma istituzionale risulterà al di sotto delle aspettative di riforma del Paese e di inserimento costruttivo nel quadro europeo.
Parimenti, in una logica analoga, andrebbe affrontata la questione della legge elettorale, al riguardo della quale paiono, invece, emergere tentazioni rivolte esclusivamente alla conservazione delle proprie realtà , anche attraverso intrecci metodologici del tutto innaturali.
Il tema principale, in Italia in questo momento, è quello di restituire davvero lo “scettro al principe” (dal titolo di un fortunato libro di Gianfranco Pasquino di qualche anno fa) facendo tornare i cittadini al centro della competizione elettorale. Anche in questo caso il conflitto è tra governabilità e rappresentatività: si tratta di fare una scelta netta rivolgendosi di conseguenza ai due soli sistemi conosciuti, quello maggioritario e quello proporzionale. Certo si possono realizzare intrecci tra i due sistemi, anche in forme produttive, limitandola frammentazione e favorendo la formazione del governo.
Gli intrecci si possono fare, a due condizioni: che il sistema elettorale debba avere, appunto, valenza “sistemica” e non episodica e non sia costruito per favorire gli uni o gli altri, o ancora peggio per conservare l’esistente e impedire l’accesso ad altri soggetti (com’è nel caso del “partito di cartello”).
Altrimenti l’idea del “partito-paguro”, gonfio di voti degli altri e irresponsabile sul piano politico, potrebbe attecchire, alimentata dall’incapacità di aggredire l’idea della personalizzazione della politica: oggi vero momento di degenerazione del sistema, riferimento negativo per un’ulteriore esasperazione della frammentazione sociale.