26 | 05 | 2019

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Antipolitica e Antidemocrazia

Di Franco Astengo

Non c’è soltanto la cosiddetta “antipolitica”, rappresentato dallo spauracchio “Movimento 5 Stelle” in circolazione all’interno del sistema politico italiano.
Si avverte anche la presenza della “Antidemocrazia” e non soltanto per via dell’essersi costituita la sezione italiana dei nazisti di Alba Dorata che, in Grecia, hanno già ottenuto rilevanti successi elettorali: un fatto, questo, che non pare aver avuto ancora il rilievo che meritava e soprattutto non pare aver suscitato, tra gli antifascisti, l’allarme che pure avrebbe dovuto essere lanciato per tempo.
L’Antidemocrazia che ritengo, però, ancor più pericolosa e della quale tenterò di occuparmi in quest’occasione può essere accostata a quella espressa, nell’indicazione gramsciana del “sovversivismo delle classi dirigenti”.

Alla conclusione della lunga stagione del “sultanato populista”, emergono forme inedite, almeno per quel che riguarda il nostro sistema di questa “antidemocrazia”:
1) Le primarie del PD, indicate da molti come la strada per un recupero di partecipazione popolare, in realtà hanno determinato una modificazione, da alcuni definita “genetica”, nella struttura del partito (non di quello democratico soltanto, ma più in generale sotto l’aspetto del “modello”) fondandolo su di una realtà di “individualismo competitivo” che, alla fine, non consente al partito stesso, per sua propria natura, di confrontarsi con ipotesi di trasformazione dell’assetto sociale nel senso della solidarietà e dell’eguaglianza, proprio perché quell’“individualismo competitivo” rappresenta la sola cifra disponibile nella propria identità;
2) Le espressioni contenute nella conferenza stampa di fine d’anno tenuta dal presidente del Consiglio Monti hanno rappresentato, per un altro versante, il punto culminante di una forma precisa di “anti-democrazia”. Al di là dell’arroganza soggettiva, l’idea di un “uomo solo al comando” che “offre” (graziosamente, si sarebbe detto ai tempi delle monarchie assolute), un programma politico di “salvezza della nazione” quale presunto “super partes” (in realtà ferocemente di parte quando si tratta di togliere di mezzi i diritti per i lavoratori e attaccare direttamente le condizioni di vita delle grandi masse) segna un nuovo confine, un nuovo limite nella corsa infinita all’attacco alla democrazia e alla Costituzione repubblicana, intesa nella sua essenza di repubblica parlamentare, nella quale i ceti dominanti del Paese sono impegnati, almeno fin dalla stesura del documento sulla “Rinascita Nazionale” stilato dalla P2 di Licio Gelli fin dal 1975.
Si è passati insomma dal “partito personale”, il cui modello non è stato adottato semplicemente dalla destra ma ha fatto breccia anche a sinistra, all’assolutismo di un “leader” inavvicinabile e non contaminato dalle beghe della bottega elettorale.
Un “leader” espressione materiale di “classi dirigenti” (quelle che ci hanno condotto al disastro, beninteso) altrettanto inviolabili.
Poi se qualcuno richiede la possibilità di segnare l’indicazione di questo nuovo Re Sole sulla scheda elettorale quale futuro primo ministro (come poi accadrà comunque, grazie alla sudditanza psicologica di chi dovrebbe contrastarlo e invece ne ha avallato tutte le mosse fino in fondo) allora potrà essere benignamente accontentato.
Tutto ciò è potuto accadere, nel fuoco di una crisi economica e sociale senza precedenti a livello interno come a livello internazionale, perché quella definizione di “repubblica parlamentare” contemplata dalla Costituzione è stata ridotta a mero formalismo dall’attuale Presidenza della Repubblica.
La Presidenza della Repubblica si è mossa, nel corso di questi anni sulla base di una concezione autoritaria della propria funzione istituzionale, aggiunta a una visione “monarchica” (per usare un eufemismo benevolo) del ruolo soggettivo del Capo dello Stato.
Siamo di fronte ad una “antidemocrazia” dall’alto, assolutamente correlata con quella proveniente dal basso, foriera di una stretta autoritaria (abbiamo già usato l’espressione di “salazarismo”).
Sono presenti settori politici e sociali, nell’ambito di questa “antidemocrazia” delle classi dirigenti (“democrazia degli ottimati” la definisce Massimo Giannini, facendo il paio con l’Aristocrazia democratica, indicata qualche girono fa da Ilvo Diamanti) potenzialmente eversivi e al riguardo dei quali il coro dei corifei non sa usare altro espressione che quella della piaggeria utilitaristica.

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