10 | 12 | 2019

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Elezioni (ed eletti) sub iudice

In materia di riforme istituzionali i saggi hanno proposto di affidare ad un organo giurisdizionale terzo la verifica delle elezioni. Ci hanno provato invano molte proposte di legge. Ecco perché la modifica potrebbe sbloccare la legislatura.
Modificare l'articolo 66 della Costituzione in modo da attribuire ''ad un giudice indipendente e imparziale'' la decisione su legittimità dell'elezione, ineleggibilità e incompatibilità, togliendolo al Parlamento: è quanto propongono i saggi nella loro relazione al Capo dello Stato, consegnata oggi, sottolineando che il sistema attuale comporta il rischio ''del prevalere di logiche politiche''.
Potrebbe apparire una modifica marginale, rispetto al complessivo riassetto dei poteri costituzionali prefigurato dai "saggi": eppure la proposta va al cuore di un problema che attiene alla struttura stessa del nostro sistema istituzionale.
Non si vuole qui addurre l'ampia congerie di dubbi sull’imparzialità della decisione dell’organo politico - più volte sollevati anche in tema di conformità all’articolo 6 § 1 CEDU - né citare i ricorrenti rilievi sulla tempestività del suo esame. Ci si limita a ricordare che a tali dubbi diede voce uno dei punti più qualificanti enunciati - al termine dell'attività di monitoraggio internazionale condotta dagli osservatori dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) - nel rapporto dedicato alle elezioni parlamentari italiane del 9-10 aprile 2006: “Fatta salva la base costituzionale per la procedura esistente di reclamo, il nuovo parlamento dovrebbe considerare di introdurre misure atte a risolvere le controversie elettorali in modo imparziale e puntuale, compresa la possibilità di ricorrere in appello ad un tribunale”. L'invito fu disatteso, prestandosi così a confermare i dubbi in ordine all'esistenza di una vera e propria giurisdizione del «fatto compiuto» che, in una vastissima parte della dottrina, vede la verifica dei poteri di esclusiva competenza parlamentare un retaggio di altre epoche, abbandonato da oltre un secolo nella stessa patria del parlamentarismo moderno.

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