10 | 12 | 2019

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La delegittimazione del quadro politico

A un mese dall’esito delle elezioni è apparsa impossibile la formazione di un nuovo governo. In questa sede non interessa rimarcare le responsabilità delle singole forze politiche (certo che un po’ d’ironia sulla certezza di vittoria sbandierata dal PD nei mesi scorsi la si potrebbe pur fare).
Interessa, invece, rimarcare alcuni dati di fondo che emergono da una possibile valutazione di fase
 
1) C’è grande preoccupazione per l’andamento dei mercati, ma non altrettanta preoccupazione è stata dimostrata, almeno a leggere la ridda di dichiarazioni rilasciate in questi giorni dai diversi esponenti dei partiti, sulle condizioni materiali di vita dei ceti sociali maggiormente impoveriti dalla crisi. Tanto per fare un esempio spicciolo: è giusta l’accelerazione dei tempi circa il pagamento dei debiti della P.A verso le imprese; ma, nel frattempo, nulla si è mosso al riguardo degli esodati e mancano i fondi per il pagamento della Cassa Integrazione per migliaia e migliaia di lavoratori;
 
2) Le dichiarazioni odierne del Presidente della Repubblica, che prevede la formazione di due commissioni redigenti di possibili elementi programmatici sul piano istituzionale e sul piano economico, da offrire al dibattito in vista della possibile attribuzione di un nuovo incarico, appaiono (al di là delle personalità che saranno chiamate a svolgere questo compito: del tutto inedito e irrituale, del resto, nella storia della Repubblica) un punto di non ritorno di vera e propria delegittimazione dell’intero quadro politico, i cui esponenti sono giudicati non in grado di svolgere produttivamente un ruolo di proposta e di indirizzo al riguardo della vita politica del Paese. L’ipotesi delle commissioni rende ancor più palese la trasformazione del nostro sistema istituzionale da parlamentare a presidenziale, secondo i dettami di una “Costituzione Materiale” che sta prendendo il posto di quella “formale”. La democrazia italiana, per colpa dell’incapacità del complesso dei soggetti politici e dei loro quadri dirigenti, sta percorrendo una pericolosissima china verso un restringimento dei margini di partecipazione e intervento da parte dei cittadini che dovrebbero, secondo l’art.49, organizzarsi in partiti per concorrere alla vita politica nazionale;
3) Emerge evidente come il mantenimento dell’attuale legge elettorale, voluto da tutti i partiti allo scopo di conservare nel proprio seno l’assoluto potere di nomina che questa legge riserva al loro riguardo, si sia rivelato un vero e proprio boomerang: il difforme metodo di attribuzione del premio di maggioranza, tra Camera e Senato, può ben essere considerato come il principale veicolo del difficile stato di cose in atto; mentre l’enormità di un premio di maggioranza del 54% dei seggi alla Camera dei deputati, attribuito senza soglia da raggiungere e in presenza di differenze minime nella raccolta dei voti tra i tre principali soggetti politici rende impossibile, com’è del resto avvenuto, un principio di legittimazione e reciproco riconoscimento del risultato. Il PD ha dimostrato di non comprendere questo stato di cose, muovendosi quasi si trovasse nella condizione della DC dopo le elezioni del 18 Aprile del ’48 (quando la maggioranza assoluta era stata conseguita sul serio) e dimostrando così una totale insensibilità istituzionale.

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