23 | 11 | 2017
La proposta di legge d’iniziativa popolare per eliminare il «pareggio di bilancio» è utile a riscoprire la portata rivoluzionaria dei diritti fondamentali

di Gaetano Azzariti

Pro­viamo ad usare parole di verità. Diciamo quel che ormai tutti pen­sano e nes­suno osa con­fes­sare. Quel che sanno in primo luogo le nostre improv­vi­sate classi diri­genti. Il fiscal com­pact è stato un tra­gico errore. La fretta e la furia con cui s’è voluto dare seguito ad un impe­gno con­tratto con un Trat­tato inter­go­ver­na­tivo, che non impo­neva una modi­fica costi­tu­zio­nale, ma che solo per un eccesso di zelo ha pro­dotto l’introduzione di un iugu­la­to­rio vin­colo costi­tu­zio­nale alla spesa pub­blica, rap­pre­senta un monu­mento alla mio­pia politica.
 
La con­fes­sione di un’impotenza, che è atte­stata dal per­se­ve­rare in una poli­tica eco­no­mica di stampo neo­li­be­ri­sta la quale rivela oggi tutta la sua incon­si­stenza, inca­pace di affron­tare le que­stioni reali che la più grave crisi eco­no­mica del dopo­guerra pone. Il fal­li­mento è nei fatti. E l’attuale governo ne è con­sa­pe­vole, seb­bene anna­spi, senza riu­scire ad indi­care strade dav­vero alter­na­tive. Tanto ne è cosciente che subito dopo aver appro­vata la norma costi­tu­zio­nale (e la legge ordi­na­ria di attua­zione) s’è appi­gliato alla pos­si­bi­lità di dero­gare — per «eventi ecce­zio­nali» — alla regola, così enfa­ti­ca­mente intro­dotta, del risa­na­mento del bilan­cio. E intanto ha rin­viato per un bien­nio, pren­dendo tempo, non sapendo che fare. Non avendo il corag­gio — forse la capa­cità — di inno­vare per dav­vero, rico­no­scere l’errore, indi­care un’altra via.
 
E così anche in Europa. Si è gio­cato con le parole (l’«austerità espan­siva»), si cerca ora di con­trat­tare un mar­gine per soprav­vi­vere alla crisi, nego­ziare qual­che miglio­ra­mento, auspi­care un po’ di tagli in meno, pro­po­nendo alla fine un’incerta poli­tica di «rigore sì, ma non troppo». In sostanza ci si agita senza, però, nes­suna capa­cità di pro­porre una poli­tica alter­na­tiva, senza nes­suna ipo­tesi di effet­tiva fuo­riu­scita dalla crisi, senza nes­suna visione stra­te­gica.
In que­sta situa­zione spetta a chi opera fuori dal coro — alle forze cri­ti­che e pen­santi, ai sog­getti respon­sa­bili e con­sa­pe­voli dei gua­sti fin qui pro­dotti e dei disa­stri che si pro­dur­ranno in un pros­simo futuro se non si riu­scirà a cam­biare lo stato di cose pre­senti — indi­care la rotta. È neces­sa­rio essere vera­mente «radi­cali» se si vuole andare alla radice dei pro­blemi, è neces­sa­rio voler vera­mente il cam­bia­mento, pre­ten­dere una rot­tura di con­ti­nuità con il pas­sato. Altro che con­ser­va­tori, come qual­cuno si diverte a soste­nere. Se vera­mente vogliamo cam­biare verso dob­biamo uscire dalla con­ti­nuità delle poli­ti­che di stampo neoliberista.
 
Per andare dove? Per abbrac­ciare quale diversa razio­na­lità? L’indicazione con­te­nuta nella pro­po­sta legi­sla­tiva d’iniziativa popo­lare per l’eliminazione del prin­ci­pio del «pareg­gio di bilan­cio» e la sal­va­guar­dia dei diritti fon­da­men­tali è chiara: risco­prire la por­tata rivo­lu­zio­na­ria dei diritti fon­da­men­tali, la loro intan­gi­bi­lità, la loro supe­rio­rità in grado. È que­sta la vera inno­va­zione, la sfida che ci attende. E non solo per rie­qui­li­brare i conti.
 
Que­sta ini­zia­tiva, infatti, non chiede uni­ca­mente di can­cel­lare le norme di equi­li­brio impo­ste in modo improv­vido nel 2012, non chiede un ritorno al recente pas­sato, non ha nostal­gie di sorta, con­sa­pe­vole che il lungo regresso eco­no­mico (ma anche cul­tu­rale, poli­tico, sociale) e l’eclisse dei diritti sono il frutto di un tempo lungo. Chiede molto di più, un vero cam­bio di passo che ponga al cen­tro i diritti fon­da­men­tali delle per­sone che sono diritti indi­spo­ni­bili, non sacri­fi­ca­bili; quei diritti che sem­pre — ma soprat­tutto in fasi di crisi eco­no­mica — devono essere pro­tetti. Troppo facile è assi­cu­rare i diritti quando è pos­si­bile, uni­ca­mente quando l’economia lo per­mette; abban­do­nan­doli invece al pro­prio tri­ste destino quando si tratta di sce­gliere quali deb­bano essere le prio­rità delle poli­ti­che eco­no­mi­che in fasi di recessione.
 
Dun­que, una pro­po­sta deci­sa­mente inno­va­tiva, ma non per que­sto vel­lei­ta­ria. Essa si radica in quel che la sto­ria e la cul­tura del costi­tu­zio­na­li­smo moderno, sin dal XVII secolo, ha chia­rito e che s’è impo­sto sin dalle ori­gini degli stati moderni con le rivo­lu­zioni libe­rali e bor­ghesi. È il costi­tu­zio­na­li­smo moderno, infatti, che ha impo­sto una scala di prio­rità, la quale è stata defi­nita in base al prin­ci­pio della pre­va­lenza dei diritti sui poteri (anche su quelli eco­no­mici). Sono il con­tratto sociale, le ragioni del vivere insieme, la legit­ti­ma­zione neces­sa­ria per poter gover­nare che richie­dono il rispetto inde­ro­ga­bile dei diritti. L’economia assog­get­tata ai diritti fon­da­men­tali non è uno slo­gan, non si può rap­pre­sen­tare in forma di slide, ma è il vero, il prin­ci­pale fon­da­mento che legit­tima i potere. I potenti lo hanno dimen­ti­cato, a noi spetta ricordarlo.
 
Assi­cu­rare i diritti fon­da­men­tali in ogni con­giun­tura eco­no­mica sarà un pro­blema, non può essere negato. Ma chi ha mai detto che gover­nare è facile? Ciò non toglie che la garan­zia dei diritti fon­da­men­tali sia un obbligo costi­tu­zio­nale. Una respon­sa­bi­lità non solo di oggi.
 
La pro­po­sta d’iniziativa popo­lare, infatti, si pone pie­na­mente nella scia degli obbli­ghi costi­tu­zio­nali che già ci sono e che troppo spesso ven­gono sva­lu­tati. È già scritto in costi­tu­zione che l’iniziativa eco­no­mica pri­vata non può arre­care danno alla sicu­rezza, alla libertà, alla dignità umana; è già scritto che è neces­sa­rio garan­tire ai lavo­ra­tori e alle fami­glie un’esistenza libera e digni­tosa; è già scritto che alla Repub­blica si richiede l’adempimento dei doveri inde­ro­ga­bili di soli­da­rietà poli­tica, eco­no­mica e sociale. Ora, nel solco di que­sta tra­di­zione e nel segno del cam­bia­mento, si vuole affer­mare che il risa­na­mento eco­no­mico, per­sino il pareg­gio di bilan­cio, sono pos­si­bili, ma alla con­di­zione inde­ro­ga­bile del rispetto dei diritti fon­da­men­tali delle per­sone. Un obbligo che riguarda lo Stato cen­trale, ma anche la pub­blica ammi­ni­stra­zione e gli enti locali che devono — dice la pro­po­sta — assi­cu­rare comun­que e per tutto il ter­ri­to­rio nazio­nale i livelli essen­ziali delle prestazioni.
 
Un ultima con­si­de­ra­zione. Biso­gna essere con­sa­pe­voli dell’ambizione e dei limiti di que­sta ini­zia­tiva. L’ambizione è quella di rilan­ciare una cul­tura costi­tu­zio­nale che non sia più — come pur­troppo ormai da tempo rischia di ridursi — al ser­vi­zio del con­tin­gente, o delle mag­gio­ranze di turno, ma che torni ad essere il suo oppo­sto: limite al potere e garan­zia dei diritti, entro una pro­spet­tiva con­creta di eman­ci­pa­zione per una società di liberi ed eguali. Per que­sto è neces­sa­rio che si riaf­fermi la vera natura della Costi­tu­zione, che deve tor­nare ad essere la leva del cam­bia­mento. Un pro­po­sito espli­cito è quello di ribal­tare l’idea che sia la Costi­tu­zione il freno dello svi­luppo e vi sia dun­que un’esigenza di sra­di­carla (nel senso più pro­pria­mente eti­mo­lo­gico: pri­varla delle sue radici), riaf­fer­mare, invece, la sua por­tata rivo­lu­zio­na­ria (di rivo­lu­zione pro­messa, come scri­veva Pie­tro Cala­man­drei) o, almeno, rilan­ciare la sua natura di pro­gramma di cam­bia­mento. Mi ver­rebbe da dire che solo una poli­tica costi­tu­zio­nale ci potrà sal­vare dal buio di pro­spet­tiva nel quale siamo caduti.
 
Ma è neces­sa­rio essere anche con­sa­pe­voli dei limiti di tale — come di ogni altra — ini­zia­tiva. Le nostre povere forze, il clima ostile, i poteri costi­tuiti avversi, le divi­sioni al nostro interno non ci per­met­tono altro che indi­care una rotta. Pro­vare a fare un passo in un ter­ri­to­rio nemico, pieno d’insidie. Le poli­ti­che neo­li­be­ri­ste domi­nano ancora in Europa e non sarà nep­pure suf­fi­ciente cam­biare in Ita­lia, per cam­biare l’Europa.
 
È però pos­si­bile almeno indi­care un nuovo varco da attra­ver­sare per ini­ziare una lunga mar­cia, che potrà essere per­corsa solo se saprà costruire attorno a sé con­senso dif­fuso. Solo se un pic­colo «noi» saprà unirsi a un grande «voi». Lo si deve pro­porre con mode­stia e capar­bietà assieme, e con una sola con­vin­zione: se non saremo noi a farlo, nes­suno la farà per noi.
 
da ilmanifesto.info 26-12-2014