02 | 07 | 2020

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Dove va la Costituzione?

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

La posta in gioco
Giovanni Russo Spena (Sen. di Rifondazione Comunista)
 
Vi è una frase, molto stupida ma molto accattivante che, in maniera chiaramente autonoma, sia D'alema, sia Fini, sia Berlusconi ripetono ossessivamente in questi mesi: «bisogna trovare l'accordo comunque; perché occorre portare a casa le riforme costituzionali; altrimenti è un dramma».

Ma è politica molto mediocre quella che non si chiede il senso di marcia del cambiamento, il suo segno di fondo, le sue tendenze. Credo, infatti, che una delle più stupide e vuote invenzioni politiche dell'ultimo quinquennio sia l'accezione di "nuovo" e l'accezione di "conservatore".
Io penso, invece, che lo schema della Commissione Bicamerale vada discusso e combattuto nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole, nelle istituzioni, perché ha un obiettivo di fondo: sostituire alla schieramento costituzionale nato dalla resistenza l'arco del mercato.

Mi interessa qui solo sottolineare un aspetto che ritengo decisivo: va concentrata l'attenzione delle lavoratrici, dei lavoratori, dei sindacati sull'intreccio tra riflessi sociali e controriforme istituzionali. È bene che tutti comprendano che non ci troviamo di fronte ad una "tecnica istituzionale" ma ad una ristrutturazione politica delle istituzioni. Essa si svolge, tra l'altro, non in un clima "storico", così come ogni Costituzione deve nascere, ma in un clima di compromessi e di mercificazione. Che si trattasse, a casa di Letta con Berlusconi il "presidenzialismo" o il "capitolo giustizia" della nuova Costituzione, nessun democratico italiano aveva mai immaginato ... La realtà sa essere più drammatica degli incubi! 
Bisogna, allora, tentare di comprendere i dati strutturali. Quante volte il dott. Romiti ha detto che la Costituzione italiana è contro l'impresa perché è nata da un mix di solidarismo cattolico e di proposte comuniste?

Ecco ciò che ora si vuole realizzare: un "protrarsi" dell'elemento di coazione implicito nel meccanismo dell'accumulazione capitalistica sul terreno diretto delle istituzioni e della "politica". Il "pubblico" soggiace al "privato"; la comunità soggiace alla valorizzazione del capitale. Si tenta di "costituzionalizzare" i rapporti di forza sociali, caratterizzati, ideologicamente e politicamente, da una violenta rinascita liberista. Insomma, la logica del mercato e dell'impresa tendono a pervadere la "sfera politica" fino al punto di svuotare ogni strumento democratico, di controllo, di partecipazione organizzata di massa. Viene negato il "valore sociale" del lavoro, che è un cardine della nostra Costituzione, subordinandolo al primato dell'accumulazione. Del resto, quando la moneta può essere governata dalla banche, senza che gli stessi governi possano intervenire in maniera efficace nell'ambito europeo, siamo già ad un abbattimento, in sé per sé, della sfera della sovranità politica, intesa come processo collettivo di trasformazione, capace di "dialettizzarsi" con i processi di autorganizzazione.
La questione sociale "scompare" dalla dialettica istituzionale. Le istituzioni diventano una "corazza" contro il conflitto. Perciò vi è bisogno, per i «nuovisti», di un "uomo forte" per un popolo "muto", che esaurisce, con il voto al Leader, la sua attività, la sua "funzione" politica.
Di Pietro e la "sua gente": ma il plebiscito è un segmento della democrazia autoritaria; è l'esatto opposto della democrazia organizzata e partecipata in una società pluralistica, complessa, ricca di saperi, culture, professionalità, bisogni. 

Di fronte alla crisi della democrazia, indotta dai processi di "mondializzazione" e dal mutamento delle funzioni dello Stato-nazione, è stata subito messa da parte la risposta (possibile ed innovativa) dello sviluppo della democrazia di massa all'interno di un orizzonte di socializzazione, di democratizzazione della vita quotidiana, di allargamento e dilatazione dell'ambito della decisionalità; per puntare invece sulla scelta, ossessivamente ricercata, dell'esaltazione dell'esecutivo e dei "poteri di comando" centrali, nel tentativo, per l'appunto, di renderli impermeabili alle tensioni, ai conflitti, alle modifiche indotte dalla società, dalla "domanda democratica".
Cosa altro voleva la famosa Commissione Trilaterale?
E, per certi versi, quali erano i criteri di fondo del cosiddetto Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli? 

La Costituzione non deve essere considerata merce nel mercato degli equilibri politici in una fase di transizione. Dovremo far capire a tutti che si sta giocando una "partita vera", con forti valenze simboliche(1):

taglio drastico con il patto civile fondamentale antifascista;
attacchi alla forma unitaria dello Stato con minisecessioni che nulla hanno a che fare con un vero federalismo democratico; 
democrazia d'investitura e plebiscitaria; 
esercito professionale e "diritto alla guerra" come elemento della statualità della Seconda repubblica. 

Siamo ad un "passaggio stretto": la sostanziale delegittimazione della Costituzione, prodotta dalla propaganda liberista (e pidiessina), ha già appannato, nell'immaginario collettivo, l'interazione del "patto fondamentale costituzionale". 
O sapremo costruire, in quest'autunno, un movimento "largo", plurale, capace di coinvolgere anche settori sociali del lavoro, dei lavori, un movimento per il «costituzionalismo democratico», o rischiamo di giungere al referendum costituzionale del 1988 come profeti disarmati, impotenti di fronte all'ondata populista, sapientemente "pilotata" dai Romiti di turno. 
Può non interessare. Ma è bene conoscere la posta in gioco. 

Nota 1 In modo che ciascuno possa scegliere il suo atteggiamento ed il suo comportamento nella fase istituzionale di discussione sugli emendamenti che si apre in autunno; e, successivamente, nel momento referendario, affinché non sia una becera trappola propagandistica falsificata come fu per il referendum Segni-Occhetto.