21 | 11 | 2019

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L’efficacia della partecipazione politica

Franco Astengo
La gran parte degli osservatori e degli analisti concorda nel ritenere i partiti soggetti indispensabili per il funzionamento di una democrazia avanzata: nello stesso tempo, in ispecie all’interno del “caso italiano” la crisi dei partiti, principalmente sotto l’aspetto dell’espressione culturale e del radicamento sociale, rende del tutto inefficace la partecipazione politica dei cittadini che, pure, si sta esprimendo in forme particolarmente intese e dalla quale si evince la capacità di inserire temi decisivi nell’agenda. Un inserimento che rischia, però, di risultare inefficace ai fini della proposizione di adeguate politiche pubbliche, proprio in virtù della già rilevata crisi dei soggetti intermedi.

Il pericolo è quello di un vero e proprio “corto circuito” della democrazia che, in realtà, si è già verificato negli ultimi mesi, sempre per restare all’interno della realtà italiana, se si osservano con attenzione le dinamiche del sistema politico esaminando, ad esempio, ciò che è accaduto dal momento in cui un governo di pericolosissima “destra populista” è stato sostituito da un altrettanto pericoloso governo di “destra tecnocratica” (mi piacerebbe che si evitasse, per quanto possibile, l’espressione del tutto fuorviante di “governo tecnico” e che non ci si inventasse più addirittura un fantomatico “partito dei tecnici”, al riguardo del quale un autorevole quotidiano, nei giorni, scorsi si è addirittura inventato un indice di gradimento elettorale).
Ritorno, però, al tema della partecipazione politica e alle forme nuove in cui questa si sta esprimendo, prendendo a prestito alcune definizioni di Ilvo Diamanti tentando anche, se possibile, di approfondirle.
E’ evidente come in questo campo si sia di fronte ad un vero e proprio mutamento di paradigma: un mutamento che vale sia per chi continua a esercitare la partecipazione nelle forme “classiche” come nel caso della FIOM, al riguardo della quale va salutato con soddisfazione il successo dello sciopero e della manifestazione del 9 Marzo scorso, sia per chi invece usa altre strategie come nel caso del movimento “NO-TAV” o dei settori presuntamente colpiti dalle cosiddette “liberalizzazioni”.
Esistono a questo proposito, almeno due punti in comune: il primo riguarda la presenza dei mezzi di comunicazione di massa, che diventano il “campo” all’interno del quale la partecipazione politica si esercita. Non più, infatti, la televisione (in primissimo luogo) come cassa di risonanza delle diverse iniziative, ma come luogo fisico in cui le iniziative si svolgono. Ogni momento dei cortei, dei sit-in, delle azioni di protesta viene filmato e trasmesso per varie vie (ufficiali e indipendenti) e sono così vissuti dall’opinione pubblica proprio perché compaiono sugli schermi delle TV, dei PC, degli Iphone e quant’altro: altrimenti sarebbe silenzio assoluto.
Il secondo punto in comune tra l’azione della FIOM e quella di altri-diversi-movimenti e gruppi di pressione che abbiamo già citato è l’uso di Internet, e in particolare dei Social Network, quale decisivo elemento di raccolta delle forze, di mobilitazione, di espressione delle istanze della base, di costruzione di piattaforme rivendicative: badate bene, lo fa anche la FIOM, pur nella sua capacità di mantenere l’assetto “storico” del sindacato di massa. Avevamo già avuto segnali consistenti in questa direzione, sia al riguardo dei referendum della primavera 2010, ma in questa fase l’uso di questi strumenti, non più limitato a una fetta di popolazione ma ormai oggetto di una forte acculturazione di massa, sta diventando del tutto strategico, al punto che, nei paesi a democrazia “limitata” come nel caso della Russia, è attraverso l’utilizzo di questi strumenti che sta crescendo un soggetto sociale inedito, da quelle parti, come quello di una sorta di nuova “borghesia riflessiva”, una sorta ceto intermedio mai apparso prima all’orizzonte della politica di quel Paese.
Un ulteriore elemento di novità è, rappresentato, nell’iniziativa dei movimenti non convenzionali, quali la NO TAV, i tassisti, i camionisti (a prescindere dall’eventuale, comunque incerta, colorazione politica dei leader collettivi proponenti le forme di protesta) è quello della scelta dei luoghi della protesta e dell’impatto esterno che questa può provocare sulla totalità della popolazione (in questo senso è apparsa del tutto rilevante, e decisiva al fine dell’inserimento di questa tematica nell’agenda politica nazionale, la capacità del movimento NO-TAV di presentarsi sulla scena a livello nazionale, con un’accurata strategia di contemporaneità delle manifestazioni nelle più grandi Città, riuscendo così a forzare il blocco del “rinserramento” in un’angusta valle montana, nella quale si verifica il “cuore” dello scontro in atto): l’obiettivo di queste azioni è quello di produrre conseguenze, prima di tutto, sul traffico, stradale e ferroviario, di conseguenza colpendo la mobilità delle persone: oggi come oggi del tutto indispensabile allo svolgimento della vita quotidiana.
In questo modo il movimento no-TAV è riuscito nell’intento di far conoscere il proprio problema all’83% della cittadinanza italiana: una percentuale da considerarsi di assoluto rilievo.
Sono così saltati buona parte dei parametri che, negli anni scorsi, i politologi avevano usato per “classificare” le diverse fasi della partecipazione politica, sia da parte dei singoli, sia da parte di gruppi e movimenti organizzati (non abbiamo qui lo spazio per esaminare l’esplosione nella presenza, in Italia, dei gruppi lobbistici visti in azione al Senato durante la discussione sul “Decreto Liberalizzazioni” ma anche questo sarebbe un tema da analizzare a fondo).
Il rischio, intendo essere chiaro su questo punto, è quello dell’inefficacia di questa ampia capacità di partecipazione politica, se non per le sue parti più strettamente corporative e già legate a gruppi di pressione pur presenti in un Parlamento che appare aver perso del tutto la sua funzione sia legislativa, sia di luogo di dibattito politico.
La contemporanea presenza di questo governo di “destra tecnocratica” rischia così di favorire, alla fine, una divisione settoriale delle istanze, con il soddisfacimento delle più “forti” sul piano economico e la repressione dalle altre: nella sostanza un impatto di sostanziale riduzione della democrazia.
Questo esito potrà essere probabile proprio a causa di quella crisi verticale dei soggetti intermedi, dei partiti, cui ho cercato di accennare all’inizio.
Il tema dei partiti appare, quindi, del tutto decisivo e urgente da affrontare.
Mi permetto , in conclusione, di indicare tre possibili punti di dibattito:
1)E’ indispensabile che i partiti tornino alla loro missione originaria del “prendere parte”, del riferirsi cioè a fratture sociali “vere”, a connettersi con chi le rappresenta effettivamente e farle identificare sul piano politico;
2)Occorre il coraggio, nello specifico proprio del “caso italiano” di affrontare i termini di quella che è stata una vera e propria destrutturazione del sistema, con il passaggio dal partito di massa a quello “pigliatutti” a quello “elettorale-personale”, avvenuto in Italia in coincidenza con fatti epocali come quelli relativi al Trattato di Maastricht (ho qui tralasciato il tema europeo che comunque incombe e appare del tutto decisivo, al pari di quelli che maldestramente ho cercato di enunciare), agli specifici risvolti italiani della caduta del Muro di Berlino e di Tangentopoli. Fenomeni che hanno consentito la “non resistibile” ascesa del populismo mediatico, sviluppatosi a destra, ma che ha trovato forti imitatori anche a sinistra che, oggi, rischiano di veder amplificato surrettiziamente il loro ruolo, proprio a causa delle difficoltà dei soggetti collettivi;
3)Va aperto un preciso contenzioso al riguardo della realtà istituzionale e del diverso configurarsi dei livelli di potere. Riassumo questo punto con uno slogan “Costituzione Materiale versus Costituzione Formale”, tenendovi dentro presidenzialismo, ruolo del Parlamento, degli Enti Locali, legge elettorale (che pure non sta dentro al dettato costituzionale, ma ha sicuramente un rango di quel livello). Dobbiamo stare, con grande tenacia, dalla parte della “Costituzione formale” del suo spirito e della sua lettera, difendendone l’essenza della repubblica parlamentare.
In sostanza: ai partiti si dovrebbe chiedere di recuperare la politica.